Home Musica Interviste Musica

Joey Burns: «I Calexico sono multiculturali e multietnici, e ne vado orgoglioso»

Intervistato per il tour italiano con Iron & Wine, il chitarrista ci ha raccontato i 5 giorni in cui è nato 'Years to Burn', il ruolo del folk nell'era dello streaming e perché tutta la grande musica è sempre frutto dell'incontro di culture diverse

Joey Burns dei Calexico sul palco della Triennale di Milano

Foto: Marta Clinco

Quando risponde al telefono, Joey Burns è immerso nell’acqua. Il fondatore dei Calexico è a Gardone Riviera, la bellissima location dell’Anfiteatro del Vittoriale che ospiterà la seconda delle cinque date italiane del tour di Years to Burn – che farà tappa questa sera a Roma (Villa Ada), poi Firenze (25 luglio, Cavea Teatro dell’Opera) e Monforte D’Alba (26 luglio, Monfortinjazz) –, il secondo album firmato Calexico e Iron & Wine a quindici anni dal bell’EP In The Rains. Un disco intimo e ricco di belle canzoni, folk nel senso più puro del termine, registrato in cinque giorni per evitare la tentazione di esagerare con l’editing. Burn sembra felice dei suoi primi giorni in Italia, e quando gli chiedo cosa sia successo, mi racconta del suo pomeriggio a base di strumenti musicali con Asso (Alessandro Stefana), il chitarrista di Vinicio Capossela. «Mi sono sentito come se avessi incontrato un vecchio amico, ma in realtà non l’avevo mai visto», dice. «È stato un pomeriggio profondo, abbiamo parlato di musica tutto il tempo e alla fine è venuto anche al concerto».

Dopo 14 anni siete tornati con Iron & Wine con questo nuovo album (Years to Burn), vi siete sentiti come in una sorta di deja-vù, anche se avete condiviso molte altre esperienze?
Beh, siamo sempre stati in contatto. Abbiamo lavorato su The Shepherd’s Dog di Iron & Wine e poi Sam (Beam, aka Iron&Wine, ndr) ha cantato alcune canzoni dei Calexico e abbiamo anche fatto la cover di Dark Eyes insieme per I’m Not There (di Todd Hayes, 2007), il film su Bob Dylan. La definirei una felice reunion, lo è stata a dicembre per il disco, lo è adesso che siamo in tour. Sono sempre felice di stare insieme e passare il tempo insieme parlando di musica: abbiamo avuto grandi discussioni sugli Steely Dan e sui Big Star (ride). Sam è anche un grande esperto di vino e in un certo senso la produzione artigianale del vino, così come costruire una chitarra da zero o scrivere le canzoni, sono la stessa cosa.

Iron & Wine. Foto: Marta Clinco

Avete registrato tutto in cinque giorni, è stato una scelta di necessità o una decisione artistica?
Penso che Sam preferisca non prendersi troppo tempo per non ossessionarsi con il lavoro. Tutto rimane fresco e istantaneo, cosa che spesso non accade se esageri con l’editing. Il suono resta naturale, come il vino di cui parlavamo prima.

Come funziona il processo di scrittura?
Beh, avevamo 5 giorni (ride), ma c’erano tutti musicisti di talento e sono venute immediatamente bellissime take… questo ci ha dato tempo di sperimentare. Credo che Years to Burn sia il primo lavoro in cui abbiamo canzoni come Outside El Paso. John Convertino voleva fare qualcosa di completamente differente, e dalle sue idee siamo arrivati a quella che è diventata Bitter Sweet Suite. In pratica abbiamo preso la canzone Tennessee Train e abbiamo cominciato a farla a pezzi, reinterpretando ogni parte, l’abbiamo comicamente chiamata Bitter Sweet perché si può sentire che il nostro bassista, Sebastian Stainberg, alla fine dice: “Aaaah, life is bitter sweet”. Ha una voce bellissima, tipo Orson Welles, suona come un attore che viene da un’altra epoca. Le session sono state molto rilassanti, leggere, ed è grazie a questa armonia che siamo riusciti ad arrivare in profondità anche con i testi. Le canzoni parlano di noi individualmente, e scrivendole siamo riusciti a guardarci un po’ indietro. Years to Burn è un disco crudo, non c’è un’enorme strumentazione, e mi piace molto questa sua intimità.

Ti sorprende il fatto che la musica folk, nel suo significato più ampio, sia ancora un linguaggio così recepito?
Penso che alla fine cercheremmo di esprimere le stesse emozioni anche se facessimo elettronica. Più che linguaggi differenti, direi accenti differenti, è successo che noi fossimo associati al folk e suonassimo folk. Sai, ormai in giro ci sono così tanti giovani incredibili che possono fare allo stesso tempo produzione, etichetta e promozione, è affascinante. Proprio l’altro giorno ho visto un video di una bellissima cover di un pezzo di Our Endless Numbered Days di Sam. Mi ha colpito talmente tanto che alla fine gli ho chiesto di suonarlo come facevano in quel video.

Ho visto che spesso hai preso una posizione politica e sei molto attivo: recentemente hai denunciato le politiche anti-migratorie americane, sei al corrente di come è la situazione in Italia? Cosa pensi a riguardo?
Penso che la cosa più importante da ricordare è che siamo umani, e agire in modo umanitario non dovrebbe mai essere un crimine. Dove vivo, in Arizona, c’era “un qualcuno” di nome Scott Warren, un uomo arrestato e incriminato semplicemente perché ha dato cibo e acqua a dei messicani che stavano attraversando il confine. Se non l’avesse fatto, l’alternativa sarebbe stata la morte. Non stava estorcendo soldi, vendendo droga, armi, stava solo cercando di aiutare delle persone che rischiavano la vita. Rimanere umano non può essere un crimine. Ora il Governo sta facendo appello per provar a far tornare in auge il caso. A volte c’è la sensazione che stiamo tornando indietro a dove il mondo è già stato nel passato… Ma quello che sta succedendo non è uno scherzo, e dobbiamo tutti fare qualcosa, in particolare votare e manifestare il nostro dissenso, far valere la nostra opinione.

Foto: Marta Clinco

Perché pensi che ci sia questa disillusione?
Perché le persone pensano di non valere nulla, di non avere potere e di essere inascoltate. Nel peggiore dei casi pensano che ci sarà qualcun altro a risolvergli i problemi, ma beh, quei giorni sono finiti. Penso sia tempo di rimboccarci le maniche e aiutare gli altri… non importa se si tratta di volontariato, attivismo o semplicemente di votare.

I Calexico, poi, sono sempre stati una band multiculturale…
Spesso vengono mostrati continuamente solo i lati negativi dell’integrazione, ma io penso che tutti possano vedere la bellezza e i benefici del multiculturalismo. La diversità è ciò che rende la vita magnifica. Per noi Calexico è un tema ovviamente molto importante, perché siamo sempre stati una band multietnica, quindi viviamo la nostra vita e pensiamo possa essere un esempio. Se ci pensi tutta la musica è sempre stata l’espressione di un incontro fra culture diverse. Nonostante ogni paese e ogni epoca abbiano delle particolarità, il percorso è sempre quello, non esiste mai niente di veramente unico. Si racconta sempre la stessa storia, certo, ma sempre in modo diverso. Ed è questo che rende meravigliosa la musica di Fabrizio De Andrè, Vinicio Capossela, Tom Waits, Nina Simone, Ella Fitzgerald, Billy Holiday, Joan Baez, Bob Dylan, scegli tu.

Leggi anche