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John Grant: «L’idea che l’arte si trasferisca online mi spaventa»

Voleva dedicarsi al nuovo disco, ma l’attacco a Capitol Hill l’ha convinto a pubblicare ‘The Only Baby’, un singolo su quel che non va in America. Qui racconta il suo punto di vista su attualità, musica, pandemia

John Grant

Foto: Jim Bennett/FilmMagic

«Ciao a tutti, sono così turbato nel vedere come stanno andando le cose negli Stati Uniti e nel mondo che ho deciso di pubblicare questa canzone». Il 15 gennaio John Grant ha annunciato così l’uscita del singolo The Only Baby, accompagnato da un video montato dal suo amico di vecchia data Casey Raymond. Il prossimo album del songwriter di Denver dovrebbe vedere la luce a giugno. «È ancora presto per parlarne», dice lui dal suo appartamento a Reykjavík, dove vive da tempo e dove lo abbiamo raggiunto telefonicamente. Così si è conversato d’altro: di attualità, di politica, di cultura e naturalmente della pandemia che sta mettendo così a dura prova il mondo della musica.

«Sono contento di essere in Islanda, in questo periodo si sta meglio in luoghi dove non c’è troppa gente», afferma Grant, classe 1968, che dopo quattro dischi solisti e sei con la sua vecchia band, The Czars, con questo brano scritto l’estate scorsa – malinconico mix di voce, piano e synth – torna allo stile di Glacier per osservare come Donald Trump fosse «l’unico figlio» che un sistema come quello americano poteva produrre. «Non era nei miei programmi pubblicarlo adesso, ma quanto successo a Capitol Hill mi ha fatto cambiare idea».

Che cosa hai pensato lo scorso 6 gennaio, quando hai visto le immagini dell’assalto al Campidoglio americano?
Che è grave ci sia stato bisogno di un mostro come Trump perché certi problemi del sistema politico statunitense – problemi che erano lì da molto, moltissimo tempo – venissero a galla. Non ero sorpreso: quando Trump fu eletto nel 2016 sapevo che si sarebbe arrivati a qualcosa del genere, perché mi aspettavo che avrebbe dato voce ai suprematisti bianchi. Ero consapevole che per lui l’unica cosa importante fosse il consenso e che quel consenso lo avrebbe cercato ovunque, anche tra le fila di gruppi della destra estrema. Cosa che in effetti ha fatto, da narcisista e arrogante qual è.

Ora il presidente è Joe Biden, ma c’è chi sostiene che senza quell’assalto Trump avrebbe avuto ancora qualche chance di tentare la rielezione tra quattro anni. Tu che ne pensi?
Può essere. Ho sentito tanti sostenere questa cosa, ossia che è un bene che sia accaduto quel che è accaduto, e sono abbastanza d’accordo: un accadimento del genere può risvegliare le coscienze e di questo gli americani hanno sempre bisogno. Negli Stati Uniti non c’è mai stato tutto questo coinvolgimento nella politica, ma qualcosa in questi ultimi quattro anni è cambiato e forse adesso ancora di più: è una buona cosa.

Al di là di Trump, The Only Baby è più in generale un attacco al capitalismo e all’imperialismo a stelle e strisce, o sbaglio?
No, è vero, c’è questa componente. Se siamo arrivati fino a questo punto è perché ormai tutto è basato sul potere delle grandi multinazionali, potere che queste società utilizzano per condizionare i governi. E questo avviene con tutti gli schieramenti politici, che si tratti dei Democratici o dei Repubblicani cambia poco. Le Big Tech, i giganti del settore alimentare, le grandi compagnie farmaceutiche… Nessuna di queste realtà ha interesse a modificare lo status quo che permette loro di fare un mucchio di soldi. Sia chiaro, non sto dicendo che la vittoria di Biden non servirà a nulla, perlomeno con lui ci siamo tolti di mezzo certe derive fasciste e razziste, si ritornerà a parlare di diritti civili. Ma questo non dovrebbe distrarci dalla questione principale: se tutto continua a rimanere nelle mani dei giganti dell’economia e della finanza non faremo molti passi avanti in termini di uguaglianza sociale.

