John Murry: «Le canzoni sono più forti dei proiettili» | Rolling Stone Italia
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John Murry: «Le canzoni sono più forti dei proiettili»

Lui ha una storia da film e la sua musica, poetica e disturbante, mette assieme violenza e bellezza. Intervista al cantautore americano trapiantato in Irlanda che scrive di Dio, stelle e fucili

John Murry

Foto: Rob Blackham

“Nessuno ha mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito o inventato se non per uscire, letteralmente, dall’inferno…”
Antonin Artaud

«Il mio è stato l’ultimo album masterizzato ad Abbey Road prima del lockdown. Poi tutto è stato chiuso. The Stars Are God’s Bullet Holes è stato portato via dall’ingegnere del suono in bicicletta, perché non si poteva nemmeno più usare Uber. Sarebbe dovuto uscire a settembre 2020, ma ogni cosa è slittata e siamo arrivati a oggi… Volevo un lavoro diverso dai precedenti. Credo di esserci riuscito».

A parlarci – via Zoom – del suo nuovo album (in italiano il titolo sarebbe “le stelle sono fori dei proiettili di Dio”), è il cantautore americano di Tupelo, Mississippi, ma ormai irlandese di adozione John Murry. Per gli appassionati è una vera rockstar, capace di rinnovarsi sempre pur mantenendo uno stile inconfondibile: voce baritonale, versi esistenzialisti o enigmatici, chitarra elettrica e ruvida, cura estrema per ogni suono.

Murry ha una storia pazzesca, da cinema americano d’altri tempi. Adottato prima ancora di nascere (la madre biologica era una ragazza Cherokee), in realtà è stato cresciuto dalla nonna adottiva, prima cugina di William Faulkner (il nonno di Murry era tra i parenti dello scrittore che ne hanno portato in spalla la bara, al funerale, nel luglio del 1962).

La tragedia più atroce che ha segnato per sempre la sua vita è arrivata quando John aveva appena 16 anni. È stato violentato da tre ragazzi più grandi, in un istituto fondamentalista cristiano di riabilitazione dove si trovava per “problemi di droga” (era stato trovato a fumarsi una canna). Fuggito dall’istituto, ha cominciato a dedicarsi alla musica (folgorato da un concerto di Tom Petty), poi agli studi di filosofia. In seguito purtroppo è caduto anche nella tossicodipendenza, da cui poi è uscito. La carriera musicale inizia con il mentore Bob Frank (World Without End, 2006), poi continua da solista.

Ha esordito nel 2012 con l’album capolavoro (fin dal titolo) The Graceless Age (uno dei 10 migliori album di quell’anno secondo Uncut), un racconto struggente, onirico e disturbante delle sue dipendenze da eroina, marchiato dalla magnifica ballata Little Coloured Balloons, che parla della sua sopravvivenza a un’overdose (“I took an ambulance ride…”).

Il secondo album, A Short History of Decay (2017), titolo preso da Emil M. Cioran, ha raccontato il divorzio dalla moglie e lo sfaldamento della sua nuova famiglia. È però tuttora legatissimo alla figlia americana, oggi diciassettenne. «Vuole fare la musicista, scrive canzoni… È piuttosto brava, ha gusti strani per la sua età e per quest’epoca e odia le armi come me. Le piacciono molto i Fleetwood Mac e Nick Cave… Vuole diventare la nuova Stevie Nicks!», dice. Ora è uscito il suo terzo album, ennesimo gioiello, The Stars Are God’s Bullet Holes, per l’etichetta indipendente Submarine Cat Records.

Nel 2013 non era ancora venuto in Italia e sono andato a Dublino proprio per sentirlo in concerto nel leggendario Whelan’s, dove oggi Murry è di casa. A fine concerto ebbi la fortuna di conoscerlo e chiacchierarci un po’, fumando qualche sigaretta. Ricordo che alla mia domanda «quando verrai in Italia a suonare? Altrimenti devo venire ogni volta a Dublino», la sua risposta fu: «Spero presto, anche perché devo assolutamente vedere il Vaticano». Detto da un ragazzo che ha subito violenze in un collegio fondamentalista cristiano… (la sua fede, per inciso, resta incrollabile). Da allora, purtroppo, non ho mai più avuto occasione di parlargli, almeno fino a oggi.

