Joe Satriani e lo studio matto e disperatissimo del repertorio di Eddie Van Halen | Rolling Stone Italia
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Joe Satriani e lo studio matto e disperatissimo del repertorio di Eddie Van Halen

Il chitarrista suonerà le parti dei Van Halen (e non solo) in tour con Sammy Hagar, Michael Anthony e Jason Bonham. Qui racconta l’effetto che fa confrontarsi con un genio, con la speranza che David Lee Roth e Alex Van Halen si uniscano alla festa

Joe Satriani e lo studio matto e disperatissimo del repertorio di Eddie Van Halen

Joe Satriani

Foto: Katja Ogrin/Redferns/Getty

Quando nel 1988 Mick Jagger cercava un chitarrista in grado di suonare le parti di Keith Richards, di Brian Jones e di Mick Taylor, ha chiamato Joe Satriani. Anche i Deep Purple hanno scelto Satriani dopo l’uscita dal gruppo di Ritchie Blackmore. E pure Alex Van Halen si è rivolto a lui nel 2022, quando cercava qualcuno in grado di sostituire il fratello Eddie in un ipotetico tour-tributo con David Lee Roth.

La proposta del batterista non è andata oltre lo stadio dell’idea, ma Satriani si è comunque ritrovato a studiare disperatamente le canzoni dei Van Halen. Questo perché Sammy Hagar e Michael Anthony (che già hanno lavorato con Satriani nei Chickenfoot) l’hanno reclutato, insieme al batterista Jason Bonham, per il Best of All Worlds Tour previsto per la prossima estate. L’idea è offrire ai fan una serata di classici dei Van Halen di tutte le epoche, insieme a un’infarinatura di pezzi della prima band di Hagar, i Montrose, canzoni soliste, dei Chickenfoot e del vasto repertorio di Satriani.

Abbiamo sentito il chitarrista via Zoom per parlare della genesi del tour, del suo rapporto coi Van Halen e di come si approccerà al modo di suonare di Eddie.

Raccontami di quando hai ascoltato i Van Halen per la prima volta.
Ero nel mio appartamento, a Berkeley. Avevo in mano la chitarra e mi stavo esercitando di prima mattina. Di solito accendevo la radio, bevevo il caffè e suonavo seguendo qualunque cosa programmassero. All’improvviso, senza alcuna presentazione, è arrivata Eruption. Sono rimasto scioccato, affascinato, esaltato.

Ero strafelice che qualcuno avesse deciso di fare quella roba: ci percepivo tutti gli elementi che facevano parte della mia formazione. In quegli anni avevo la sensazione che la chitarra fosse sotto processo. La gente non faceva che ripetere «suona meno, abbassa il volume, pulisci il suono». E poi è arrivato quel tipo che se ne infischiava e diceva: «E no, farò quel che voglio e ci metterò dentro di tutto».

Ho preso il primo disco dei Van Halen, l’ho portato alle prove e poi a casa di amici: «Dovete sentire cosa combina questo tizio». O lo si amava o lo si odiava. Chi ascoltava i Talking Heads non ne voleva sapere dei Van Halen. Io invece ero affascinato dal modo di suonare di Eddie. Pensavo fosse genio, faceva cose incredibili con la chitarra.

Vorrei chiederti dei concerti del 1988 con Mick Jagger, visto che per la prima volta partecipavi a qualcosa di simile al tour imminente con Hagar. Cos’hai imparato da quell’esperienza?
Non mi aspettavo di avere quell’ingaggio, non suonando io come Brian Jones, Keith Richards o i grandi musicisti che sono stati nei Rolling Stones. Un giorno, durante le prove, ho chiesto a Mick: «Non suono come loro. Cosa vuoi che faccia? Vuoi che provi a imitarli?». E lui: «Lascia stare. Entra nella canzone e suona. Nient’altro». Non voleva che li copiassi, se non mi sentivo davvero di farlo. Quando fai Sympathy for the Devil non puoi levarti dalla testa l’assolo fantastico di Keith Richards. Allora ci giri intorno. Questo ho capito nel 1988: il pubblico diventa molto più ricettivo nei confronti del tuo approccio al brano se citi i momenti più importanti di un pezzo.

