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John Carpenter, la rockstar gentile

Il più grande ‘Master of Horror’ vivente, autore di cult come ‘Halloween’ e ‘La cosa’, esce col terzo capitolo dell’elettro-opera ‘Lost Themes’. Un progetto di famiglia che lo riporta dentro i suoi luoghi oscuri

Un ritratto di John Carpenter

Foto press

«La musica che creo con mio figlio Cody (entrambi i Carpenter ai sintetizzatori, nda) e il mio figlioccio Daniel Davies (alle chitarre, nda) è la colonna sonora che abbiamo nelle nostre teste. Il sottotitolo del nuovo album Alive After Death – anche titolo del pezzo d’apertura – suona bene: l’auspicio è che la nostra creatività e l’arte continuino a vivere anche dopo la nostra morte». A parlarci al telefono dalla sua casa di Los Angeles è John Howard Carpenter, ovvero il più grande “Master of Horror” vivente del cinema americano. Autore di pietre miliari del genere come Halloween (1978), 1997: Fuga da New York (1981), La cosa (1982), Grosso guaio a Chinatown (1986)… L’elenco sarebbe pressoché infinito.

Carpenter ha compiuto da poco 73 anni, e pare abbia ancora l’entusiasmo di un ragazzino. Di agé ha solo la voce un po’ rauca, da cowboy d’altri tempi. «La mia fortuna è “crescere” circondato da giovani e attorniato da ragazzi talentuosi e dalla vitalità contagiosa». Da sempre anche musicista (sue quasi tutte le colonne sonore dei film che ha firmato), da diversi anni è lontano dai set (dal 2010, anno di The Ward). Il 5 febbraio esce il suo nuovo album, Lost Themes III: Alive After Death, terzo capitolo di un progetto musicale nato nel 2015 e nuovo disco in studio, dopo la strepitosa colonna sonora di Halloween (2018) di David Gordon Green, reboot della saga di culto inventata dallo stesso JC. Alive After Death è potente, disturbante, inquietante come il miglior cinema dell’autore americano.

È cambiato molto il tuo modo di creare musica da quando non componi più per i tuoi film?
La mia musica non è molto diversa nei suoni e nelle atmosfere, ma radicalmente differente nel modo in cui trovo ispirazione per quei suoni.

Ovvero?
Quando realizzi musica per i film devi fare i conti con un’immagine reale presente sullo schermo. La musica deve “sostenere” e sorreggere quell’immagine. Ogni suono finisce per completarsi in armonia con le icone visive, il tema e le atmosfere del racconto cinematografico.

E quando componi solo musica?
In quel caso ho una libertà incredibile. Credo sia proprio la libertà creativa a darmi un piacere straordinario. Io, Cody e il chitarrista Daniel Davies (altro figlio d’arte, suo papà è il chitarrista dei Kinks, Dave Davies, nda) abbiamo realizzato però anche la colonna sonora per Halloween di David Gordon Green, e ammetto che anche in quel caso abbiamo in parte improvvisato.

Come funziona il vostro processo creativo in fase di registrazione? Avete un calendario serrato o un approccio più libero e anarchico?
Nessun calendario, nessuna pianificazione. Suoniamo quel che ci viene, quel che sentiamo, c’è tanta improvvisazione e un’estrema libertà. La musica è qualcosa di profondo, immenso e magico, non puoi pianificare nulla.

I titoli dei pezzi – Dripping Blood, Dead Eyes, Vampire’s Touch – come li scegli? Stavolta sembrano calzare perfettamente qualsiasi sequenza di un tuo film.
Spuntano un po’ a caso, man mano che creiamo musica. In realtà non ho una vera idea di come troviamo i titoli dei nostri pezzi…

Sono titoli più cupi dei precedenti Lost Themes. C’è qualche riferimento ai tempi bui in cui viviamo ora?
Non intenzionalmente. Sono titoli scelti in chiave più da fumetto horror che da “horror della realtà” che stiamo attraversando, una realtà davvero spaventosa.

Tra la pandemia e i recenti attacchi a Capitol Hill, diversi artisti e intellettuali – come ad esempio il fumettista francese Joan Sfar – hanno notato come la situazione contemporanea assomigli sempre più a un film di John Carpenter…
(Ride, nda) Trovo che il mondo sia piuttosto incasinato al momento, non so se come le fanta-realtà narrate nei miei film… Speriamo di sbarazzarci al più presto di tanto schifo che sta alterando le nostre vite. Io, al momento, penso soprattutto a sopravvivere, a preservare la mia pellaccia fra le mura di casa.

