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Johnny Marr è tornato un ragazzino ottimista

Per "Call the Comet" l'ex chitarrista degli Smiths si è rifugiato in un mondo utopico, «esattamente come facevo da adolescente quando ero frustrato». Tornerà in Italia il 18 giugno a Cesena

Foto di John Shard

Alla domanda «Quando gli Oasis erano agli inizi hai prestato la tua chitarra a Noel Gallagher e non ti è mai più stata restituita, è vera questa storia?», Johnny Marr risponde: «In realtà erano due, la Les Paul con cui ho registrato Panic e l’altra è quella con cui ho registrato The Queen is Dead, ma direi che se l’è meritate, pensa se le avessi date a qualcuno con una band schifosa?».

Dopo un lungo periodo negli Stati Uniti, è proprio a Manchester che Johnny Marr è ritornato per registrare il suo ultimo Call the Comet (2018), che lui definisce più di una volta “una via di fuga”, curiosamente le stesse parole che usò per descrivere l’uscita dagli Smiths nel 1987. Ma in questo caso la “via di fuga” è dalla situazione sociale e politica che si stava creando intorno a lui.

Durante la nostra intervista telefonica, Marr scherza dicendo che si trova a Londra in cerca di una bella giacca, si scusa per il disturbo di fondo, chiedendomi se sono mai stato nella City, mi parla del suo tour e dell’amore per il suo pubblico, della sua sorpresa nel successo della sua ultima data a Milano e di come questo gli abbia fatto capire di aver trascurato il pubblico italiano. Per questo tornerà per tre date – la prima sarà il 18 giugno alla Rocca Malatestiana di Cesena. Si ricorda anche del suo primo concerto italiano, con gli Smiths a Roma, in una serata diventata leggendaria al Teatro Tendastrisce nel 1985 (è stata l’unica data degli Smiths in Italia, era previsto un tour più lungo, ma la leggenda narra che fu annullato perché Morrissey disse di aver ricevuto minacce di morte): «Ero abbastanza nervoso quella sera, ero ancora molto giovane e non avevo suonato tantissimo in Europa». Mi promette solennemente anche una data a Roma nel prossimo futuro, ridiamo.

La relazione fra sentimenti e la musica che ne deriva ci porta alla scrittura di Call the Comet: per l’occasione Marr si è semi-recluso nei Crazy Face Studios della Crazy Face Factory (per capirci il luogo in cui i Joy Division hanno registrato il video di Love Will Tear Us Apart), sulle cui mura ha deciso di proiettare costantemente immagini delle news di Al Jazeera, Fox e BBC – «Non ne potevo più di sentir parlare di Brexit, di Trump e di tutti gli altri problemi». Per questo disco Johnny Marr è ritornato a una dimensione adolescenziale, pura ed è stato naturale per lui rivolgersi di nuovo alla musica come una via d’uscita, un luogo sacro. Ed è probabilmente per questa ragione che i testi del disco tracciano come una piccola utopia futuristica, la ricerca della cometa come ricerca di un nuovo idealismo, idealismo che Marr ritrova nel ritorno alla composizione e alla musica suonata, «esattamente come facevo da adolescente quando ero frustrato (…). Oggi come ieri quando sento che è un buon momento, un momento creativo, provo la stessa urgenza e le stesse sensazioni». «Sono molto felice di aver fatto questo disco e di promuoverlo (…) con Set The Boy Free (autobiografia edita in Italia da Edizioni SUR, Set the Boy Free: The Autobiography), ho fatto moltissima promozione in Inghilterra e negli Stati Uniti e dopo un po’ è diventato un faticoso parlare di me in modo così concreto, preferisco di gran lunga promuovere un disco, è un’operazione più concettuale, mi trovo più a mio agio e comunque sentivo il bisogno di tornare alla musica».

Johnny Marr



La sua biografia è un ottimo pretesto per chiedergli se ricostruendo tutto questo bagaglio di ricordi lui abbia mai percepito di essere un idolo, un’icona o quantomeno di aver fatto della musica leggendaria. Ma così non pare, anzi mi dice che quando gli viene fatto notare il suo successo tende sempre a evitare la risposta, rimarcando che non ama in generale questo tipo di atteggiamento e anche che non si trova a suo agio quando i suoi colleghi provano a mettere la loro immagine dentro la storia del rock. Gli Smiths rimangono solo uno sfondo nella nostra conversazione: ama suonare quei pezzi dal vivo, gli piace regalarli al pubblico e si rammarica solo di quanto le cose siano andate troppo in basso tra loro successivamente, «..scrivere il libro è stato bello, ho dei ricordi meravigliosi di cui ho riso, però ci sono state cose difficili da rievocare come la scuola o le dispute legali con gli altri Smiths, è sempre difficile pensare a queste cose».

Parlando del ritorno nella sua città per dedicarsi al lavoro sul nuovo album, è impossibile non fare un riferimento al calcio e al Manchester City, su cui ci siamo permessi di divagare un po’: «Mi piace tantissimo vedere giocare il City, ancor più che vincere titoli. Penso che la stampa inglese sia ingiusta nei confronti della nostra stagione, mi ricordo quando avevamo giocatori chiaramente out of shape… ora vedi una grande squadra». Quali sono i tuoi giocatori preferiti? «Nel 2019 Bernardo Silva, in assoluto penso De Bruyne».

Facendo una rapida carrellata della sua variopinta carriera, è chiaro come l’esperienza americana sia stata una delle più stimolanti e piacevoli: «sono stato bene negli Stati Uniti, ho vissuto a Portland in Oregon, che è una città liberale, progressista, in quel momento c’era una fantastica scena musicale negli Stati Uniti, come Elliot Smith, Built To Spill, ma i Broken Social Scene sono quelli che mi piacevano di più, sono stati molto importanti per me, in quel momento non conoscevo molti nella scena, se non mi fossero piaciuti loro probabilmente non avrei mai suonato nei Modest Mouse (…) quando me l’hanno proposto non avevo idea di come sarebbe andata, ma ho pensato subito che fosse una buona idea. Vediamo che succede, facciamo una cosa diversa, è andata bene (ridiamo)».

A questo punto sarebbe stato difficile non chiedere all’uomo che ha fondato durante la sua adolescenza il migliore gruppo indipendente, gli Smiths, ha formato gli Electronic, ha suonato con The The, Modest Mouse e The Cribs, ha collaborato con Paul McCartney e Hans Zimmer, solo per citare i più noti, quali fossero i dischi migliori in cui aveva suonato (eccetto i suoi e gli Smiths).
«Dusk dei The The e We Were Dead Before the Ship Even Sank dei Modest Mouse. Li metto allo stesso livello dei dischi degli Smiths, senza dubbio».

Johnny Marr suonerà in Italia la prossima estate. Le date:

Martedì 18 giugno – Cesena (FC), Rocca Malatestiana
Giovedì 20 giugno – Gardone Riviera (BS), Anfiteatro del Vittoriale
Domenica 25 agosto – Torino, Todays Festival

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