Intanto il Covid-19 ha accelerato l’adozione del digitale in tutti i settori e se in alcuni ambiti questo può essere un vantaggio, non lo è affatto per la cultura, per il cinema, il teatro, la musica.
Già, e non è pensabile che l’arte in qualsiasi forma si trasferisca online, è un’idea che mi spaventa. Nella mia casa qui a Reykjavík ho migliaia di libri, di film, ho tutto ciò che mi serve per fare musica, potrei vivere tra queste mura godendomi le mie passioni, ma non funziona così. Uno dei miei film preferiti in assoluto è Il ladro di orchidee di Spike Jonze, scritto da Charlie Kaufman, e non dimenticherò mai il giorno in cui l’ho visto al cinema: ci andai da solo, di pomeriggio, e fu emozionante. Ciò che sto per dire sembrerà stupido, ma il punto è che prima dell’arrivo del coronavirus non è che la società fosse migliore, però almeno era possibile immergersi in altri mondi, in qualunque momento, senza pensieri. A tal proposito avrei un altro ricordo…

Ti va di condividerlo?
Riguarda un piccolo cinema di Denver, l’Esquire, all’interno di un edificio con una bella facciata art déco, un posto splendido dove nel 1984 ho visto Stop Making Sense, il film concerto dei Talking Heads. Ebbene, un giorno di tanti anni fa ci sono passato davanti, era autunno, le foglie degli alberi erano colorate, piovigginava, c’era vento, e ho visto che di lì a poco sarebbe iniziato Nettoyage à sec della regista lussemburghese Anne Fontaine: senza pensarci due volte sono entrato e così, per caso, ho scoperto un film sorprendente. È questo che mi manca, quel tipo di momenti inaspettati e quasi da sogno.

Guardare un film sul divano di casa non lascia ricordi così potenti e in grado di ispirarci, è questo che intendi?
Esatto. Senza contare che spesso per pigrizia si finisce per vedere i film sul computer, a letto… La verità è che l’isolamento cui siamo obbligati in questo momento non fa che rafforzare l’individualismo e anche se molti parlano dell’importanza di amare se stessi, di prendersi cura di sé, a me sembra che ciò di cui ci si prende sempre più cura sia l’immagine, il modo in cui ci si presenta agli altri. È giusto volersi bene, ma c’è qualcosa di malato nel farlo in maniera così narcisistica, nel costruire una narrazione di sé basata sull’apparenza, su fotografie ritoccate con filtri che nascondono la stanchezza e la vecchiaia. Dovremmo, invece, nutrire il bambino che c’è in noi, apprezzare ciò che ancora abbiamo – due gambe con cui muoverci, due occhi con cui guardare, due orecchie con cui ascoltare – e non rinchiuderci in noi stessi, ma continuare a dare valore alla comunità di cui facciamo parte. Altrimenti finiremo per perdere del tutto il contatto con la realtà.

Poterci relazionare solo con chi già ci conosce è un limite enorme in tal senso, non credi?
Eccome! È importante avere un fidanzato, una famiglia, degli amici con cui confidarci, ma per definire davvero l’idea di ciò che siamo e di ciò che vogliamo essere il confronto con gli estranei è essenziale. Sai, l’elemento sorpresa, è questo che ci manca adesso.

È ciò che rende così entusiasmanti anche i concerti, quello stare in mezzo a una folla di persone che non conosci, ma che condividono la tua stessa passione. Che cosa ti manca di quella dimensione?
Sicuramente l’interazione con gli altri, ma anche il poter cantare su un palco davanti a un pubblico. Perché mi viene difficile cantare da solo, per me stesso. A volte lo faccio, giusto per tenermi allenato, ogni tanto anche solo per verificare che la mia voce sia ancora lì. Spero davvero di poter tornare in tour presto, eventualmente anche con il pubblico contingentato e con le mascherine: meglio che niente.

Quando hai annunciato il nuovo singolo The Only Baby hai scritto: “Provo tanta rabbia e sì, odio nei confronti di manipolatori, bulli, narcisisti, sociopatici e psicopatici, la destra fascista cristiana e ovviamente T**** e tutti coloro che permettono e continuano a fare tutto nel nome di Gesù e/o Hitler”. Dichiarazione forte, ti avranno insultato in molti, immagino.
Molti hanno capito il senso del mio messaggio, ma naturalmente molti altri mi hanno detto che sono io il fascista che non permette la libera espressione di tutti. Peccato ci sia un equivoco in questo modo di vedere le cose: non possiamo tollerare l’intolleranza come fosse una mera opinione, perché non è un’opinione. Chi negli Stati Uniti sostiene che il risultato delle elezioni non è valido… Voglio dire, questo non è un punto di vista, questo è fascismo, è ideologia dell’intolleranza. E io non sto censurando le opinioni di questi soggetti, ma i loro comportamenti criminali.

