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John Lydon, i Sex Pistols e la sua vita da Rotten

Il frontman dei Public Image Ltd ricorda i Pistols, Sid Vicious, e i punk che l'hanno ispirato in un sorprendente ed esilarante botta e risposta

John Lydon, fot di Paul Heartfield via Twitter

John Lydon, fot di Paul Heartfield via Twitter

Oggi è di ottimo umore John Lydon, l’uomo che spaventò il mondo alla fine degli anni ’70 col nome di Johnny Rotten, frontman dei Sex Pistols. Quando Rolling Stone gli domanda come sta, il cantante, oggi 59 enne, esclama con un secco accento british, «Sono vivo!»

È una risposta azzeccata, visto che il soggetto di oggi è, non a caso, l’intera esistenza della vita di Lydon. Il cantante ha appena pubblicato la sua seconda autobiografia, Anger is an Energy: My Life Uncensored (La rabbia è un energia: la mia vita senza censura). Un colosso di 500 e più pagine che racchiude tutta la sua vita, dall’adolescenza del quartiere di Finsbury Park a Londra, dove riuscì a sopravvivere ad una meningite capitata in giovane età, alle decadi che passò a in prima fila con gli sperimentatori post-punk, i Public Image Ltd, che stanno per rilasciare un nuovo disco, atteso per questo autunno.
Mentre il suo precedente libro del 1994 Rotten: No Irish, No Blacks, No Dogs’ era concentrato principalmente sul suo periodo con i Sex Pistols, questo nuovo tomo mette la sua intera vita su un piano a sè, descritta con le sue parole, spesso esilaranti.

«Se qualcuno è anche minimamente interessato alla mia vita, ecco a voi la ricerca piuttosto che le dicerie e le supposizioni» risponde Lydon riguardo perché l’abbia scritto. «È davvero sgradevole quando qualcun altro riscrive la tua vita al posto tuo. È uno dei brutti svantaggi di essere impopolare o noto per fatti non proprio positivi».

Detto questo, il cantante comincia a raccontare senza censura tutti i dettagli della sua vita, compresi i ricordi di Sid Vicious e del manager dei Pistols Malcom McLaren, così come il “sorridere in faccia alle avversità” con i PiL.
La cosa più sorprendente però è il suo divertimento nel parlare di cose serie, e come non percepisca il dolore nonostante le milioni di brutte esperienze che ha dovuto superare. Quando Rolling Stone gli offre un aiuto per mettere in fila i fatti della sua vita, si ricompone rispondendo in maniera diretta che «La fila sarà circolare».

Hai avuto un educazione un po’ dura. Qual è stata la parte più difficile dei tuoi primi anni a cui mettere mano?
Quando perdi la memoria a 7 anni per via di una meningite, è abbastanza sconfortante. Ci ho messo tanti anni per poterla recuperare a dovere, ma è da li che viene il mio rifiuto verso chiunque racconti bugie. Da allora fino ai 12 anni, ero disperatamente dipendente da quello che mi veniva detto dagli adulti.

È un po’ come riprogrammare se stessi.
Lo è, ed è dannatamente strano dover passare una parte importante della tua infanzia ad analizzarti cercando di capire chi sei e cosa sei. Ma comunque questo non mi ha fatto diventare bipolare.

Quand’è stato che i tuoi genitori hanno cominciato a supportare la tua carriera musicale?
Ah beh, per quello c’è voluto del tempo. Ero un ragazzaccio (ride). Adesso rido, ma all’epoca era tutto faticoso. Mia mamma in particolare, sapeva che poteva contare sul fatto che qualunque cosa facessi, sarebbe stata giusta. Non l’hanno mai colto veramente all’inizio. “Non puoi dire quelle cose, Johnny! Ti rinchiuderanno!” (ride) Beh, ci hanno provato a rinchiudermi.

Quando hai la certezza dei fatti dalla tua parte, tutto è più facile.
Certo. E discutevano di me al Parlamento. “I Sex Pistols erano traditori o sovversivi?” A quel tempo feci un po’ di ricerca a riguardo, e si stavano basando su una legge così antica, che addirittura comportava la pena di morte. Voglio dire, quanto ancora vogliono andare avanti contro di me? In quel periodo ci vedevo addirittura del divertimento. Adesso le persone hanno cominciato a mettere in dubbio cose tipo la monarchia. Era molto importante.