Hai mai incontrato Eddie Van Halen?
Solo una volta ed è un peccato. È arrivato in studio verso le 11 del mattino, io stavo lavorando all’album The Extremist, del 1992, con il produttore Andy Johns, che all’epoca collaborava coi Van Halen. Sfortunatamente, proprio in quel momento eravamo alle prese con una canzone che non funzionava e che alla fine ho escluso dal disco. Eddie è arrivato con sigaretta e birra in mano. Ero perso in quel brano e all’improvviso è arrivato uno dei miei eroi. Ci siamo seduti e abbiamo ascoltato la canzone per cinque minuti. Ha fatto un paio di commenti interessanti, poi Andy è entrato nella stanza, l’ha chiamato fuori e sono andati a cacciarsi in qualche guaio. Non ho rivisto Andy per tutto il resto della giornata. È l’unica volta che ho incontrato Eddie.

Quando nel 2008 hai formato i Chickenfoot non avete mai suonato nemmeno una canzone dei Van Halen dal vivo. Perché?
Quando ci siamo trovati tutti insieme per la prima volta, nello studio di Sam, abbiamo iniziato a cazzeggiare facendo delle cover. È così che è nata la band. Non ricordo cosa sia successo, ma a un certo punto tutti si sono guardati in faccia e hanno detto: «Sapete una cosa? Niente pezzi delle nostre band, niente Chili Peppers, niente Van Halen, niente Surfing with the Alien. Dovremmo fare come l’altra sera, a Las Vegas», cioè suonare gli Zeppelin, i Traffic e le cover più bizzarre di sempre. È stato un modo per distrarci dai nostri impegni principali e per entrare in sintonia grazie alle influenze musicali comuni. È diventata una regola.

Hai già accennato, in passato, al fatto che Alex Van Halen ti ha contattato per un tour con lui e David Lee Roth, ma la cosa non si è mai concretizzata.
Quando mi hanno chiamato la prima volta, mi sono chiesto: «Perché io? Non suono per niente nello stile di Eddie». Ma temo di aver detto di sì prima che il mio cervello mi informasse che era una pessima idea. Immaginavo che con ogni probabilità lo avessero già chiesto a candidati più adatti di me che avevano avuto il buon senso di rifiutare. Ma ero entusiasta all’idea di rendere omaggio a Eddie e alla band e di suonare con Alex e Dave. Speravo di avere il tempo di studiare le parti e rifarle come le suonava Eddie. A essere sincero, dopo circa tre o quattro settimane che mi addentravo in quel repertorio, che per decenni avevo evitato di imparare proprio perché non volevo copiare Eddie, ho capito che ci volevano mesi per farcela e modificare la mia tecnica. E poi avevo un disco da finire e un tour da fare. Perciò li ho chiamati: «Ragazzi, grazie, ma non sono il vostro uomo». E però loro mi hanno convinto a non mollare. Credo sia successo un paio di volte.

Sono anche saltate fuori delle cose da fare, come la possibilità di suonare a Central Park, ma sono tutte sfumate per un motivo o per l’altro. Allora ho iniziato a pensare che non sarebbe mai accaduto. E poi ero impegnatissimo a finire The Elephants of Mars e a prepararmi per il tour. Poi, quando ho visto Wolfgang suonare il materiale di suo padre con i Foo Fighters, oltre a sentire un groppo in gola, ho pensato: ecco come dovrebbero fare, è la cosa più bella che abbia visto in vita mia, perché invece hanno invitato uno come me per un omaggio simile? Ho capito che la faccenda si chiudeva lì. Ho tirato un sospiro, potevo tornare a essere Joe.

Da fan, speri che Alex torni in pista e faccia qualcosa?
Sì, è un batterista incredibile e sarebbe un peccato se non tornasse più su un palco a regalarci un altro decennio di musica straordinaria. Ma è una sua decisione. È molto difficile superare la perdita di un membro della famiglia, una persona con cui hai fatto tanta musica. Quindi non so se succederà mai. Io lo spero. E, ovviamente, sarà il benvenuto se vorrà partecipare a ciò che Sammy ha organizzato.

Foto: Sgranitz / Wireimage

Come è andata con Sammy, per questo tour?
Mi ha chiamato e mi ha detto che aveva quest’idea grandiosa di andare in giro a proporre tutto il suo repertorio. Voleva lavorare sulle sue cose soliste, su quelle dei Montrose, dei Chickenfoot e dei Van Halen, magari concentrandosi sul tour di questi ultimi del 1995, quando suonavano soprattutto i pezzi del suo periodo, ma facevano qualche incursione nell’era di David Lee Roth. Mi ha anche detto che voleva che io facessi un paio di canzoni mie e che ci sarebbero stati Jason e Mike. Ho ricordi bellissimi di quando ho suonato con Mike e Sammy e conosco Jason suppergiù dal 1990. Ogni volta che ci incontravamo ci dicevamo: dobbiamo fare qualcosa insieme. Ed eccoci qua.

