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Joe Satriani: «Non farò concerti davanti allo schermo di un computer»

Il chitarrista spiega perché non ama i livestream (una questione di qualità), racconta il nuovo album ‘Shapeshifting’, spiega che ha capito che il coronavirus era pericoloso grazie ai parenti italiani

Joe Satriani

Foto: RMV/Shutterstock

Il mese scorso Joe Satriani ha posticipato il tour europeo a causa del Covid-19. «Sono stato categorico, dovevamo prendere subito una decisione», dice a Rolling Stone dal suo studio a San Francisco. «Era ovvio. Altri sono troppo spaventati e non vogliono vedere la realtà che abbiamo di fronte».

Il 18 aprile, durante la crisi, il chitarrista ha pubblicato il suo 18esimo album Shapeshifting. Il singolo di lancio è Nineteen Eighty, un pezzo che rimanda ai suoi primi anni nel mondo della musica e all’influenza di Eddie Van Halen.

«È un momento strano per pubblicare un album, ma è il mio lavoro. Non sono un dottore o un infermiere. Sono un musicista, e so cosa devo fare, cioè scrivere musica per la gente. Continuerò a farlo».

Il chitarrista ha raccontato a Rolling Stone com’è stato posticipare il tour e perché non lo vedremo mai in diretta streaming da casa sua.

Come stai gestendo la situazione? 

Ho la fortuna di vivere in una bella città e mi piace stare a casa. Quando non sono in tour in giro per il mondo, sono a casa a scrivere e registrare. Ora sono costretto a farlo. Dovrei essere in giro a suonare, ma mi ritengo fortunato: sto bene, ho un posto dove vivere e roba da mangiare. Ho anche diverse chitarre da suonare, quindi non è poi tanto male.

Com’è stato posticipare il tour? 

Lo abbiamo fatto subito. Sapevo che cosa sarebbe acacduto prima che i Paesi europei se ne accorgessero. Per questo coi miei manager ci siamo occupati subito della cosa, sapevamo che dovevamo posticipare le date perché non c’era modo di garantire la sicurezza della band, della crew e dei fan.

È difficile parlare di queste cose, perché hanno a che fare anche con la relazione tra governi stranieri, proprietari dei locali e promoter. Tu gridi da una parte dell’Oceano Atlantico: “Ehi, voglio cancellare le date perché c’è un problema”. Loro dall’altra parte rispondono: “No, non c’è alcun problema. Se non vieni, ci devi dei soldi”. E finché il governo non gli dice: “Devi chiudere tutto per il bene della salute pubblica”, vanno avanti a gestire gli affari come sempre. E alla fine ognuno dà la colpa all’altro.

Tutti gli artisti – che siano compagnie teatrali o cantautori che suonano nei piccoli club – stanno affrontando lo stesso problema. C’è un protocollo per chi cancella un concerto o un tour. Comunque, non è così importante. La gente ne ha viste di tutti i colori. Una gran confusione. Le persone hanno letto comunicati in cui i concerti venivano posticipati, difficile che abbiano letto la parola “cancellati”.

Io non sono preoccupato più di tanto, noi musicisti siamo abituati ad aspettare. In realtà è quello che facciamo per la maggior parte del tempo. Siamo maestri nell’ammazzare il tempo, nell’aspettare una o due ore prima di suonare. Quindi l’idea di posticipare i concerti per qualche mese, o anno, mi ha fatto pensare: è quello che facciamo sempre, che cambia?

Immagino che ci saranno anche tante questioni da risolvere…

Il settore deve capire un po’ di cose. Non sono preoccupato. Per molta gente sarà difficile, soprattutto per chi organizza concerti. Ma prima di ogni altra cosa viene la salute pubblica. Dobbiamo mettercelo in testa. Dobbiamo restare vivi e non ammalarci, il resto verrà. Siamo abbastanza intelligenti per affrontare le questioni di business.

