John Legend è tornato. Non che sia mai andato chissà dove, anzi. Anche solo perché a 47 anni ha già inanellato una serie di brani che sono diventati classici, che sentite in radio ma pure ai matrimoni. Un’operazione che spesso è riservata solo a gente con i capelli più grigi. Forse quelli della sua generazione sono gli ultimi a esserci riusciti, chi lo sa. Intanto ha 10 album all’attivo, tra cui chiaramente uno – pazzesco – di Natale, e oggi ne esce un altro.
Il primo disco usciva nel 2004, più di venti anni fa. Con Get Lifted era diventato in un attimo uno dei nuovi esponenti del neo soul. Negli anni poi le cose si sono allargate, Legend ha giocato con il pop e con l’elettronica nel disco Evolver, ha vinto un Oscar per Glory! (feat. Common) dalla colonna sonora di Selma di Ava DuVernay. Ma la lista di cose che ha fatto è lunghissima. È un EGOT (ha vinto almeno un Emmy, un Grammy, un Oscar e un Tony Award), ha fatto concerti in giro per il mondo, è stato giudice a The Voice negli States e soprattutto non ha mai e poi mai staccato le mani dal suo pianoforte. D’altronde è partito da lì. Forse non tutti sanno che fu chiamato, giovanissimo, a suonare il piano in quel capolavoro di Everything Is Everything di Lauryn Hill.
Ora però siamo nel 2026, e Legend aveva bisogno di fare qualcosa di nuovo. Ancora. Proprio per questo l’anno scorso è volato a Parigi per registrare questo disco, Muse, insieme al suo amico Pharrell Williams. Nello studio di registrazione dentro l’headquarter di Louis Vuitton, Legend ha scritto un album che suona come un album di John Legend ma che alla produzione ha un twist che solo Pharrell poteva dargli. Lo chiamiamo pochi giorni prima della release, lui si trova a casa sua, a Los Angeles. Dietro di lui splende una vetrina con decine e decine di premi. Mentre chiacchieriamo, a un certo punto suo figlio entra nella stanza, gli chiede qualcosa e se ne va. Perché puoi vincere tutti i premi del mondo ma se sei papà prima di tutto sei papà.
Partiamo dal titolo. Perché Muse? Chi sono state le tue muse, quando hai iniziato ad ascoltare musica?
Ho preso ispirazione da lavori che amo, penso a gente come Nina Simone, Nat King Cole, Marvin Gaye. Volevamo fare qualcosa che celebrasse la musica, l’arte. Ma questo disco celebra anche la musica live, l’orchestra, i fiati.
Sento sempre chiaramente le melodie di John Legend, ma sotto sento hip hop, afrobeat. Che lavoro avete fatto?
È iniziato tutto con Pharrell che aveva prodotto una traccia che ho cantato nell’ultimo disco dei Clipse, Birds Don’t Sing.
Poi che è successo?
Quella era stata una collaborazione da remoto. Io ho registrato la mia parte a LA, il resto era stato fatto a Parigi. Ma è stato un anticipo di quello che avremmo potuto fare insieme. Poi un giorno mi ha chiamato, così dal nulla.
Per dirti di fare un disco insieme?
Sì. Non mi aspettavo per niente quella chiamata. Lui era a Parigi, io in America. Mi ha chiamato alle 5 del mattino, tanto per lui era pomeriggio.
Comodissimo.
Sì! (Ride) Mi ha detto che voleva fare un disco insieme, che era stato ispirato dalla mia voce. E io ovviamente ero felicissimo di lavorare con lui. Un mese dopo ero a Parigi anche io, abbiamo iniziato così. Prima abbiamo scritto Daylight, poi le altre tracce. Facevo su e giù da Parigi appena potevo.
Cosa è riuscito a tirare fuori da te?
Principalmente il diverso utilizzo delle voci. Una delle cose che mi ha incoraggiato a fare è a essere colloquiale nel modo in cui interpretavo alcune canzoni, quasi come se stessi parlando. Mi ha dato un sacco di feedback, mi ha spinto verso qualcosa di nuovo. È stato molto, molto importante.
Che poi è quello che fa un buon producer, no?
Esattamente, spingerti un po’ più in là. Io ho spesso prodotto miei vocals, faccio dischi da vent’anni. Quindi è bello avere idee da qualcuno di diverso che ti possa incoraggiare a fare cose che magari da solo non faresti.
Muse è un disco molto cinematografico. Mi sembra perfetto per una soundtrack, tipo film di spie. Ci hai pensato mentre ci lavoravi?
Sì, è un po’ come se avessimo scritto un film nella nostra testa.
Ci sono tracce che hanno decisamente quel mood. Penso a Doing me. Ma anche la copertina lo è.
Abbiamo scelto un grande fotografo. Quando lavori con Pharrell lavori con un sacco di gente brava, in questo caso Will Welch. Ma devo nominare anche Paul Hunter che ha diretto i video.
