

Foto: Scott Dudelson/Getty Images for Red Light Management and Live Nation
Caldo e sole a picco a Malibu. Mi dirigo verso nord sulla strada che costeggia il Pacifico; oggi non ci sono onde, l’oceano è una scintillante lastra di vetro. Lascio alle spalle la spiaggia di Zuma, ancora pochi minuti e ci sono, il cancello di casa è aperto, John Densmore mi viene incontro. Jeans, t-shirt e ciabattina obbligatoria per un local della zona, il batterista dei Doors offre pop-corn e acqua di cocco. La sua naturalezza fa sì che mi senta a mio agio in un istante, eppure so che davanti a me c’è un musicista fuori dall’ordinario, perché ditemi: quanti artisti conoscete che per difendere la propria integrità hanno rinunciato a 15 milioni di dollari, arrivando persino a denunciare gli altri membri della band per provare il proprio punto?
Parlo della lunga battaglia legale iniziata da Densmore agli inizi dei 2000 (puntigliosamente documentata nel suo libro The Doors Unhinged) intesa a fermare gli altri membri dei Doors, il tastierista Ray Mankarek e il chitarrista Robby Krieger, non solo dal vendere l’iconica Break on Through (To the Other Side) a una pubblicità di auto di lusso, ma anche dall’andare in tour con il nome The Doors of the 21st Century quando Jim Morrison era morto e sepolto da un pezzo. «La prima volta che ho incontrato Jim, ho creduto fosse molto timido», ricorda Densmore, «non sembrava certo un Mick Jagger, ma dopo aver letto i suoi testi ho pensato: geniali. Questa è fucking poesia, ci sto! Ci sento un ritmo».
Così funziona la mente musicale del batterista: «Dal fraseggio del testo, io capisco cosa devo fare». Ecco spiegata la collaborazione che non ti aspetti: No Country for Old Men, il nuovo album realizzato insieme a Chuck D dei Public Enemy, in uscita il 15 aprile per il Record Store Day. Insieme sono i doPE, una crasi tra i nomi dei due storici gruppi americani (in slang dope significa sia “figo” che “droga”). C’è tanto di Densmore nel sound dei Doors, dalla passione per il jazz condivisa con Manzarek, al sentirsi slegato da ogni regola fino a contaminare pezzi rock con ritmi latini, mambo, bossa nova; invenzioni audaci per la scena degli anni ’60. Con i nuovi brani dei doPE, il rapper newyorkese vuole rendere omaggio alla band di Jim Morrison attraverso citazioni più e meno esplicite. «Chuck ammira la musica dei Doors e io ammiro quella dei Public Enemy. Lui è un creativo a tutto tondo, per il nostro disco ha realizzato dei disegni splendidi e si è inventato un logo che fondesse le due band».
Dal suo preistorico computer portatile, tappezzato di sticker raffiguranti funghetti magici, Densmore mi fa ascoltare in anteprima l’ispirato singolo dei doPE Every Tick Tick Tick. Sono diversi i momenti, nel corso della conversazione, in cui lo sento perdersi dentro ritmi e parole: tiene il tempo battendo le mani sul tavolo mentre recita versi di poeti contemporanei. E resto gioiosamente ipnotizzata dalla sua performance privata, live dal giardino in Malibu, tra gufi e uccellini sugli alberi come spettatori…
Con Chuck D vi siete conosciuti proprio a un Record Store Day nel 2014 ma il vostro album esce solo quest’anno, qual è stata la gestazione?
Le cose belle richiedono tempo. Con Chuck ci siamo subito presi in simpatia ma è solo da un paio d’anni che ci siamo messi a lavorare sulle canzoni. Con i Doors mettevo molto bocca negli arrangiamenti e nell’ordine dei pezzi ed è stato fantastico starmene un po’ più zitto nel progetto dei doPE. Chuck mi spediva i suoi scioglilingua e io aggiungevo i miei beat in un ping pong creativo. Per il brano che dà titolo all’album, ricordo che lui stava impiegando un po’ troppo tempo a restituirmelo con la sua voce, così mi sono buttato e ho scritto un mio rap. Lui poi mi ha stupito costruendoci un altro rap intorno.
È la prima volta che ti lanci in un disco come performer vocale?