Alla fine tu ami la famiglia reale.
Non ho nulla contro di loro come esseri umani, personalmente. È solo che il sistema in sè sta dissanguando il paese. Ci vedo solo del margine di profitto (ride)

Quest’anno saranno 40 anni che fai musica…
Tutto questo tempo? Dio santo, eppure mi sembra ieri.

Cos’hai imparato di te stesso nel ripercorrere la storia della tua vita?
Che non ho imparato granché. La vita è corta, e tu cerchi di darci dentro più che puoi. Una volta che te ne vai, te ne vai e finisce lì. Sto facendo le cose al meglio delle mie disabilità. Ci scherzo su. Non c’è morbidezza in quel che faccio. Non c’è pietà o piagnucolii o niente di tutto ciò, perché sono tutte cose incredibilmente non sane.

CHI CAZZO HA BISOGNO DI UNA LAMBORGHINI QUANDO PUOI AVERE UNA VOLVO?

Una cosa che potrebbe sorprendere le persone è come ricordi in maniera così poco alla leggera.
Si beh, credo che sia importante non piangersi addosso ma semplicemente andare avanti. Qualunque cosa faccio nella musica è davvero una parte della mia vita. Ci sono entrato molto presto, e non mi sono mai guardato indietro. Quella è la cosa più grande che mi sia mai capitata, e i Sex Pistols erano meravigliosi per me. Che grande inizio. Mio Dio. Le lotte e tutto il resto. Era davvero un corso completo di come poter sopravvivere al mondo moderno.

C’è qualcosa che avresti fatto di diverso con i Pistols?
No, perché vivere col senno di poi non è utile. Ecco come è iniziato tutto. Sono stato abbastanza fortunato da essere in grado di scrivere canzoni, in qualche modo, per la prima volta. Mettendo la rabbia da parte, l’intera situazione mi dava i brividi. Le prove erano fantastiche, ma erano anche motivo di grande imbarazzo. E ad oggi non mi piace ancora fare le prove perché sono davvero molto timido nel farle. Ma una volta che comincio e ci prendo la mano, beh allora non puoi farmi smettere di gridare.

Devi lasciarti un po’ andare però.
Sì, è la paura di deludere le persone. Uguale con i concerti, e sono tutt’ora così.
Prima di un qualunque spettacolo, sono un mucchio di nervi tesi, di cattivo. Non riesco a mangiare, non riesco a pensare, non riesco a parlare, mi stresso al massimo, ma poi scoprii della paura da palcoscenico, non era solo una mia debolezza: è quello di cui soffrono molte persone. Con ovviamente modi diversi di gestirla.

Alcune persone riescono a controllare la paura da palcoscenico grazie alle droghe. Nel libro, parli di come ti facevi di speed, cocaina, eroina. Come hai fatto a non permettergli di rovinarti?

Vedo le droghe come recreational, e non mi piacciono sul lavoro. Si scontrano pesantemente. E imparai quella lezione quasi subito. Ho provato a educare me stesso e alla fine mi piaceva anche stare sul palco. Non voglio che qualcosa possa distruggere quel vibe che provo.

Avrai notato anche tu gli effetti della droga in prima persona suppongo..
Eccome non avrei potuto? (Ride) Per la grazia di…avrei potuto cadere in dipendenza facilmente. Ma ho troppo rispetto per me stesso, credo.

Il chitarrista dei Sex Pistols Steve Jones ti diede il soprannome di “Johnny Rotten” per l’aspetto dei tuoi denti. Per quale motivo gliel’hai lasciato fare?
Perché era divertente! “Johnny Rotten” era esilarante! (ride) Non ci ho mai visto un insulto. Dissi che era geniale, yippee-ay-oh!

Ci fu un momento dove non potevi usare questo nome.
Stavo attraversando una causa con il management dei Pistols e volevano reclamare l’ownership del mio nickname. Questo è il tipo di immaturità che mi fece cambiare il punto di vista su qualcosa che pensavo fosse molto speciale. E tutti i comportamenti immaturi veniva direttamente dal management. È una cosa triste da dire, ma tante volte sono gli adulti a deludere i bambini, non al contrario.