Hai vissuto un po’ Parigi o sei sempre stato chiuso in studio?
Chiaro, mi godo sempre la città quando sono lì. Posto incredibile. Anche creare lì, che grande opportunità.
Come trovi ispirazione dopo vent’anni e più?
Fare cose nuove, sempre. Sembra scontato ma è l’unico modo. Non avevo mai lavorato così con Pharrell, l’ho fatto. Allo stesso tempo sto lavorando a un nuovo musical che sta per uscire. Cerco di mantenermi attivo, di conoscere gente nuova con cui provare cose nuove.
In effetti nella lista delle cose fatte hai: televisione, produzione, recitazione, giudice di talent show, hai fatto pure un disco per bambini.
Anche quello è stato molto bello, sai? Non avevo mai fatto un disco per bambini e non avevo mai lavorato con Sufjan Stevens. Ne sono stato felicissimo. In un certo senso è nato anche dal lavoro al musical Imitation of Life: scriverlo mi ha fatto venire voglia di fare musica per bambini.
Ok la musica per bambini, ma pure la musica per i grandi: ci pensi che migliaia di persone si sposano con All Of Me come sottofondo? Io stesso sono stato ad almeno 3 matrimoni in cui c’era quel pezzo al primo ballo o al taglio della torta.
È una cosa incredibile, sì. Ne sono estremamente grato. Ma non solo per quello.
Per cosa?
Per la vita che ho avuto finora. Milioni di fan in tutto il mondo, la mia famiglia, il fatto che posso viaggiare. Ci penso spesso. Allo stesso tempo continuo a spingere!
In effetti non avevo mai parlato con un EGOT prima.
Guarda qua (si gira e ci fa vedere una teca piena di premi, nda).
Quanti sono?
Ah, non saprei. Abbiamo 13 Grammy, otto sono qua gli altri nello studio, poi quattro Emmy. Poi c’è l’Oscar, il Tony.
Quell’Oscar per la colonna sonora di Selma che significato ha?
Enorme. Abbiamo cercato di onorare quello che Martin Luther King ha fatto per i diritti civili negli Stati Uniti. Il suo lavoro, il suo impatto. Ed è successo mentre le persone marciavano per le strade dell’America, gridando Black Lives Matter come risposta all’assassinio di Michael Brown. Un momento non solo per onorare il passato ma anche per connetterci con quello che stava succedendo in quel momento. Poi, quando ci siamo esibiti agli Oscar, di fronte alla replica dell’Edmund Pettus Bridge, con il mondo che guardava, beh, è stato uno dei momenti più emozionanti della mia carriera.
A proposito di carriera. Rispetto a quando hai iniziato tu è cambiato tutto. Possiamo dire che vieni da un’altra epoca. Come vivi questa roba dei numeri dei social?
Mah, se ci pensi i numeri sono sempre contati. Solo che adesso sono numeri diversi.
So true.
Prima la gente contava i CD venduti, i passaggi radio, quelle cose lì. Quindi, sì, i numeri son sempre contati. Io non sono mai stato uno di quegli artisti che esce e fa boom, diretto al numero uno. Sono sempre stato un po’ uno slowburner. Credo che però questo mi abbia permesso di durare più a lungo e di costruire una carriera solida e sostenibile. Non si trattava tanto di sfornare hit istantanee, ma di fare musica che durasse. Forse non ho avuto il successo che hanno avuto alcuni colleghi, ma credo questo mi abbia permesso di avere una carriera più lunga.
Sta per finire il tempo. So che vieni spesso in Italia. Ti sei pure sposato sul lago di Como, no?
Oh, sì, ci siamo stati proprio di recente. Ad agosto siamo tornati sul lago di Como con tutta la famiglia. Abbiamo trascorso le vacanze in quella zona, ma anche in Toscana, nel Sud Italia, a Roma.
Quindi sei praticamente italiano, ormai.
Sì, amiamo molto anche Venezia. Siamo stati in Italia tantissime volte. Amiamo la cultura, il cibo. Le persone sono sempre così accoglienti con noi. Continueremo a tornarci spesso.
Tornerai anche in tour?
Sì, assolutamente. Ci sarà un tour per Muse.
Ultima domanda: il tuo album di Natale è un classico. Ma quali sono gli album di Natale che ascolta John Legend? Dato che ci avviciniamo al periodo.
Ascoltiamo il mio anche noi! (ride). Ma ascoltiamo anche tanto Mariah Carey e Stevie Wonder. E poi Motown Christmas Collection, e anche l’album di Sia. Pazzesco. «Snowflake, I’ll Catch You Toniiight» (si mette a cantare, ndr). Adoro quella canzone. Poi This Christmas di Donny Hathaway. Cose così.
Hai anche fatto una canzone con Mariah, giusto?
Certo, si chiama When Christmas Comes. È stato pazzesco.
Non stentiamo a crederlo.
