Sì ed ero molto spaventato perché se la voce di Chuck sembra quella di Barry White, la mia sembra quella di Pee-wee Herman. Ma Bruce Botnick, ingegnere del suono anche dei Doors, mi ha dato il coraggio e i giusti toni di basso per poter stare vicino alla voce di Chuck. E poi avevo dei versi che continuavano a ronzarmi in testa. Nonostante i libri e tutti gli altri articoli che via via ho scritto, ci è voluto tempo per credere che potessi comporre testi, tutti i miei tentativi passati pensavo fossero scarsi e non ho mai avuto il coraggio di pubblicarli. Ora invece ci sto prendendo gusto, dunque chissà, forse ne scriverò altri. Dopotutto i testi delle canzoni vanno trattati come poesie. Jim era così bravo a comporli che abbiamo dovuto formare i Doors per dar voce ai suoi versi.

Oltre ai tuoi testi, nel disco dei doPE ti sentiamo anche recitare poesie di altri autori…
Negli ultimi tempi mi sono divertito ad accompagnare con semplici percussioni testi che mi sembrano potenti, ne ho registrati diversi e un paio li ho inseriti in quest’album (comincia a battere sul tavolo e a recitare The Bones of My Father di Etheridge Knight, nda). Non credi sia meravigliosa? Etheridge era un poeta afro-americano degli anni ’60 e l’aveva scritta quando si trovava in prigione. Va letta come metafora: stiamo tutti cercando le ossa di un padre, ovvero figure di riferimento che ci sappiano guidare con saggezza. Con la mia ex moglie avevamo anche realizzato due documentari su quanto fosse terribile e criminale il sistema di giustizia e abbiamo lanciato un programma per insegnare batteria in prigione. Era molto terapeutico e funzionava, deve essere per questo che l’hanno interrotto.
Il tuo stile sembra integrare diversi generi con una certa organicità…
Sono stato fortunato a innamorarmi del pianoforte quando avevo 8 anni, ma poiché volevo suonare nell’orchestra sono passato ai rulli di batteria. Andavo matto per il jazz e ho le basi per suonare qualsiasi cosa, per dire, mi sento a mio agio anche con Gustavo Dudamel che dirige la Filarmonica di Los Angeles.
Comunque nessuno si aspettava i doPE…
Eppure la musica nera è stata molto importante nella mia formazione, ho visto suonare dal vivo il batterista di John Coltrane e quello di Miles Davis che a loro volta erano influenzati dal blues. Anche artisti come Sly Stone hanno avuto un peso enorme sia per me che per Chuck.
Cosa si intende con il titolo No Country for Old Men?
È un’idea di Chuck, bisognerebbe chiedere a lui… Ma il filo comune dell’album è che un old man, ovvero un saggio, dovrebbe essere qualcuno che guarda oltre, diverse generazioni avanti, e si preoccupa soprattutto dei giovani che stanno crescendo. La realtà purtroppo è diversa. Negli anni ’60 i politici ci hanno mentito sulla guerra in Vietnam, non ci fidavano affatto di loro, io sono quasi stato arruolato. E cavolo, oggi sta succedendo la stessa cosa, ci stanno arrivando parecchie balle da chi sta al potere.
Se negli anni ’60 volevate rompere le regole con la musica, oggi la sensazione è che certe regole non esistono più, fosse solo per il modo in cui si possono realizzare collaborazioni artistiche trasversali come i doPE, non credi?
Un tempo le musiche erano separate: c’erano una stazione radio che suonava solo rock, un’altra solo musica nera o country, ecc. Oggi quando mi chiedono che musica ascolto, la mia risposta preferita è: qualsiasi musica che non sia in inglese. Dunque sì, mi piace quel Bad Bunny: anche se non riesci a capire tutto quello che dice, puoi comunque avvertire un sentimento, sentire nelle viscere il ritmo di salsa o beat africani. Per questo considero Gustavo Dudamel un genio, perché conosce sia i Led Zeppelin che la salsa, ma dirige Beethoven. Quando mi vede backstage mi dice: «Juan! Mahler è heavy metal!». E mi canticchia la melodia della sinfonia che ha appena diretto come se fosse un riff degli AC/DC. Il punto è che bisogna rimanere aperti ed è quello che sto facendo, mi nutro di tutto. Tutto ciò che mi piace, s’intende.
È spettato a te il compito di biografo ufficiale dei Doors, ne è uscito un best seller…
Quando l’ho scritto avevo dubbi, non pensavo di essere uno scrittore, sapevo di essere un musicista. Da qualche parte mi sono appuntato questa cosa: la lunghezza di una frase è una questione musicale, se è corta è percussiva, se è lunga è melodica, se si trascina troppo, allora meglio tagliarla in fase di revisione. Per la biografia dei Doors avevo provato a lavorare con un ghost writer, ma non ero contento del risultato, non scorreva bene, non riuscivo a sentire la mia voce dunque mi ci sono messo d’impegno finché nella scrittura ho trovato una nuova via creativa. È sempre la strada che conta, non il traguardo.