Se c’è uno tsunami si usa dire che è un problema di forza maggiore, un atto di dio o qualcosa del genere. Tutti alzano le mani e dicono: “Ok, non è colpa di nessuno. Nessuno andrà in tribunale”. Ma se c’è la possibilità di fare causa, di sicuro qualcuno lo farà. A giudicare dalla mia esperienza personale, i promoter con cui ho lavorato per oltre 30 anni si sono presi grossi rischi organizzando i miei tour nei loro Paesi. Sono un chitarrista che suona rock strumentale (ride). Loro ci mettono i soldi e si assumono i rischi. I promoter hanno dipendenti, i locali hanno dipendenti. Chi compra i biglietti e chi li vende meritano lo stesso rispetto.

Ogni tanto penso anche ai miei genitori, che sono nati il secolo scorso. C’era l’influenza spagnola. Sono arrivati in America, sono sopravvissuti a Grande Depressione, Seconda guerra mondiale, Guerra del Vietnam, omicidi, AIDS. E nel mezzo di tutto questo hanno dimostrato grande coraggio e determinazione, hanno cresciuto cinque figli, li hanno amati incondizionatamente, li hanno nutriti, vestiti ed educati. Prendiamo esempio da loro.

Sì, senza dubbio. Sei italoamericano, giusto?
Sì, è così.

Hai parenti a Milano?
A Milano e Como. Sono in isolamento da molto prima di noi, comunichiamo ogni settimana. È per questo che ho subito avvertito tutti quelli che lavorano con me: “Ecco che cosa sta per accadere. Credetemi, succederà”.

Hai ancora dei concerti in programma per la prossima estate. Come finirà? 

Ci hanno chiesto di spiegare al pubblico quali concerti previsti nei prossimi 12 mesi verranno spostati. Aspettiamo conferme dalle parti coinvolte. Tutti i miei amici hanno tour organizzati per i prossimi sei mesi. Sono tutti nella stessa situazione.

Raccontami com’è nato Shapeshifting
Ho iniziato a scrivere poco più di un anno fa, ero tornato dall’ultimo concerto del tour di What Happens Next. Credo fosse a Pune, in India. Sono tornato a casa e ho iniziato a immaginare la mossa successiva. Ho capito che volevo continuare a scrivere musica di tanti generi diversi e sono andato avanti così. Poi, lentamente, ho capito che era necessario avere un approccio in controtendenza.

Invece di decidere a priori il tipo di album che avrei fatto e scrivere le canzoni ed elaborare la tecnica strumentale di conseguenza, ho pensato di fare il contrario. Mi sono detto: e se le canzoni fossero tutte diverse? Se fossi io il fattore del mio stesso cambiamento?

È così che ho scritto quel pezzo, come se fosse la sigla di me stesso, e poi è diventata la title track dell’album. Mi sembrava una scelta naturale. Mi stavo leccando le ferite dopo un tour, riposavo a casa e scrivevo liberamente.

Come hai messo assieme la band?
Ti dico la parte interessante. L’anno scorso ho fatto due tour con il progetto Experience Hendrix. Significa che ero in giro con Doug Pinnick al basso e Kenny Aronoff alla batteria, una mezz’ora selvaggia di Hendrix ogni sera. Era divertente non dover fare o promuovere la mia musica. Si suonava di fronte a un pubblico che conosceva ogni pezzo da quasi 60 anni. È stato liberatorio.

E poi Kenny era pazzesco. Avevamo fatto un tour assieme anni fa, quando ha sostituito Chad Smith nei Chickenfoot. È stato vedendolo suonare tutte le sere che ho capito che era la persona giusta.

Perciò, a metà dell’anno scorso, l’ho invitato a prendere parte del progetto. Chi altri coinvolgere? Mi serviva qualcuno flessibile in studio e m’è venuto in mente Chris Chaney. Qualche anno fa avevamo fatto assieme un disco intitolato Unstoppable Momentum. È un tipo straordinario e un gran musicista, uno con cui è bello stare in studio e suonare. Porta sempre grande musica e vibrazioni positive.

Poi, per puro caso, sono entrato in contatto con il produttore e fonico Jim Scott. Kenny ci aveva fatto una session assieme prima del tour dedicato a Hendrix. L’ho chiamato giusto per testare il suo interesse a lavorare a un disco strumentale molto eclettico.