Nelle pause di registrazione giochi ancora ai videogiochi con tuo figlio Cody?
Certo! Ci sfidiamo costantemente, ma lui è mooolto più forte di me. Anzi, io non vinco proprio mai. Insieme guardiamo anche un sacco di basket NBA in tv. Sono un grande fan dei Golden State Warriors.

In una recente intervista hai dichiarato che Il pianeta proibito (1956) di Fred M. Wilcox è il film che ti ha cambiato la vita, sia cinematograficamente che musicalmente.
La musica del Pianeta proibito è stata la prima “big space opera” e la prima vera colonna sonora elettronica da film. Quando vidi Il pianeta proibito in sala fu un’esperienza formidabile: non avevo mai visto, vissuto, percepito niente di simile. Immagini e musiche capaci di scuotere ogni parte di me. Benché bambino, ricordo di aver detto subito: «Aspettami, Hollywood, arrivo per girare dei film!».

C’è un album di musica o un’opera che hanno avuto altrettanto impatto su di te?
Sicuramente tanta musica classica, difficile trovare una singola sinfonia o un singolo autore. Se proprio devo citare un solo nome dico Bach, perché qualsiasi sua composizione è semplicemente grandiosa.

Tu pubblichi anche fumetti con tua moglie Sandy King, e insieme scoprite molti nuovi talenti e artisti. Sembra che i Carpenter siano una art factory.
Be’, immagino sia un po’ così. Dobbiamo farlo noi, perché Hollywood e il mercato hanno praticamente chiuso le porte alla fantasia. Ci sono tanti bravi sceneggiatori, registi e artisti di talento con buone idee e buone storie, ma solo pochissimi ce la fanno. Noi proviamo a dar loro un’opportunità.

Di recente The Hollywood Reporter ha dato la notizia che tu e tua moglie realizzerete anche un podcast.
Tu non mi crederai, ma non ho la più pallida idea di come sarà. A queste cose pensa soprattutto lei.

L’attore Sam Neill, che hai diretto in Avventure di un uomo invisibile (1992) e nel Seme della follia (1994), una volta ha dichiarato che spesso i registi dei film più spaventosi sono anche le persone più gentili, mettendo il tuo nome in cima alla lista. Come mai secondo te chi fa i film più inquietanti è anche un uomo più gentile?
Forse perché proiettiamo la nostra oscurità e i nostri demoni interiori nelle creature artistiche che creiamo. Probabilmente è un mix di identità, personalità e indole artistica di un certo tipo.

John Carpenter con il chitarrista Daniel Davies (a sinistra) e il figlio Cody (al centro). Foto press

Recentemente hai dichiarato che tornerai a dirigere un film.
Sì, tornerò a fare film un giorno. Per ora mi diverto a far musica. E poi, con questa dannata pandemia, meglio stare al sicuro nelle nostre case… Comunque è vero, tornerò a dirigere. Il cinema resta il mio primo amore, però ho 73 anni, devo stare un po’ tranquillo, non posso più permettermi i ritmi indiavolati di una volta.

Ma se sei una rockstar!
Oh, piantala, sono solo un uomo anziano e il lavoro del regista è sfiancantissimo. Non mi piacciono la pressione e l’eccesso di stress. Di sicuro, però, non mi sono ancora annoiato del cinema e, ripeto, tornerò a farlo quando potrò.

Sei anche produttore esecutivo dei prossimi Halloween Kills (2021) e Halloween Ends (2022). Curerai di nuovo anche le colonne sonore con il tuo trio?
Certo! Non posso dirti molto, ma una cosa posso dirla: Halloween Kills sarà ancora più potente e spaventoso dell’Halloween precedente di David Gordon Green. Sarà uno slasher movie al di là del tempo. David è una persona brillante e ha saputo fare un gran lavoro, ridando vita alla saga.

È vero che Green dirigerà anche un remake-reboot del tuo La cosa (1982) con te come produttore esecutivo?
Non lo so. Non c’è niente di veramente pianificato, ma non si sa mai.

In tanti fanno, hanno rifatto, faranno remake o reboot dei tuoi film: Leigh Whannell dovrebbe dirigere quello di Fuga da New York. Dovessi mai dirigere tu un tuo remake con le nuove tecnologie, quale sceglieresti?
Assolutamente nessuno! Li lascerei tutti esattamente come sono, sono belle creaturine, non potrei mai rimetterci mano.

Ti rivedremo sul palco con la tua band?
Spero proprio di sì: non vedo l’ora di poterlo fare di nuovo…