Tornando all’argomento dei soprannomi, cosa pensava invece Sid riguardo al nome che gli diedi a causa del tuo criceto?
Anche quello fu esilarante! Quello è il genere di persone che siamo (ride). Non prendiamo queste cose mai troppo seriamente. Non c’è nessun tipo di autocompiacimento con il passare del tempo. Se vuoi avere a che fare col nome Sex Pistols, sei fottuto se prendi tutto troppo seriamente (ride). È un nome tremendamente ridicolo.

Beh, è sicuramente meglio del nome della band prima che arrivassi tu, QT Jones and His Sex Pistols
Direi. Sex Pistols era un nome ridicolo ma ci dava un buon trampolino di lancio.
Era tipo, “Ok, Non scriveremo canzoni d’amore, questi sono i Sex Pistols.”

LA PERSONALITÀ DI SID CAMBIÒ, E SI MUTÒ IN UN EGOISTA, FOTTUTO CACCIATORE DI DROGHE

C’è un momento nella canzone Seventeen dove tu canti, «I’m a lazy Sid». Lo prendevi in giro?
Sì, ed è assolutamente vero: Sid era estremamente pigro. Non aveva nessun tipo di etica lavorativa da bianco anglosassone e protestante. (ride) Non avresti mai chiamato Sidney un W.A.S.P. (ride) Non imparò mai nulla. E secondo tutti – anche persone come Lemmy (Kilmister dei Motorhead che insegnò a Sid a suonare il basso) ti avrebbero detto questo – non aveva nessun tipo di attitudine per la musica. È parecchio curioso il motivo del perché lo portai nella band. Doveva essere qualche tipo di elemento auto-distruggente, ma sai, nemmeno io ebbi mai nessun tipo di attitudine alla musica finchè non cominciai a fare musica. E pensavo, “Bhe, evidentemente è così che funziona. Troverai la tua strada.” Aveva tutte le posture perfette, si poteva fissare allo specchio per un eternità.

Cosa ti manca di più di Sid?
Il suo humour. Era davvero molto divertente e sarcastico. Amava imitare la gente.
E riusciva davvero a fare grandi imitazioni perché era davvero molto bravo.
Penso che sia quella cosa classica da commedia Inglese che aveva istintivamente, ma tutto ciò sparì quando cominciò a fare uso di droghe. La sua personalità cambiò , e mutò in un egoista, fottuto cacciatore di droghe.

Nel libro descrivi la sua fase delle droghe un po’ come se fosse uno zombie.
Si beh, quella era la mia idea degli eroinomani. Non lo capisco per niente. Uccide completamente le passioni. Ma uccide anche le paure e i nervi tesi, quindi è un po’ come se stessi barattando l’uno con l’altro.

Hai provato a dare un freno a questa sua dipendenza?
Se ci ho provato? Sì, ma era troppo difficile perché sua madre era dipendente anche lei. Era come se fosse scritto nelle carte. Nonostante guardasse sua madre quando era giovane, e sapesse che stava facendo la cosa sbagliata, penso che la paura prese il sopravvento. Non sapevo nemmeno io cosa consigliargli per poter controllare la paura e i dubbi, perché io stesso avevo tutti questi problemi. Non credo comunque di aver fatto del mio meglio all’epoca.

Come hai fatto a superare le tue paure?
In quel periodo eravamo sommersi dalla pressione. Venivamo analizzati di continuo, e in malo modo per gran parte del tempo. Scrivevano di noi con odio, e ben presto la cosa sfuggì di mano. Non c’era alcun tipo di supporto per nessuno di noi, tranne il cercare di darci supporto a vicenda, e quello non funzionò troppo bene. Ho sempre creduto che il management cercava di creare subbuglio tra di noi perché quello era esattamente cosa successe con la mentalità che staccava “noi da loro”.

Nel libro dici che Mick Jagger aiutò Sid quando venne incolpato di omicidio.
Propose un avvocato e fu coinvolto in quel senso, e tutto fu tenuto in silenzio, quindi ci fu molto rispetto da parte di Mr. Jagger e gliene sono grato. Dimostrò di avere un gran cuore…sotto Mr. Flamboyant, è una persona umana.