Hai avuto qualche esitazione, prima di accettare?
No. E ancora una volta sono stato avventato. Pensavo solo a quanto sarebbe stato divertente per il pubblico: la gente avrebbe potuto ascoltare queste grandi canzoni, vedere alcuni dei membri principali dei Van Halen e io e Jason avremmo fatto del nostro meglio.

Ho l’impressione che il set sarà composto per il 75% da pezzi dei Van Halen. È così?
Non ne ho idea. Siamo solo a novembre del 2023 (ride) e tu mi stai chiedendo informazioni su una scaletta che verrà definita a metà luglio del 2024. Comunque, alcune scelte saranno ovvie, poi Sam ha dei pezzi che gli piacciono e che ha sempre pensato che non venissero suonati abbastanza, come The Seventh Seal o altri. E faremo le hit. Ma non si può suonare tutto. Se sei abbastanza fortunato da avere avuto una carriera lunga, devi dosare bene la scaletta.

Quando Sammy era in tour con i Circle e dovevano fare una canzone dei Van Halen del periodo di Roth, la cantava Michael. Pensi che succederà qualcosa di simile o Sammy potrebbe cantare un brano come Jump, come faceva quando era nei Van Halen?
Non conosco il piano, è ancora troppo presto. Può anche essere che Sam e Mike si scambieranno di ruolo ogni sera, per quei pezzi. Però la mia vera preoccupazione è che loro suonano questa roba da sempre, io no. Al massimo ho suonato un po’ di questo repertorio l’altra settimana, da Howard Stern. E abbiamo fatto diverse canzoni solo a metà.

Li metterò sotto torchio come tu stai facendo con me chiedendomi della scaletta. E prima possibile, perché ho altri tour da fare, ma dovrò cominciare ad analizzare mentalmente tutto il materiale. Devo pensare alla diteggiatura, al picking, alla scelta della chitarra e dell’amplificatore. Queste cose sono tutte di mia competenza e so che devo prepararmi.

Vuoi riprodurre il suono di Eddie?
È una cosa interessante, questa. C’è un periodo di Ed che inizia con una vecchia testata Marshall e arriva alla fine degli anni ’80, in cui fa cose sempre più complesse con le testate Marshall. Poi, a un certo punto, cambia radicalmente, passa a un amplificatore Soldano, inizia a sviluppare il 5150 con la Peavey e continua a evolversi. Poi inizia la nuova era dell’EVH 5153. Sono cambiamenti notevoli che offrono varie possibilità. Non funziona tutto sempre: usare uno degli amplificatori più nuovi per riproporre qualcosa del primo album è difficile, così come è complicato suonare le canzoni del periodo successivo usando il setup precedente. Così, almeno per ora, la mia idea sarebbe di adottare il setup che Eddie usava nel 1986 su Live Without a Net. Suonava ancora coi Marshall, ma era davvero complesso.

Se ti è capitato di vedere le foto della sua attrezzatura, hai notato che non si limitava ad attaccare il jack e ad alzare il volume. Il suono passava attraverso degli attenuatori di potenza, poi per una catena sofisticata di effetti e infine arrivava agli amplificatori. Era una configurazione complicata, ma alla base di tutto c’era il suo tocco incredibile. Aveva un tocco meraviglioso. Suonava con una tale intensità… non voglio generalizzare e dire che faceva suonare bene tutto, ma alla fine è vero (ride). Te ne accorgi quando provi una delle sue chitarre e il suo setup o un modello identico: lui è insostituibile.

Per rispondere alla tua domanda, cercherò di avvicinarmi al suono caratteristico di ciascuna di queste sue ere. In primo luogo, lo farò per me: mi aiuterà a entrare nello spirito giusto per suonare le parti come faceva lui. Le ha suonate su disco e le faceva ogni sera dal vivo. A quanto ne so, le cambiava ogni volta. Era incontenibile: era proprio questo il bello del suo entusiasmo nel suonare la chitarra e nell’essere un musicista. Continuava a reinventare le parti, ad abbellirle. Se qualcuno ti chiede di imitarlo, la risposta è: ok, ma quale periodo vuoi?

