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Joel Ross e il jazz come conversazione

Dalle chiese del South Side ai grandi palchi, per il vibrafonista americano che domani sarà a JazzMI la musica non è una questione di ego, ma di comunicazione. Ecco perché «per costruire una band devi scegliere le persone, non gli strumenti»

Foto: Lauren Desberg

Sono almeno due le cose che mi hanno colpito di Joel Ross la prima volta che ho ascoltato KingMaker, il disco d’esordio che nel 2019 l’ha messo sulle mappe degli appassionati del nuovo jazz. La prima è la natura rotonda e accogliente della sua musica, libera da spigoli, esagerazioni free o forzature armoniche. La seconda è l’assenza di ego. Joel Ross suona il vibrafono, ma i suoi dischi – il secondo, Who Are You?, è uscito nel 2020, sempre per Blue Note – non hanno mai l’aria di essere costruiti attorno a un solista. Anzi, il vibrafono sembra essere più il collante che collega ogni suono, privilegiando l’aspetto ritmico o melodico dello strumento a seconda delle necessità.

Intervistandolo, ho capito che questi due aspetti non sono casuali, ma il frutto di un preciso modo di porsi verso la musica e soprattutto verso il ruolo di leader, che Ross ha perfezionato osservando maestri di generazioni diverse (Herbie Hancock, Makaya McCraven) e che ora interpreta con una saggezza impensabile addosso a un venticinquenne. E c’è un’altra cosa impensabile: lui il vibrafono non lo voleva neanche suonare.

Ross è cresciuto nel South Side di Chicago, ha tre sorelle e un fratello, i genitori sono poliziotti. A tre anni, lui e il gemello hanno iniziato a mettere le mani sulla batteria, che hanno suonato nella band di una chiesa, la stessa dove il padre era direttore del coro. Quando Ross aveva dieci anni, lui e il fratello sono entrati nella band della scuola, dove è stato spostato allo xilofono. Poi, dopo un’audizione alla All City band della città, gli hanno proposto di passare al vibrafono. La sua risposta: «non so cosa sia, non voglio».

Per fortuna ha cambiato idea, e quel cambio di strumento è diventato l’inizio di una strada che l’ha portato al Chicago High School for the Arts, al Thelonious Monk Institute e alla fine da Stefan Harris, che l’ha invitato a fare un’audizione per il Brubeck Institute Jazz Quintet della University of the Pacific, in California. È lì che il suo approccio al vibrafono – e alla musica in generale – cambia radicalmente, fino a portarlo a scrivere KingMaker. Un anno dopo esce Who Are You?, che potremo ascoltare dal vivo a JazzMI, che ospiterà Ross e la sua band venerdì 29 ottobre. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda.

Te l’avranno chiesto un milione di volte: come sei arrivato a suonare il vibrafono?
Sì, mi capita spesso (ride). Ho iniziato con la batteria. Ho un fratello gemello e a due o tre anni abbiamo iniziato con lo stesso strumento perché ogni settimana andavamo a suonare in chiesa. Nella nostra famiglia c’era già una persona che suonava le percussioni, così abbiamo iniziato a emularlo. Abbiamo continuato fino a dieci anni, poi siamo entrati nella band della scuola. È lì che ho iniziato a provare lo xilophono, le wind chimes, le campane tubolari e altre percussioni che si suonano con i mallet. Lo stesso anno abbiamo fatto l’audizione per una All City band. Sono gruppi dove si ritrovano gli studenti di varie scuole, si prova insieme e si fa anche qualche concerto. Mio fratello era già un batterista migliore di me e aveva anche l’orecchio assoluto, così l’hanno lasciato sul suo strumento. A me invece hanno proposto il vibrafono. All’inizio non volevo suonarlo, la batteria era e sarà sempre il mio primo amore, ma mio padre e l’insegnante hanno insistito e ho accettato. Poi non ho più smesso.