Parlare con John è come un flusso di coscienza senza fine. Gli fai una domanda e schiude mondi o pone lui domande a te, sul disco, sulla vita e sull’Italia. Accenni a una riflessione su una canzone e ti dice, sincero: «Mi fai vedere alcuni dettagli del disco che non avevo proprio pensato, grazie!». Compare sullo schermo come un vecchio amico, mentre si rolla una sigaretta di tabacco americano.

Come stai? Ti sei vaccinato?
Sto piuttosto bene. Sono del tutto vaccinato… Forse non dovrei esserlo, perché sono un americano in Irlanda e la maggior parte degli irlandesi non è ancora stata vaccinata. Ho però un medico curante che è riuscito a farmelo fare. La mia fidanzata, invece, è appena tornata dall’Afghanistan (Sarah Leahy, coordinatrice di un progetto medico umanitario per Medici senza frontiere, nda) e da quello che mi ha raccontato siamo davvero fortunati nel Vecchio Continente… Nella tragedia, questa pandemia ha fatto capire ai sopravvissuti cosa conta davvero nella vita. Qui, quando tutto sembra avverso c’è qualcosa a cui ci possiamo ancora aggrappare.

Il tuo nuovo album, ad esempio. Credo sia davvero potente, poetico, disturbante e divertente…
Grazie, stai elencando esattamente alcuni degli obiettivi che avevamo in mente mentre lo stavamo realizzando. Volevamo che l’album fosse proprio tutte queste cose: poetico, disturbante e divertente insieme.

Come e quando è nato il progetto The Stars Are Gods’ Bullet Holes?
Erano tanti anni che volevo realizzare un album insieme a John Parish (il produttore di PJ Harvey, ha lavorato anche con Eels, Tracy Chapman e Sparklehorse, nda). Eravamo davanti a un negozio di chitarre, a chiacchierare, e John mi ha detto: «secondo me dovresti fare un album che sia un po’ una risposta a quello che ti è accaduto la notte prima. La tua notte prima rivista il giorno dopo…». Gli ho risposto che mi interessava soprattutto realizzare un album senza pensare troppo. Libero e strano. Gli ho parlato della musica di Tricky e del fatto che mi sarebbe piaciuto fare cose musicalmente diverse rispetto alle mie solite, da un punto di vista sonoro. Avevo in testa anche il grande Rick Ocasek dei Cars. Ho detto: «John, mi piacerebbe più che altro dare una risposta concreta a tutte queste sperimentazioni sonore che ho in testa e metterle davvero in pratica».

Come funziona il tuo processo creativo? Se dimentichi un pezzo che stavi “catturando” o scrivendo, come ti comporti?
Se un pezzo mi sfugge dalla memoria, mentre lo sto scrivendo, non me ne faccio un cruccio. Ritornerà. Succede sia per le melodie che per i versi delle canzoni. Se dimentichi una cosa, cercare di inseguirla i ricordi può tramutarsi in ossessione. I pezzi Ones+Zeros e Di Kreutser Sonata (omaggio a Beethoven e soprattutto a Tolstoj, nda) li avevo in testa da diverso tempo, non riuscivo però a realizzarli come volevo, musicalmente e come testi.

Come hai fatto a ultimarli?
Mi sono dedicato ad altro! E quei due pezzi poi si sono completati da sé (sorride). Bisogna avere sempre grande fiducia e consapevolezza, la creatività allora arriva in forma spontanea. Se trovi una buona melodia, ad esempio, è probabile che le parole arrivino, prima o poi. Secondo John Parish questo album potrebbe essere un’opera di passaggio e di rottura. La sperimentazione, stavolta, è stata soprattutto sonora. Forse l’umorismo, per quanto riguarda i testi, è il vero cambiamento… Lo definirei un’esperienza estrema, strana, potente, direi spirituale.

