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John Legend: «Se Trump verrà rieletto sarà la fine della democrazia»

Il musicista racconta il nuovo album 'Bigger Love', l'influenza di Nat "King" Cole, cosa pensa del movimento Black Lives Matter e perché continuerà ad avere speranza nel futuro, con o senza Trump

John Legend

Foto: Jason Bahr/Getty Images for SeriesFest

Il nuovo album di John Legend, Bigger Love, è una raccolta di canzoni d’amore per adulti, con dolci tocchi di produzione R&B su quasi ogni traccia. Ci sono anche momenti sorprendenti come la ballad Wild, a metà tra Coldplay e Kings of Leon, e l’ibrido trap/doo-wop Ooh Laa. In definitiva sarebbe stato l’album perfetto per una nazione in quarantena, ma è finito per uscire nel bel mezzo delle proteste di Black Lives Matter. «Gli album richiedono un po’ di tempo», dice l’artista, «e passa anche un po’ di tempo tra lo scriverlo e il pubblicarlo. Quindi non puoi mai essere sicuro del contesto in cui lo pubblicherai. Ma eccoci qui. Siamo fuori in questo momento».

Quest’album tocca anche temi politici. Never Break potrebbe parlare di una relazione così come di qualcosa più ampio, giusto?
Sì, nella mia testa doveva parlare di entrambe le cose. Potrebbe parlare di una copia che decide di stare insieme in un periodo turbolento. Ma penso che parli più che altro della resilienza umana. Uno dei membri del mio team ritiene che sia un’ode alla nostra democrazia, che parli del fatto che possiamo superare anche queste sfide.

Se parla della nostra democrazia, sei sicuro che sia vero che non ci spezzeremo mai?
No! Sono ottimista di natura, ma se Trump verrà rieletto non avremo più la nostra democrazia per come la conosciamo. Ha già passato ogni possibile segno.

Da tempo sostieni la necessità di riformare il sistema giudiziario. Cosa ti sorprende – se ti sorprende qualcosa – del recente movimento di protesta?
Sono fiducioso, perché vedo che la conversazione sul tema sta facendo passi da gigante rispetto a dov’era prima. In parte è per la grandezza e la diversità della folla nelle strade, che protesta per la giustizia e afferma che le vite dei neri contano – ho visto persino un senatore repubblicano dirlo. Si stanno creando le condizioni per un vero cambiamento.

Molti bianchi sembrano aver capito solo negli ultimi mesi che la polizia tratta i neri in modo diverso. È difficile non chiedersi come mai ci sia voluto così tanto.
Sì, è frustrante perché i neri dicono queste cose da un sacco di tempo. Ma i video fanno una grandissima differenza. E i bianchi hanno sempre avuto buone ragioni per fidarsi della polizia, perché la polizia li ha quasi sempre trattati bene. Quindi è difficile anche per loro realizzare che noi vediamo la polizia in modo completamente diverso, perché abbiamo subito brutalità e ingiustizie nel corso degli anni.

Tu sei uno dei pochissimi artisti di oggi che considerano Nat “King” Cole un modello. Cosa significa lui per te?
L’ho scoperto tramite mio padre – c’era qualcosa nel suo modo di cantare, nel suo modo di suonare il piano, che mi pareva bellissimo. Crescendo ho scoperto che anche uno dei miei musicisti preferiti, Marvin Gaye, lo considerava un maestro. A volte mi immaginavo di condurre un programma tv come quello di Nat, con la musica e le discussioni e la comicità. Quando Chrissy Teigen e io facciamo i nostri speciali di Natale, ad esempio, nella mia testa io penso a Nat “King” Cole.

Nel nuovo album si sente il tocco di Raphael Saadiq. Cosa vuol dire esattamente “produttore esecutivo” in questo caso?
Mi aiuta a decidere quali canzoni mettere nell’album e in che ordine. E quando alla traccia serve qualcosa, lui mi aiuta. A volte è lui che suona personalmente il basso o la chitarra, altre è lui che chiama un batterista che gli piace e gli fa aggiungere qualcosa. Ha suonato nella traccia prodotta da Charlie Puth, per esempio, e l’ha resa un po’ più funk. E poi ha suonato in Slow Cooker. Ed è stato sempre lui a dirmi di chiamare Gary Clark. Quindi ci sono tutti questi piccoli tocchi che migliorano le canzoni.

Tu hai saltato due classi e hai cominciato il liceo da giovanissimo. Come ha influito questa cosa su di te come artista?
Ero un nerd. Ero lento a fare amicizia, non ci sapevo fare con le ragazze. Ero sempre indietro e puoi capire perché: sono entrato al liceo che avevo 12 anni mentre gli altri ne avevano 14. Ma alla fine mi sono messo in pari. L’unica cosa su cui non ero timido era il fatto che sapevo cantare. Gli altri se ne sono accorti e la musica mi ha aperto una porta.

Kanye West è stato molto importante per la tua carriera. Cosa pensi di quello che gli sta succedendo politicamente?
Ho sentito che voleva organizzare una marcia a Chicago. Questo è uno sviluppo interessante, staremo a vedere. La mia esperienza con lui è stata che all’inizio non era per niente politico. Abbiamo parlato molto, specialmente di musica ma anche di vita e di donne. Ma non abbiamo mai parlato di politica. Ha fatto alcune delle cose più importanti e belle che siano uscite dall’industria musicale negli ultimi 15 anni. L’altro giorno stavo parlando dei Grammy e una delle cose assurde di questi tempi è che Kanye non ha mai vinto un Grammy per l’album dell’anno. Ed è assurdo che non l’abbia mai vinto nemmeno Beyoncé.

Questa intervista è stata tradotta da Rolling Stone US.

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