Nineteen Eighty è ispirata ai Van Halen. Com’è nata?
È una piccola finestra sui miei ricordi di quel periodo. Suono professionalmente da quando avevo 14 anni e sono stato influenzato principalmente da Hendrix. E perciò, quando nei tardi anni ’70 finisco un tour americano con una disco band, sono scontento e disilluso. Vengo in California per stare con le mie sorelle maggiori, passo un po’ di tempo in Giappone, torno a Berkeley, mi convinco che devo lasciare tutto alle spalle e fare qualcosa di nuovo.

E così fondo questa band, gli Squares, tre ragazzi che sulla carta non c’entrano nulla l’uno con l’altro. Jeff Capitelli, batterista straordinario, si è appena diplomato al liceo. Andy Milton è di Cleveland, Ohio e gli piacciono Elvis Presley e le cose rétro. E poi ci sono io, totalmente preso da Hendrix, dalla fusion e dal bebop. Ho una formazione classica e un problema con l’autorità, soprattutto nel campo musicale.

Insomma, in quel momento provo il desiderio che il chitarrismo diventi meno cupo e tetro, ed ecco che piomba sulla scena Eddie Van Halen, uno che con lo strumento si diverte. Era fantastico, sempre sorridente. Non era roba pesante e non era ancora il tempo dello shredding.

Nineteen Eighty ha a che fare col mio stato d’animo di allora, con i pensieri su quel che volevo fare, con il 1980, l’anno in cui ho deciso che sarebbe stato figo essere un po’ più new wave e meno esibizionista con lo strumento. Nineteen Eighty è l’espressione di quelle idee, di quella positività. Mentre registravo mi cade l’occhio su un pedale phaser firmato da Eddie Van Halen che stava per terra nel mio studio. “Lo devo usare”, ho pensato. Quando si dice la sincronicità: stavo scrivendo una canzone sul 1980 ed ecco un pedale che incarna quel sound.

Starai ovviamente a casa durante la promozione del disco. In quale altro modo le cose saranno diverse questa volta?
Bella domanda. Quando mi capita di vedere le celebrità vestite in modo informale mi chiedo il motivo. Stiamo pur sempre parlando di show business, non si ferma mai, è sempre show business. Eppure eccoci qua, costretti a fare interviste da casa senza truccatori, né grandi fotografi e zero assistenti. Non significa, però, che ti devi presentare in pigiama in una stanza mal illuminata. È contro i principi del nostro lavoro.

Sono un musicista, il mio lavoro consiste nel tirare su l’umore persone, far musica che le possa aiutare a stare meglio oppure a commiserarsi. Quindi non ho intenzione di mollare solo perché sono tempi duri. C’è del lavoro da fare. Lavorerò a nuova musica per un altro disco e farò promozione a questo. Se piacerà, bene. Se non piacerà, amen, non è diverso dalle altre occasioni in cui ho pubblicato un disco, a parte il fatto che stiamo vivendo una tragedia incredibile.

Non pensi di fare livestream o qualcosa del genere?
Quando s’è capito in che razza di disastro eravamo finiti ho ricevuto molte richieste, anche divertenti, tipo fare un concerto in streaming. Chi lo chiede pensa agli affari, ma non alla logistica. Fare un concerto in livestream significherebbe mettere assieme la band e questa cosa ovviamente violerebbe le regole vigenti sul restare a casa. Per non dire che la maggior parte dei miei musicisti non vive nemmeno nella stessa città.

Quindi, scordatevelo. E non è una cosa che posso fare da solo, con una webcam e la chitarra. Non sarebbe la stessa cosa. Non dirò mai “Siccome non potete vedermi in un locale, comprate un biglietto su internet”. Non sarebbe giusto.

Finire quest’album in tempo è stata una fortuna. Sarebbe stato devastante – e so che lo è stato per molti altri artisti – avere un progetto finito a metà. Quindi no, non farò un concerto davanti allo schermo di un computer. Sarebbe deludente e comunque abbiamo molti filmati legati all’album. Diamo alla gente roba buona. È quello che avremmo fatto comunque, no?

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