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images
Ho trovato molto interessante il tuo libro Unhinged sulla battaglia legale contro gli altri Doors. In fin dei conti ti sei battuto per noi fan, per lasciarci un buon ricordo.
Vuoi dire che non ti sarebbe piaciuto ascoltare Break on Through abbinata a un deodorante? Oppure Love Me Two Times, amami due volte, perché ho appena preso il Viagra? Tra l’altro quel pezzo Bobby (Robbie Krieger, nda) l’aveva scritto sul Vietnam, amami due volte perché sto andando in guerra, era il testo implicito. John Scheinfeld, che ha scritto anche il film U.S.A. contro John Lennon, è interessato a ricavare un documentario da Unhinged, sta cercando i finanziamenti.
Cosa ti ha spinto a voler difendere la musica dei Doors dalle pubblicità fino a denunciare i tuoi compagni?
Capisco se lo fa un nuovo gruppo che comincia da zero e deve pagarsi l’affitto ma noi eravamo in una situazione ben diversa. Ricordavo quella volta in cui Jim era andato fuori di testa perché avevamo anche solo considerato di vendere Light My Fire alla Buick, che voleva trasformare il testo in Come On Buick Light My Fire. Jim disse: «Ok, facciamolo, poi però vado in televisione a distruggere quella cazzo di automobile così diventa una pubblicità ancora più bella». L’ho interpretato come un no. Tra l’altro non l’aveva nemmeno scritto lui quel pezzo, era di Bobby, ma Jim voleva difendere il nostro intero catalogo (piccola nota: la casa dove Krieger ha scritto Light My Fire è stata rasa al suolo dagli incendi nei Palisades del gennaio 2025, «tutta colpa di quel pezzo, non avrei mai dovuto scriverlo», ha detto il chitarrista in tono ironico a Densmore, nda).
Confesso che come fan dei Beatles mi ha infastidita sentire durante le Olimpiadi invernali All Together Now come sottofondo di una pubblicità di una grande multinazionale…
Evidentemente i Beatles hanno bisogno di soldi! Scherzi a parte, il punto è… Prima che portassi i miei compagni in una aula di tribunale, avevo chiesto a Bobby e Ray a cosa gli sarebbero serviti tutti quei soldi. Abbiamo già belle case e qualche automobile, gli ho chisto, cos’altro volete? C’è stato il silenzio. E in quel silenzio ho avuto la mia risposta.
Preservare la memoria di testo con significati profondi è importante. Ma perché eri contrario anche a un tour di Manzarek e Krieger con il nome di Doors se comunque non avresti preso parte? Quando nel 2002 Ian Asbury, frontman dei Cult, ha preso il posto di Jim, indossando persino i suoi mitici pantaloni di pelle, non c’eri tu seduto dietro la batteria.
Io lo chiamavo il Jimitator.
Appunto. Quando i Doors of the 20th Century si esibivano con il loro Jimitator, tu non cJimitatoreri, e un fan le nota queste cose, la tua integrità era preservata. Un po’ come John Deacon dei Queen che non ha mai voluto prendere parte a quei tristi concerti dei Queen post Freddie Mercury.
Ehi, forse dovrei chiamare John Deacon e chiedergli di formare una band, potremmo chiamarci: The Deniers (i negatori o negazionisti, nda). Scherzi a parte, la faccenda non è così semplice, perché io capisco il ragionamento dei fan: Jim non c’è e non tornerà mai più, ma almeno possiamo vedere Manzarek e Krieger. Ma per me i Rolling Stones senza Mick Jagger oppure i Police senza Sting non hanno senso. Tutto ciò che chiedevo ai miei compagni era di scegliersi un nome diverso, chiamatevi membri fondatori o qualcos’altro, ma non Doors perché quelli sono Jim, Ray, Robby, John e basta. È solo una questione di soldi, non puoi avere limousine e grandi arene senza usare quel nome. E credimi, ero combattuto, ma non ne ho potuto fare a meno. Avere un grande pubblico è una cosa meravigliosa, ma penso che l’apice della carriera dei Doors sia stato quando siamo passati a esibirci dai club alle sale da concerto. È stato allora che ho pensato: oddio, possiamo davvero vivere di questo? Stiamo decollando? Wow! Al tempo speravo di pagarci l’affitto per 10 anni ed eccomi qui, ho 81 anni e sto ancora parlando di questa fucking band.
