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John Lydon, forever punk

Il sole della California non gli ha fatto passare né la voglia di incazzarsi né quella di fare musica. L'ex Sex Pistols ci ha invitati a casa per farci ascoltare, tra birre e sigarette, il nuovo disco dei suoi P.I.L.

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Mezzogiorno, sole a picco, “convertible” scappellata giapponese (Mazda Miata, 1997), capelli al vento (i piu fedeli al Bioscalin) e Una vita da mediano di Ligabue a palla, nello stereo. Pacific Coast Highway californiana, esattamente come l’avete sempre sognata. Una lingua d’asfalto infinita che taglia in due il panorama idilliaco, dove il blu cobalto dell’Oceano Pacifico, le onde e le tavole dei surfisti da un lato, si mischiano con una palette di bianchi-beige-panna-salmonella di bikini, pareo e tute sportive degli abitanti di Malibu County, dove non mancano l’abbronzatura dorata e le recenti iniezioni di botox di centinaia di fighe yankee che serpeggiano lungo Nobu – l’imperatore del sushi – e i classici Starbucks che costellano Malibu Beach, Zuma, Point Dume, Leo Carrillo ed El Matador, fino a… la mia destinazione.

HERE I AM JOHNNY, mentre digito il codice segreto (non posso svelarlo, ma è un insieme di tutti gli scudetti vinti dall’Inter e dei gol segnati da Spillo Altobelli in Nazionale) ed entro nel compound alternativo di piccoli cottage nascosti alla strada. Non faccio tempo a entrare che vengo apostrofato: «You Roberto, da WOP [Without Official Paper] from RS Italy?» mentre mi passa una Corona, la prima di molte che berremo. «Ho vissuto in Italia, a Roma, negli anni ‘80, ho girato L’assassino dei poliziotti, un film con Harvey Keitel diretto da Roberto Faenza. Sarebbe stato bello parlare italiano, ho sempre odiato viaggiare ed essere scambiato per un turista del cazzo.» Così esordisce John Lydon in arte Johnny Rotten, king of punk, mente dei P.I.L. – Public Image Ltd. – gruppo nato dalle ceneri degli infami e iconici Sex Pistols, cool lad che ama parlare, discutere, ruttare e filosofare sull’arte dell’individuo.

Punk per me significa progredire

«Di quel viaggio in Italia mi colpì il vostro stile, per voi i vestiti sono importanti anche se in modo diverso rispetto a noi inglesi, per noi lo stile definisce un’identità culturale. Teds, punks, mods, skinheads, rockers, tutti con il proprio look originale. Peccato che per i ragazzi di oggi siano diventate uniformi, per noi riflettevano un disagio sociale, vestirsi in modo diverso significava esprimere le proprie idee, combattere le istituzioni, eravamo la voce della classe operaia. Punk per me significa progredire, evolvere in continuazione, continuare a esprimere il nostro malcontento contro le corporation e i coglioni come Donald Trump, un cacciatore d’oro razzista che rispetta solo chi ha soldi. Peccato che tutti quelli che ha non se li potrà portare nella bloody tomba!»

Capello corto giallo paglia, con sfumatura-sfregio alta arancione – «non c’è tinta che io non abbia provato su di me» – stesso sguardo psicotico alienato e ossessivo che aveva quando urlava God Save the Queen, canzone provocatoria nonché affronto, trasgressione e violazione del significato intrinseco di monarchia inglese, per cui ha rischiato seriamente – con seduta speciale del Parlamento – di marcire in galera per il reato di tradimento e offesa alla Regina. Se sapete, bravi, se non sapete, informatevi, stiamo parlando di storia della musica. Dalla cucina ci spostiamo in salotto, cuscini e quadri ovunque, qualche maschera africana e la doverosa bandiera e gagliardetto ARSENAL FC.

«John, due parole sull’album, please…».
«MUST BUY…», seguito da «Wanna bloody listen it with me, right bloody now?».