Nel libro spieghi della tua famosa affermazione “Avete mai provato la sensazione di essere traditi?” fatta durante l’ultimo concerto dei Pistols degli anni Settanta, dicendo che la band tradì quel che avevi iniziato.
Sì, quello in realtà era direttamente per il management. Il modo in cui la band si stava separando, non c’era comunicazione con Steve e Paul (Cook, batteria). Semplicemente non mi parlavano. E allo stesso modo, Sid era nella sua cornice mentale di delusioni, e Malcolm si lamentava di questa cosa e quindi l’intera cosa divenne un po’ grottesca. Mi sentivo isolato, ti dico la verità, e quel tour Americano per me fu di grande solitudine. Tuttavia amavo le canzoni e amavo stare sul palco. Semplicemente non erano molto interessati a fare le cose come andavano fatte.

NON VOGLIO CHE I PISTOLS FACCIANO LA FINE DEI KISS

E il resto della band non era interessato alla tua nuova canzone di quel tempo, Religion, che avevi registrato con i PiL.
Non posso proprio biasimarli. Non l’avevano sperimentata realmente (ride). Era ovvio che ad un certo punto fossi in nuovi pascoli. E lo sapevamo già tutti, ma ci separammo per le motivazioni sbagliate, secondo me. Non avevamo preso quella decisione noi stessi. Fu presa lontano da noi, e tutto crollò. È molto, molto triste. Ed ecco perché tanti anni dopo, facemmo comunque dei lavori insieme, ma non potevo scrivere per loro allora e non posso ancora adesso. Per quanto mi riguarda, ho già sbattuto la testa e non voglio tornare indietro. Devi semplicemente andare avanti. È alquanto strano, ma vado molto d’accordo ora con Paul. Ora che non stiamo lavorando, possiamo essere amici (ride). E penso che do più valore alla sua amicizia piuttosto che stare in una band assieme a lui.

Hai scritto nel libro che hai provato a dargli una mano come amico dopo l’ultimo tour dei Pistols e dopo che non avevi più avuto sue notizie.
No, gli parlai sempre da quel momento in poi. Ancora discutiamo sul merchandise e su come dovrebbero essere le T-Shirt (ride). Non voglio che finisca come tutte quelle cose dei Kiss che si vedono nelle cittadine di mare, l’enorme quantità di brutte copie.

Ho notato che hai però omesso la tua reazione riguardo la morte di Malcolm McLaren nel 2010.
Sì, quello fu terribile. Ero molto triste. Senti, avrei anche potuto non amare quell’uomo, ma ammiravo assolutamente lo spazio che occupava sulla Terra, nonostante fosse fastidioso. Negli anni, io e Malcolm abbiamo avuto alcune liti fantastiche che entrambi avremmo voluto portare avanti.  Era una sana mancanza di rispetto reciproca. E mi mancano le persone scomparse, nemici e non.È una cosa che non riesco a superare facilmente nella mia vita. Non so dove vadano, e non voglio comunque che ci vadano.

Dopo i Pistols, quali erano i tuoi obiettivi con i Public Image Ltd?
Volevo smettere di attaccare le istituzioni, che era praticamente il lavoro che facevo quando ero coi Pistols, e volevo sperimentare dentro la mia testa. Non puoi cambiare il mondo se per primo non cambi te stesso. Quindi quella era la mia ambizione del tutto. Molto utopistica sotto certi aspetti, ma di base è così che funziona con i PiL.

Nessun disco dei PiL si assomiglia.
Non c’è motivo per cui debbano farlo. C’è una gran quantità di conversazione che va all’interno delle cose, e che fa si che tutte tutti possano essere sulla stessa pagina.

Quindi cosa volevi fare con il tuo secondo album, Metal Box?
La confusione che si creò con il processo dei Sex Pistols era ancora fresca in quel periodo. Volevo una mentalità differente. Volevo sfidare le persone. Non eravamo limitati strutturalmente. Nei Pistols la mia mentalità era quella di ‘verso-ritornello-verso-ritornello-fine’. Tutto molto corto, netto, dolce. I PiL? Non avevano limiti a riguardo. Il più grande limite, ovviamente, era quando ti presentavi all’etichetta con un disco da canzoni di 20 minuti l’una (ride) su un triplo album. Trovavano molto difficile apprezzare ciò che stavo facendo. Ma ti viene data solo una possibilità nella vita. Metal Box era la cosa giusta da fare a quel punto.