Trovo che questo sia anche un concept album. Ogni canzone legata all’altra per versi, temi o note musicali, difficile ascoltare un pezzo senza farlo seguire a quello successivo…
Non è nato intenzionalmente come un concept album, ma sono d’accordo che lo si può considerare tale. Anche i miei lavori precedenti, però, penso abbiano, pur in forma diversa, questa dimensione, incluso World Without End che feci insieme a Bob Frank. Prima di lavorare al disco mi ero messo a scrivere alcuni racconti, un’altra cosa che non fa quasi più nessuno. Scrivere in libertà mi ha portato verso certe idee e certi temi. Trovarmi a registrare nel Regno Unito, a differenza di A Short History of Decay, realizzato negli Stati Uniti, mi ha permesso di prendere distanza in molti sensi dal mio Paese di origine.

Per esempio?
Mi ha permesso di cantare liberamente versi come: «I bought fertiliser and brake fluid / Who in the hell am I supposed to trust? Sympathy ends in gas chambers / Oklahoma City should have been enough…» (nel primo pezzo Oscar Wilde Came Here to Make Fun of You, chiaro riferimento alla violenza terrorista negli Stati Uniti, nda). Parlo ovviamente dell’America contemporanea. Quando ho scritto quella canzone ho pensato: suona un po’ come una parodia. Forse può disturbare, ma contiene molta verità.

Parla di cultura delle armi e violenza.
Una cultura molto radicata nel Paese da cui vengo. Cosa spinge una persona a entrare in una scuola e compiere una strage? Cosa spinge un poliziotto ad abusare del suo potere? Alan Jones di Uncut sostiene che c’è una violenza insidiosa nell’album. Io credo sia vero, ma è lo specchio della violenza insidiosa della cultura americana. Anch’io trovo rabbia dentro di me, in passato avrei voluto vendetta per certe cose che ho subito, e nel pezzo Time & a Rifle dico che vorrei impugnare armi contro chi impugna armi… Una canzone può essere come un fucile, più potente dei proiettili, eppure non uccide nessuno.

Il titolo dell’album, che è un verso della title track, mescola insieme violenza e bellezza. Mi ha fatto pensare anche alla tua storia, a quanta poesia c’è nei tuoi versi, nonostante la violenza subìta in passato… Nel Götz von Berlichingen, Goethe diceva: dove è più abbagliante la luce, più scura è l’ombra.
Vero. Un artista che amo molto, Caravaggio, ha impastato quasi tutta la propria arte del contrasto tra luce e tenebre. Pensa a Giuditta e Oloferne o a certe sue opere sulla crocifissione di Cristo, alcune sono proprio qui a Dublino. Ombra e luce, non c’è l’una senza l’altra. L’occhio coglie entrambe, insieme, la visione vive di questi contrasti… Nell’album volevo che la presenza di Dio non fosse soverchiante. Volevo fosse meno in alto del solito. Guardiamo le stelle e le cose e le vediamo come meravigliose. Ma cos’è la bellezza? Spesso qualcosa che può fare male. Cos’è la grazia? Non l’afferriamo davvero. Nel suo documentario Burden of Dreams, Werner Herzog si trova nella giungla, parlando della violenza della natura. Guardiamo retoricamente alla natura come a qualcosa di buono, però può ucciderci, possiamo morire nella natura selvaggia. Oppure, come diceva John Martyn: Grace and Danger.

Tornando al tuo album…
Guardiamo a queste luci che chiamiamo stelle, diamo loro dei nomi eccentrici. Dare nomi ci fa sentire da sempre padreterni… L’Illuminismo ha fatto anche un sacco di danni. Il concetto di progresso umano, ad esempio, ha portato anche a scontri religiosi. Sono cattolico, ma credo che il concetto di Dio sia universale. Non riesco che a considerarlo in termini spirituali, non certo concreti… Se penso a Maria, la vedo come la madre di Dio. Ma di concreto, oggi, qui abbiamo solo la Madre Terra. “Le stelle come fori dei proiettili di Dio” è un’immagine che mi consente di riconsiderare le cose: le stelle, Dio, me stesso, la vita. Ci crediamo incredibilmente intelligenti, eppure stiamo distruggendo il mondo. Non credo che sappiamo davvero chi siamo in questo momento storico. E, comunque, anche se continuiamo a dar loro nomi fantasiosi, sono sicuro che alle stelle non frega assolutamente un cazzo di noi.