La battaglia legale è stata violenta, Manzarek e Krieger hanno provato a contro-denunciarti per l’esorbitante cifra di 40 milioni di dollari, ci sono state accuse molto pesanti…
Hanno provato ad additarmi come terrorista che finanziava Al-Qaida. È stata una mossa da retorica trumpiana, proveniente direttamente dalla bocca del mio caro amico Ray. E non potevo dire nulla, dovevo starmene zitto perché se mostri qualche emozione in fase di processo, possono usarla contro di te.
Eppure oggi ogni volta che ti sento parlare di Manzarek è in toni molto gentili…
Musicalmente Ray è stato un vero fratello. Lui suonava le parti di basso con la mano sinistra della tastiera e si sa che la sezione ritmica, basso e batteria, deve essere in piena sintonia, e grazie a Dio noi lo eravamo. Ma purtroppo Ray è stato morso da quello che chiamo il virus dell’avidità che scorre in tutti noi. Anche io ho avuto momenti in cui mi sono sentito le mani tremare quando ho deciso di donare ogni anno in beneficenza il 10% della mia parte di proventi dei Doors, un’idea copiata a John Lennon. Soprattutto quando è uscito il film di Oliver Stone e abbiamo cominciato a guadagnare cifre enormi e mi trovavo a firmare questi assegni stellari per beneficenza. Ho sentito il virus ammonirmi: ehi, cosa diavolo stai facendo, sei matto?! Io che puntavo il dito contro i milionari, stavo diventando uno di loro?
Non è da tutti fare scelte del genere, anzi è da nessuno…
Come ho scritto nel libro, i soldi sono come un fertilizzante, quando li accumuli puzzano, ma se li spargi in giro, puoi far crescere belle cose.

Foto: Michael Ochs Archives/Getty Images
Hai fatto pace con Manzarek prima che morisse?
Grazie a Dio sì. L’ho chiamato e mi ha risposto subito, cosa non scontata visti gli eventi. Non abbiamo detto nulla della battaglia legale, parlammo piuttosto del suo cancro, di come stessero lui e sua moglie, frasi affettuose e cose del genere. Al tempo non sapeva che ci avrebbe lasciato in pochi mesi, voleva andare in Germania per provare delle cure alternative.
Hai scritto che non riuscivi a liberarti dello spirito di Jim, è un’immagine molto forte…
Perché essere in una band è un po’ come essere sposati e io ci credo nell’istituzione del matrimonio: mi sono sposato quattro volte! Abbiamo passato tanto tempo insieme con i Doors e se uno passa nell’altra dimensione, è normale che io lo sogni spesso.
Ma nei sogni, Jim, portava per te un messaggio chiaro?
Jim dava molta importanza ai suoi versi. Aveva un talento. Non sapeva come scrivere una canzone o suonarla, ma pensava a melodie per ricordare i versi e le cantava a cappella. E potevano essere composizioni complicate, non solo per le parole, ma anche dal punto di vista melodico. Pensa a un brano come The Crystal Ship, è molto sofisticato, non è un blues normale. lui ce la cantava e noi dovevamo lavorarci su per farla funzionare. Per questo avevamo deciso di firmare ciascun brano come Doors, di dividere equamente i proventi e di dare a ciascuno il diritto di veto: se anche solo un membro avesse votato contro una decisione, allora non si poteva proseguire. Ma a volte capita di cambiare idea, penso al mio “no” a Jay-Z quando anni fa voleva utilizzare la nostra Five to One in un suo brano (si riferisce a Takeover pubblicato nel 2001, nda). Pensavo che l’hip hop fosse roba per misogini, ma poi Jay-Z mi ha scritto una lettera spiegando per filo e per segno come attraverso i suoi testi, lui cercava di combattere il potere, proprio come i Doors facevano un tempo. È stato solo allora che ho capito che l’hip hop era una forma d’arte.
E il cerchio si chiude con la tua collaborazione con i Public Enemy, autori di Fight the Power. Apprezzo la tua imprevedibilità creativa, in passato ti ho anche sentito suonare nel progetto Tribal Jazz con Cristina Berio, figlia di Luciano. Su cosa altro stai lavorando al momento?
Ho pronto un intero album di percussioni e poesia, simile ai due brani incisi per i doPE. Ma non so ancora quando uscirà. Sarà una specie di new age, tipo yoga, stramba, eccentrica.