Farete Eruption?
Non credo, non è un tour di tributo ai Van Halen. Se lo fosse, sarebbe un lavoro completamente diverso. Devo suonare anche materiale dei Chickenfoot, dei Montrose, di Hagar e Satriani. Per una sera, sarebbe divertente andare sul palco a interpretare solo il materiale di altri, ma credo che proverò ad assemblare un medley di pezzi miei che in qualche modo possa essere integrato nella scaletta.

Il tour è anche una bella occasione per puntare i riflettori su Michael Anthony. È molto sottovalutato come bassista e cantante.
È un musicista incredibile. Il suo talento parte dalla testa. Riesce a memorizzare tutto, non dimentica nessuna parte di una canzone. E credo che, avendo suonato la tromba per molto tempo, riesca a concettualizzare le note in testa. Non è solo uno che guarda la tastiera e memorizza gli schemi. La musica è proprio dentro di lui. Gli scrivo sempre dei messaggi: «Ho appena visto un videoclip di una ventina di anni fa e ho pensato: ma come faceva Mike a cantare, suonare il basso in quel modo, piegarsi per far fare a David Lee Roth un doppio salto mortale sulla schiena e continuare a suonare?». Ma questo è Mike Anthony. È incredibile. È stato fantastico anche in studio con i Chickenfoot.

Sammy è ancora in formissima, soprattutto considerando che ha 76 anni. Sembra molto più giovane.
Sam ha due doti importantissime. Ha una voce grande come l’Empire State Building, con un suono possente, bellissimo. E sa come comunicare con la gente. Non capita spesso di trovare questi due elementi insieme: incredibili doti vocali e la capacità di toccare ogni singola persona del pubblico.

Per quanto possa sembrare improbabile, speri che Roth potrebbe presentarsi, a un certo punto, per cantare una o due canzoni?
Spero che venga e che anche Alex voglia venire a trovarci. Credo che sarà un tour straordinario. Dobbiamo solo trovare la maniera di provare le canzoni in modo da capire come funzionano, ma so che lo faremo. Ho visto sul calendario che sono previste alcune settimane di prove, quindi è una buona cosa.
I ragazzi dovranno abituarsi a me. Voglio dire, hanno suonato con Vic Johnson e lui è fantastico.

Se il tour andrà bene, pensate di portarlo in Europa e altrove?
È un’idea bellissima. Ho girato il mondo in tour, per decenni, e ho capito che se si ha la fortuna di suonare musica che ha avuto un grande impatto ovunque è un’esperienza ancora più forte. L’ho imparato quando sono andato in tour con Jagger e suonavamo i pezzi dei Rolling Stones che tutti conoscevano. Il repertorio di Sammy Hagar, che comprende musica dei Van Halen, sua solista, dei Chickenfoot e dei Montrose, è enorme. E molti dei suoi successi hanno questa qualità: sono stati la colonna sonora della vita delle persone. Quindi penso che questo tour dovrebbe andare in giro per il mondo.

Deve essere lusinghiero sapere che sia Alex Van Halen, sia Sammy Hagar hanno deciso che tu sei l’uomo giusto per questo lavoro.
Non me lo spiego. È buffo, perché ho amici come Phil X o Nuno Bettencourt che, secondo me, suonano nello stile di Eddie alla grandissima. E là fuori, nel mondo di YouTube, ci sono persone come Jean-Michel Sutcliffe che mi lasciano a bocca aperta da tanto gli si avvicinano. Come si è potuto vedere durante lo show di Howard Stern, sarà una prova molto dura per me. Mi servirà un po’ di pratica, l’ho sempre trovato difficile come materiale. Uno dei miei primi allievi è stato Steve Vai e ho capito subito che questo ragazzino di 12 anni avrebbe sviluppato abilità fisiche che andavano ben oltre le mie capacità: ho imparato molto presto che non tutti possono suonare tutto.

Quando era nella David Lee Roth Band, Steve Vai ha vissuto più o meno quel che stai per vivere tu.
Ne ho parlato con lui proprio ieri. Mi ha confermato che non c’era modo di studiare quegli assoli nota per nota. «Suoniamo in modo completamente diverso. Non abbiamo la sua sensibilità. E gli assoli dovrebbero essere lo specchio sincero di come ci si sente. Perciò devi suonare le parti della canzone e poi, nei momenti in cui Eddie si lasciava andare, è come se ti telegrafasse una liberatoria: ora è il tuo turno di esprimerti».

Da Rolling Stone US.