Nel nuovo LP troviamo anche una tua bellissima versione di Ordinary World dei Duran Duran…
Quello è un pezzo che mi piaceva molto. Da adolescente ne apprezzavo semplicemente la melodia, ma c’è qualcosa di grande in quella canzone. Parlavo con Parish di un pezzo che potesse onorare la musica di altri, attraverso la mia, e a lui è venuta in mente Ordinary World. Di solito mettiamo una cover alla fine dei miei album, qui ci è sembrato stesse meglio nel prefinale.

In passato hai suonato tante altre cover – live, negli album, negli EP – cosa ti porta a un pezzo più che un altro?
È sempre il caso. Super Trouper degli ABBA è un pezzo che ho cominciato a cantare a mia figlia quando era piccola. Le piaceva da impazzire il film Mamma mia! che vedevamo in loop… In quel film Pierce Brosnan e Colin Firth cantano pezzi degli ABBA in modo orribile… Almeno Colin lo fa in modo brillante, perché palesa consapevolezza di non saper cantare… Nei miei concerti invece ho fatto spesso Downbound Train di Bruce Springsteen. L’ho scoperta nella versione di Raul Malo dei Mavericks, da un disco di cover dedicato a Nebraska (Badlands: A Tribute to Bruce Springsteen’s Nebraska). Quel pezzo fu scartato dal progetto acustico di Bruce. Ma la versione originale è splendida. Il modo in cui cantarlo e gli accordi giusti me li ha insegnati il mio batterista di allora che aveva suonato insieme a GG Allin. GG era un punk rocker ma realizzò anche un album country. Le cassette di quell’album le ha volute nella sua bara…

Cosa farai nei prossimi mesi? Quando ti rivedremo sul palco, al di là dei live su YouTube (il concerto in streaming di presentazione dell’album è visibile qui)?
Verrò presto in Italia, È una situazione strana, ma alla fine si sono aperte possibili finestre di concerti e qualche data l’abbiamo fissata.

Quando?
Le date non sono ancora ufficiali e non so dirti dove suonerò nel tuo Paese, perché non ricordo. Dovrei venire il 26, 27 e 28 agosto e poi tornare, sempre in Italia, a novembre. Annunceremo prossimamente l’ufficialità.

Poi a cosa ti dedicherai?
Dobbiamo ancora finire un documentario su di me, a cui lavoriamo ormai da quattro anni e mezzo (dovrebbe intitolarsi A Short History of Decay come l’album precedente, nda). Poi farò un album acustico, solo pianoforte e chitarra acustica. Mi piacerebbe realizzare anche qualcosa con il mio amico produttore George Drakoulias (produttore musicale tra gli altri di Black Crowes, Jayhawks, Tom Petty, ndr), per trovare un sound alla Wildflowers (di Tom Petty, prodotto proprio da Drakoulias, all’epoca all’etichetta American, nda). Vorrei anche sperimentare forme completamente diverse di rock, confrontarmi ad esempio con i miei suoni preferiti di infanzia e adolescenza… Vorrei fare tante cose, tutte insieme, senza fermarmi mai (ride).

Hai chiesto alla tua fidanzata di sposarti tramite un’intervista al Guardian, lei ti ha detto sì a mezzo Twitter. Quando vi sposerete?
Non so ancora quando. Sarà sicuramente l’anno prossimo e sarà un po’ strano… Ho passato quasi un anno e mezzo a non fare praticamente nulla e poi ora a fare tutto! Matrimonio incluso (ride).

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