Di sicuro il presidente della Virgin di allora, Richard Branson, adorava che la prima canzone su Metal Box fosse Albatross e fosse lunga 10 minuti.
(ride) Lo dubito fortemente. Ma potrebbe anche essere che aveva un’opinione diversa, dato che successivamente mise sotto contratto tante altre band dopo di noi che avevano uno stile molto simile a quello dei PiL. È sempre il primo che esce dal recinto quello a cui vogliono tagliare la testa, non è così? (ride). Penso che la tagliola sia piacevole come ogni cosa mi succeda in vita.

Scrissi l’album Death Disco per tua madre quando stava morendo di cancro. Nel libro racconti di come l’hai suonata per lei, ma non hai incluso i suoi pensieri a riguardo.
Si emozionò molto. Non aveva sentito niente del genere, ma sapeva che stavo gridando tutta la mia agonia guardandola e non potendole dire “stai morendo”. È molto difficile da rendere live, ma continuiamo a farla. E ogni sera è diverso, e poi c’è anche l’aggiunta della morte di mio padre del 2008. E quando entrambi i tuoi genitori non ci sono più, è incredibile quanto ti senti solo al mondo. Mi mancano molto, e mi manca sopratutto non avergli potuto dire tutte le cose che avrei voluto dirgli.

Cosa vorresti dirgli?
È colpa vostra, non mia! (ride) Perché non sono nato in una famiglia benestante? Ma di cosa cazzo stiamo parlando? Fui scambiato alla nascita? (ride) Sono l’erede illegittimo alla corona?

Sarebbe ironico, no?
(ride) Wow. Sarebbe così insopportabilmente divertente.

Nel periodo in cui feci Metal Box nel 1979, hai avuto un’audizione per Quadrophenia. Com’è stata quella esperienza?
Andavo molto d’accordo in quel periodo con Pete Townshend, e ci andrò d’accordo per sempre. Ecco una persona che davvero aiuta altre persone. Non superai l’audizione, ma non importa. Fu comunque una cosa importante il fatto che mi chiese di poter partecipare, e mi sta bene. E presi da lì l’idea dei rullini dei film per Metal Box. In pratica mi diedero la bobina per l’audizione in questo grosso barattolo di metallo. Diamine era fantastico! Non la pensavano uguale quelli dell’etichetta però.

Nel 1979 inoltre, Neil Young rilasciò My My, Hey Hey (Out of the Blue) che parlava di te. Hai provato anche ad averlo al tuo show Rotten TV, ma non credo che gli abbia mai detto cosa pensavi della canzone.
Beh, ho sempre amato la musica di Neil Young, quindi sai, wow. Uno dei miei album preferiti di sempre è Zuma del 1975. È così vicino al collasso! (ride). Mi è sempre piaciuto il mood e i toni che metteva nelle sue canzoni quindi, diciamo, il resto viene da sè.

ODIO E RABBIA POSSONO ESSERE MEZZI MOLTO UTILI

«Questa è la storia di Johnny Rotten»
Esilarante! Vorrei sapere di cosa parla. «The king is gone but not forgotten?» King? (ride) Gone? (ride) Beh, questo in qualche modo gli ha fatto risistemare la carriera.

Hai messo insieme alcuni dei musicisti più impressionanti, includendo Ginger Baker e Steve Vai per il rilascio di Album nel 1986. Perché non gli hai messi nei crediti?
Prima di tutto lo chiamiamo “Album Album”. Non volevo essere maleducato verso nessuno, ecco perché non ho inserito nessun credito. Non volevo che nessuno si potesse sentire più in alto rispetto a qualcun’altro.

Scrivi anche che la label era la più sorpresa in assoluto a scoprire i nomi di chi ne faceva parte.
Sì, dopo che mi mollarono. (ride) Uova in faccia! Ma ecco che cos’è: la mancanza di lungimiranza delle grosse label è sempre stata allarmante. Ma mi manca la loro presenza, il che è abbastanza strano, perché alla fine c’era qualcosa per lo sviluppo degli artisti. C’erano dei lati positivi.