Ma il tuo nuovo disco sarà così politico?
Non del tutto. È ispirato a un ragazzino che un giorno di tanti anni fa mi disse di stare attento perché il mondo là fuori non sarebbe stato gentile con me. Lo ha fatto per avvertirmi, in modo che mi preparassi, perché aveva capito che ero molto sensibile: non l’ho mai dimenticato. Credo fosse il 1978 o il ’79, il disco parte da lì, dentro c’è molta nostalgia, c’è una riflessione sulla mascolinità tossica e sui danni che può provocare quell’idea di uomo come macho che non deve emozionarsi mai, specie quando inserita nell’ambito di un’educazione cattolica come quella che ho ricevuto io. Che cosa vuol dire essere un uomo? Che cosa significa essere adulti? Che cosa amare ed essere amati? Le domande di fondo dell’album sono queste e se c’è qualcosa che possiamo fare durante questa pandemia è rifletterci su o, come direbbero i Depeche Mode, “enjoy the silence” e cercare di capire cosa pensiamo esattamente rispetto a questi argomenti.

In Islanda come sta andando con i contagi?
Meglio che altrove, ma è difficile capire come comportarsi. Per esempio, hanno diviso alcune caffetterie in due parti, in modo da far andare un numero limitato di persone in ciascuna, ma non ha senso, cosa vuoi che importi al virus che tu divida un locale in due? Se poi penso che l’altra sera sono andato in un bar ed era pieno di gente senza mascherina… Sull’isola adesso abbiamo pochi casi, sembra tutto sotto controllo, ma basta poco perché aumentino e la sensazione è che la gente non si renda conto. Personalmente esco il meno possibile e sto molto attento, ma è un incubo questa situazione e oltretutto mi dispiace davvero tanto per i lavoratori della musica, tecnici, fonici… Anch’io potrei trovarmi a corto di soldi in futuro, ma almeno posso pubblicare brani e dischi, loro invece sono proprio fermi, non hanno lavoro.

Nel corso della tua carriera sei stato molto onesto, hai parlato apertamente della tua omosessualità e confessato di essere sieropositivo. Come mai?
Perché si tratta di argomenti che vengono ingiustamente trattati in maniera sensazionalista. Non c’è niente di anormale nell’essere gay, eppure ancora oggi i diritti degli omosessuali sono in discussione. So che molti giovani sono contrari al coming out perché l’orientamento sessuale non deve interessare a nessuno e in un certo senso hanno ragione, li capisco, del resto hanno un background differente dalle persone della mia età. Al tempo stesso, però, sono convinto ci sia ancora bisogno di farsi sentire su questi temi, perché l’omofobia è ancora diffusa, perché se chiedi a uno di uscire con te rischi ancora di essere picchiato. E non vorrei nemmeno si facesse inconsapevolmente il gioco della Russia, dove l’omosessualità non è più illegale dal 1993, ma dove quella che viene chiamata “propaganda gay” è vietata, perché contraria ai valori della famiglia tradizionale. Non dico, però, che tutti debbano fare come me, ognuno ha la sua storia personale. Se io ho avuto bisogno di aprirmi è perché nell’ambiente dove sono cresciuto mi dicevano che essere gay è un peccato, una vergogna, e a un certo punto ho sentito l’esigenza di ribellarmi a questa ottusità.

Nel lanciare il nuovo singolo hai anche dichiarato – non senza ironia – che sai di dover calmare la rabbia che certe derive politiche ti provocano e che magari potresti provare con lo yoga. Lo hai fatto?
No, o meglio, avevo già provato in passato, ma mi sono sempre imbattuto in insegnanti che con le loro posture incredibili mi facevano vergognare della mia forma fisica inducendomi al suicidio (ride). Di qui il mio tweet carico di humor nero. Ma chissà, magari riproverò.

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