«Fucking A, yeah. I’d love 2!». Cosa pensavate rispondessi io?
«Tieni conto che è ancora un rough mix», mi dice. «Ho sputtanato il mio record player più bello, prendi ‘sto filo, fammi connettere le casse a quell’altro…». E qui siamo in piena fantascienza, Johnny Rotten che mi porge cavi, altoparlante e casse… mentre mi guardo in giro, nella sua casa di Malibu, in occasione del suo nuovo album, il decimo inciso con i P.I.L., dal titolo What the World Needs Now…

«Ho messo i tre puntini nel titolo, perché sto facendo una domanda, tocca agli ascoltatori trovare la risposta più adatta. La copertina l’ho disegnata io, rappresenta una bambola kachina, quella della tribù indiana americana degli Hopi, il cui spirito porta buone notizie. Per me il mondo è molto diverso da come lo vedono quelle persone che non aspettano altro che uccidersi a vicenda a causa delle proprie differenze. Per me è proprio l’individualità che ci rende completi, diciamo che il disegno è una dichiarazione antireligiosa, perfetta per questo album».

Parte la musica, volume a palla, per parlarsi bisogna davvero urlare… e sto ballando insieme a Mr. Pistols. «Il primo pezzo, Double Trouble, è anche il singolo, nato da una discussione con mia moglie Nora dopo che si è rotto un cesso in casa. Stiamo insieme da 35 anni, ci siamo conosciuti tramite amici a uno dei primi eventi dopo un concerto dei Pistols. Le avevano detto che ero una persona orribile e lei era curiosa di conoscermi. La nostra prima conversazione è finita subito in litigio, è così che mi ha sedotto. È stato amore a prima vista. Litighiamo spesso e volentieri, forse è per questo che siamo sposati da così tanti anni: siamo onesti, non nascondiamo mai niente, ci diciamo tutto quello che pensiamo, ecco perché Double Trouble, perché è così che si vive una relazione sana, litigando. Il pezzo l’ho scritto di botto, dopo che mi è passata l’incazzatura sono andato in studio e l’ho registrato… molto spontaneo».

È così che scrivi le canzoni? «A volte le sogno. Sul comodino di fianco al letto ho sempre blocco, penna, registratore, spesso mi sveglio e prendo appunti, ho sognato molte canzoni in questo modo, è un momento bellissimo, il tuo cervello lavora per te, mai contro».

Cosa rappresenta per te la musica? «È un buon modo per studiare la natura umana, per esprimere dei sentimenti, per inviare dei messaggi. Come diceva Sid, le regole sono fatte per essere trasgredite. Il punk è sempre stato un modo per ribellarsi contro le ingiustizie sociali, per esprimere le frustrazioni contro le istituzioni, ecco perché se ti sei mai sentito represso sei un punk. Anche il rap inizialmente è nato così. Il soggetto più interessante che uso per scrivere canzoni è la realtà della natura umana: mai giudicare, solo osservare. Ho sempre amato la musica, i miei avevano un vasta collezione di vinili e ogni fine settimana organizzavano delle piccole feste musicali per pochi amici. È stato lì che ho imparato a fare il dj, amavo mettere dischi. Mi è sempre piaciuto scrivere e cantare, ma siccome frequentavo una scuola cattolica e avevo paura di avere un contatto diretto con i preti – non sono un fan di molestatori di bambini! – ho sempre fatto credere a tutti di essere stonatissimo».

L’UNICA COSA CHE FANNO I MUSICISTI DI OGGI È METTERSI IN BIKINI, INDOSSARE GIOIELLI
E MOSTRARE IL CULO


La musica di oggi può ancora essere la voce di un cambiamento sociale? «La voce della ribellione è sempre stata quella dei giovani, ma non so se sia ancora vero. Noi vecchietti siamo ancora attivi perché, al contrario dei ragazzi di oggi che hanno sempre avuto tutto senza fare nessuno sforzo, noi ci siamo dovuti fare il culo e sbatterci per ottenere la nostra libertà. Quando non devi combattere contro le ingiustizie, non hai niente contro cui ribellarti. L’unica cosa che fanno molti musicisti di oggi è mettersi in bikini, indossare gioielli e mostrare il culo. Dove sono finiti mistero, profondità di contenuti e intelligenza? È una cultura unidimensionale. Ecco perché ho scritto il pezzo su Bettie Page, che oltre a essere la prima stripper è stata una paladina contro la censura, e adesso che sono appena diventato cittadino americano ho deciso di dedicarle il mio opus. Nel pezzo cito anche Robert Mapplethorpe, un altro che ha dovuto subire abusi assurdi».