Il vibrafono è uno strumento sia ritmico che melodico, è difficile trovare l’equilibrio tra questi due aspetti?
In realtà è proprio per questo che oggi lo considero il migliore strumento in assoluto. Amo la batteria e ho sempre sentito una connessione particolare col ritmo, con l’aspetto fisico di chi suona la ritmica. Tutta la musica si costruisce attorno al ritmo. È solo studiando che ho iniziato a scoprire l’armonia… e sono passato al pianoforte. Oggi scrivo usando questi due strumenti, batteria e pianoforte, e il vibrafono è il punto d’incontro perfetto.

In un’intervista hai detto che nella tua band tutti sono batteristi. Che significa?
È una metafora, Thelonious Monk aveva detto qualcosa di simile: tutti sono batteristi perché tutti devono tenere il tempo. Oggi c’è un problema: alcuni musicisti si affidano troppo a basso e batteria, mentre dobbiamo tutti condividere la responsabilità della ritmica. Quando dico che tutti sono batteristi intendo proprio questo. Facendo così possiamo usare il ritmo e manipolarlo in ogni performance.

Hai detto che hai iniziato a suonare in chiesa. In che modo quest’esperienza ha influenzato la tua scrittura e il tuo rapporto col pubblico?
La chiesa delle comunità nere è un’esperienza molto specifica. È da lì che vengono il jazz e molta black music. È un mondo dove la musica ha sempre uno scopo preciso, a volte anche solo creare l’atmosfera giusta per chi va a messa. Io sono cresciuto con quest’idea, continuo a pensarla così: siamo qui a fare musica per uno scopo più grande. Non suono per me stesso, in chiesa nessuno pensa a fare un assolo o a improvvisare. È la mia mentalità, l’ensemble deve collaborare per creare la migliore situazione musicale possibile e dare un sentimento a chi ascolta. Quell’esperienza è una parte fondamentale di come vedo la musica oggi. Per quanto riguarda la composizione… sono cresciuto con un sound: ascoltavo il gospel, l’r&b e la Motown ben prima di scoprire il jazz. Fa parte della mia personalità e viene fuori in maniera naturale, influenza come vedo l’armonia e quello che mi piace o non mi piace suonare.

In effetti nei tuoi dischi c’è poco spazio per gli assolo, è come se la musica fosse una conversazione tra i diversi strumenti…
Sì. Io sono ancora giovane, ma ho imparato che tutti i musicisti di una band sono connessi. La musica è un linguaggio: nella black american music, soprattutto per chi viene dal bebop, si improvvisa molto, e per farlo devi imparare un linguaggio. Quel linguaggio consente ai musicisti di incontrarsi e iniziare una conversazione. Le canzoni sono il tema del discorso, la melodia un modo per assicurarsi che tutti parlino della stessa cosa. Quando sono in un gruppo, voglio che tutti capiscano che non si tratta solo del solista, quello che ha da dire lui non è l’unica cosa importante. Anche perché di solito, durante un assolo ci sono sempre almeno altri due o tre strumenti. Quindi è ovvio che tutti i membri della band devono sempre comunicare. Se sei attento, concentrato, ascolti quello che suonano gli altri, le possibilità diventano infinite. È così che suonare un brano diventa sempre un’esperienza diversa.


Come funziona questa conversazione quando lavori a un disco?
Quando scrivo non ho un processo specifico. Sono costantemente in ascolto. Alcuni musicisti non fanno così, si spengono ed evitano di analizzare tutto. Io no, riesco a godermi la musica e analizzarla allo stesso tempo. Mi ispira tutto: il ritmo della città, i suoni di un cantiere o quelli dei messaggi in aeroporto. Le idee arrivano così, poi mi siedo al pianoforte o alla batteria e inizio a suonare la melodia a ripetizione, così capisco se va sviluppata o se deve diventare qualcosa di diverso. L’obiettivo è fare in modo che ogni brano cresca naturalmente, senza forzarlo. Dev’essere la musica a dirmi cosa vuole diventare.