Quindi ti piaceva essere parte di una major label?
No, mi hanno ostacolato, ma grazie a quegli ostacoli ho trovato grande conforto e gioia (ride). Non sono un tipo che si siede e si chiede “Qual è il punto di tutto ciò?” Per citare Shakespeare, “Sorrido in faccia alle avversità.” A volte ti serve un po di avversità, è un mezzo utile, come la rabbia.

Hai dedicato una buona porzione del tuo libro a tua moglie, Nora. Qual è il tuo segreto per una relazione di lunga durata?
Delle ottime litigate. E nessun segreto. Basta dire le cose come stanno, chiaro e tondo. A volte è scioccante e doloroso ma alla fine è come siamo, e finiamo sempre per ridere. È un urlo che calza a pennello e ti porta a ridere istericamente. Quanto può essere assurda una lite. A dire il vero, quanto può essere piacevole e rinfrescante. Quell’odio e rabbia possono essere mezzi molto utili. Mentre la rabbia repressa e l’aggressione e compiacersi per delle colpe, quella è la strada che ti porta alla rovina.

Tornando alla musica, verso la fine del libro scrivi “La cosa che odio di più di ciò che faccio è dover dare retta all’influenza che ho avuto.” Pensi che il punk si sia bloccato?
È quasi come l’incubo di un appendiabiti. Tante band sono un po’ come degli appendiabiti: prova a mettere una giacca di pelle su un appendiabiti e stai lì, in fissa. E non mi piacciono comunque la rigidità o le uniformi. Per me il punk era tutto. Prendevamo tutto e avevamo tutto e condividevamo con il mondo, non ci isolavamo.

Ho sempre creduto che la tua visione del punk fosse individuale.
Sì. E il tesoro di quattro o cinque individui in una band è l’abilità di riuscire a combaciare e trovare un terreno comune. Quello è incredibilmente gratificante, assieme al fatto di non perdere comunque la propria individualità, almeno fin quando funziona. Quando una cosa smette di funzionare, ti fermi, e vai oltre. Non metterti comodo.

Ti piacciono i Green Day?

Tante band hanno rifatto Anarchy in the U.K. col passare degli anni, specialmente le band metal americane come Megadeth e Motley Crue. Pensi che l’abbiano capita?
Non credo che abbiano fatto di meglio rispetto all’originale, e non credo nemmeno che sia perché la reputo così preziosa per me. Comunque senti, in ogni caso l’heavy metal ci capiva abbastanza. Anche se i loro fan erano infastiditi dalla nostra musica, alle band piacevamo. E sicuramente è tutto ciò che conta alla fine.

Ti piacciono i Green Day?
No, non sono mai stato un loro fan, semplicemente non li capisco. Penso che siano una versione più piccola di qualcosa di più profondo e che aveva molto più significato. E per quanto mi riguarda, a livello di band, non avevano molto significato. Erano un mélange. Sono più vicini a Billy Idol rispetto che a me.

Quest’anno sono entrati a far parte della Rock and Roll Hall of Fame
Davvero? Beh non ci sono dubbi che se la siano meritata (ride) Mi prudono le mani (ride). Non sono d’accordo con questo genere di cose, quindi non saprei.

Hai dedicato il libro all’integrità. Qual è la bugia peggiore che hai mai sentito su te stesso?
Che tutto quel che sto facendo è una specie di scherzo elaborato e praticato nei confronti dell’umanità. Un po’ di anni fa ci furono degli articoli da parte della stampa britannica che pensava stessi ridendo a loro spese. Non è proprio così. E sarebbe una risata molto costosa in quel caso. Ho investito la mia vita intera in questo, per non parlare dei miei soldi. Tutto va ai PiL. Tutto. È il centro del mio universo e lo amo e lo adoro, e non lo farei mai diventare qualcosa di corrotto. Sto facendo tutto ciò che è nelle mie forze per mantenere un certo tipo di purezza, quindi che integrità sia.

Non sembri avere uno stile di vita facoltoso.
Sarei semplicemente troppo annoiato. Chi cazzo ha bisogno di una Lamborghini se puoi avere una Volvo? Non ho bisogno di fare quel tipo di impressione. Non si può dire che Mr. Rotten sia una somma dei suoi averi, non sarei io. Potete ritrovarmi nella mia musica.

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