Anger Is an Energy: My Life Uncensored. È il titolo del tuo memoire di oltre 500 pagine. Perché hai voluto pubblicare la storia della tua vita? «Perché, dopo aver letto una montagna di cazzate per anni, ho voluto raccontare la mia versione ufficiale. Racconto anche tanti aspetti dolorosi della mia vita privata, come quando mi sono ammalato di meningite. Avevo 7 anni, e dopo febbre e svenimenti sono finito in coma per qualche mese. Quando mi sono risvegliato, avevo perso la memoria, non sapevo più chi ero, non riconoscevo i miei genitori, non sapevo parlare, né camminare. Avevo perso TUTTO. Quando mi hanno fatto uscire dall’ospedale, ho seguito i miei genitori a casa, ma prima di ricordarmi CHI FOSSERO sono passati 4 anni. Vivevo con degli sconosciuti, ho dovuto imparare a fidarmi di loro. Tutta la situazione mi rendeva rabbioso, incazzato, ma loro non mi hanno mai permesso di autocommiserarmi, anzi fomentavano la mia rabbia, ecco perché anger is an energy, la rabbia è un’energia che mi ha aiutato a non farmi impazzire. Sono arrivato a un punto della vita dove, per progredire, ho bisogno di non avere segreti, avevo bisogno di cambiare pelle. Ecco perché ho scritto questo pezzo che si intitola Whole Life Time, dove racconto di come ho ritrovato la memoria».

Come hai conosciuto Sid? «Sono sempre stato molto precoce, ho iniziato a leggere e scrivere a 4 anni, a scuola mi annoiavo spesso, gli altri non erano al mio livello, anche se dopo la malattia ho avuto un sacco di problemi. Frequentavo una scuola cattolica, ero mancino e le suore pensavano che fossi posseduto dal demonio. Fui ostracizzato, poi espulso e trasferito a Stoke Newington, a Hackney, una scuola frequentata solo da bambini con seri problemi. Fu lì che incontrai Sid».

Uno accanto all’altro, domande, risposte… terza birra, quarta sigaretta… proprio io che ho smesso di fumare 7 anni fa.

Non odio nessuno, odiare
un essere umano significa odiare
se stessi

Per chi voti alle prossime elezioni? «Ho supportato Obama sin dall’inizio, anche perché ha aiutato a focalizzare il problema razziale che esiste ancora in questo Paese. Purtroppo negli States ci sono ancora tanti pecoroni repubblicani senza speranza, bigotti che detestano chi non è come loro, che cercano solo di segregarci, di uccidere l’immaginazione, la poesia. Sono senza speranza, è impossibile aiutarli solo scrivendo canzoni. Ecco perché ho scritto Corporate, il decimo pezzo dell’album».

E questi quadri (indicando la stanza) li hai dipinti tu? «Sì, quando non scrivo, registro o sono in tour, ho bisogno di esprimere la mia creatività in qualche modo, e quindi dipingo. Mi piace dipingere la natura, non nel senso agricolo del termine, la natura come espressione di vita. Non vivo una vita tosata, curata, sono molto random in tutto quello che faccio. Credo nella teoria naturale del caos. A differenza della mia musica, la mia arte non la vendo, ma la regalo».

Anche a me? «No, non ci conosciamo ancora così bene, ho bisogno di sapere se posso fidarmi di te. Ho imparato a diffidare delle persone, credo sia il risultato di anni di pressione dovuta alla notorietà. Quando sei famoso, pensi che la gente ti rispetti perché canti una delle loro canzoni preferite, che tutti ti vogliano bene. Invece ho scoperto che la maggior parte della gente mi odia, che sono gelosi di me, del mio successo, dei miei soldi. Non ho bisogno di negatività nella mia vita. Sono fortunato di essere ancora vivo, di svegliarmi ogni giorno e scrivere canzoni. Non odio nessuno, odiare un essere umano significa odiare se stessi. Le mie parole sono le mie pallottole, molto meglio di qualsiasi pistola. Anche perché, una volta scritte, restano».

Niente quadro, ma lo vedo prendere un pennarello e autografarmi una cravatta bianco latte, stile anni ’70 à la Sonny Corleone. Chi aveva detto che John Lydon è scortese e bastardo?

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di settembre.
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