Foto: Lauren Desberg

Hai suonato con Herbie Hancock, Makaya McCraven e altri grandi musicisti e bandleader. Cosa hai imparato da loro? Quali sono secondo te le qualità essenziali che deve avere chi guida un gruppo?
Ho imparato qualcosa da tutti i musicisti con cui ho suonato. Nel caso di Herbie, ho avuto la fortuna di condividere il palco con lui solo un paio di volte, grazie al Thelonious Monk Institute. Da lui ho imparato come accompagnare, è uno dei migliori della storia. Ha suonato Watermelon Man con una manciata di studenti ed è riuscito comunque a produrre musica incredibile. Da lui ho imparato ad affrontare al meglio ogni possibile situazione musicale, non importa chi hai di fronte. Poi devo citare Marquis Hill, che mi ha insegnato che la potenza non è tutto. Siamo partiti insieme in tour e lui non dà particolari indicazioni musicali, si limita a raccontare la sua visione per ogni brano. Lo stesso si può dire di Makaya. Tutti i grandi leader sanno chi hanno scelto, mi hanno insegnato che per costruire una band bisogna scegliere persone e non strumenti. Ogni musicista ha un modo di suonare, pensare, parlare, arrabbiarsi, di gestire la pressione o gli imprevisti, e il suo modo di essere poi si riflette nella musica.

Ho letto che le canzoni di KingMaker sono ispirate a membri della tua famiglia. C’è un concept o un tema che lega i brani del tuo secondo album, Who Are You?
Prima di tutto devo dire che dopo aver registrato un disco io lo metto da parte e penso subito al successivo, ed è passato un po’ da quando abbiamo fatto Who Are You (ride). Comunque, dopo KingMaker siamo partiti in tour, e abbiamo sfruttato le registrazioni del secondo disco per mostrare quanto fossimo cresciuti come band. L’idea era costruire un disco che fosse come una storia, con i suoi momenti alti e quelli bassi. La prima parte è più legata all’improvvisazione e all’interazione del gruppo, mentre la seconda è decisamente più scritta e basata sulle composizioni. Insieme, queste due parti devono raccontare una storia.

Vartha è il brano che mi ha colpito di più di tutto l’album. C’è una storia dietro?
Sì, è una composizione di Ambrose Akinmusire, un trombettista. Per metterla giù semplice, è una delle mie più grandi ispirazioni. Soprattutto quando si parla di musica contemporanea e improvvisata. L’ho scoperto all’inizio del college e mi sono subito rivisto nella sua musica e anche nella sua storia. È un nero della Bay Area, anche lui è cresciuto suonando in chiesa e adoro il modo in cui compone, il modo in cui suona. Molte delle cose che penso su come dovrebbe essere un musicista vengono dalla mia esperienza con lui, anche se la prima volta che l’ho ascoltato non l’ho capito. È per questo che con la band finiamo sempre per suonare un suo pezzo, è quasi uno scherzo tra di noi. E in Who Are You?, in generale, ci sono diversi pezzi composti da altri artisti. Non è un disco che parla solo di me, ma anche della musica che mi colpisce. King’s Loop, per esempio, sono due o quattro battute che Emily King ha suonato su Instagram durante una diretta e che ho trascritto al volo.

Ultima domanda: chi sarà con te sul palco a JazzMI? Cosa possiamo aspettarci dallo show?
In questo tour ci sarà più o meno la stessa band di Who Are You?, Kanoa Mendenhall al basso, Jeremy Dutton alla batteria, Immanuel Wilkins al sax alto. Kanoa è stata in Giappone nell’ultimo anno e mezzo, è un po’ che non ci incontriamo e ci vedrete mentre ci abituiamo a suonare di nuovo con lei (ride). Ma non vediamo l’ora, siamo felici di ritrovarci e fare di nuovo musica insieme. Sono sicuro che andrà bene, perché sarò con musicisti di cui mi fido.

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