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Joan Baez non è la nonnetta del folk, ma una combattente tosta e ironica

Per festeggiare gli 80 anni della folksinger pubblichiamo una notevole intervista-ritratto del 2017: la coerenza di pensiero, le droghe, la vecchiaia, il ritiro dalle scene, il rapporto con Dylan. «Roba da duri»

Joan Baez

Foto: Justin Kaneps per Rolling Stone US

Una ventina d’anni fa Joan Baez si è esibita sullo stesso palco delle Indigo Girls. Un ragazzo l’ha avvicinata e le ha chiesto un autografo. Era per la nonna. «Di’ a nonna di andare a farsi fottere», ha risposto la folksinger, che era lì per farsi conoscere da un pubblico più giovane. Vent’anni dopo, nella spaziosa cucina della sua casa vicino a Palo Alto, California, con vista sulle Santa Cruz Mountains e un nudo di donna appeso sul camino, Baez ricorda l’episodio con un certo imbarazzo. «Mi sono sentita in colpa, gli ho chiesto scusa, gli ho detto che sì, l’autografo glielo facevo».

A Joan Baez piace deturpare l’immagine di matriarca del folk pacata e seriosa. Parla col mento appoggiato sulla mano e mostra il tatuaggio metal-chick che s’è fatta durante l’ultimo viaggio in Nuova Zelanda, dov’è andata in visita al figlio Gabe: frecce e cerchi che girano attorno al polso destro. «Le altre madri avrebbero detto: tesoro, perché l’ha fatto? Io invece gli ho chiesto se potevo farmene uno anch’io». Quando nel 2010 è stata invitata alla Casa Bianca a partecipare a una celebrazione della musica risalente all’era della lotta per i diritti civili, ha rifiutato di cantare If I Had a Hammer anche se glielo aveva chiesto da Michelle Obama. «Troppo noiosa. Ho detto: se avessi un martello me lo darei in testa… no, non la faccio».

«È tipico dell’atteggiamento rock’n’roll che Joan ha verso la vita e la libertà e l’amore», spiega il cantautore Bob Neuwirth, che la conosce dai tempi delle esibizioni dei locali folk di Cambridge, Massachusetts. «Ha un coraggio che spacca». Baez era un’istituzione nelle marce di protesta degli anni ’60, quando professava la nonviolenza. «E ce ne vuole di coraggio ad essere nonviolenti», dice Neuwirth, «specialmente quando devi affrontare manganelli, cani e manette».

Baez è entrata a far arte della Rock and Roll Hall of Fame al momento giusto. Con Donald Trump alla Casa Bianca, il rock è entrato in una nuova era di protesta e lei ha contribuito a indicare la via. Si è esibita a Standing Rock, North Dakota per protestare contro l’oleodotto Dakota Access Pipeline. Ha partecipato alle marce di protesta delle donne, due in un solo giorno, una a Redwood City e l’altra a San Francisco. Sta preparando un’esibizione a favore degli immigrati irregolari (il padre è nato in Messico ed è arrivato negli Stati Uniti quando aveva 2 anni). «Non sai quanta gente m’ha detto: c’è bisogno di Joan Baez, adesso», dice Joe Henry, produttore dell’album Whistle Down the Wind. «È una che non ha mai tradito le sue idee». Quando Henry ha detto alla cognata Madonna che stava lavorando con Baez, la pop star gli ha inviato un messaggio: «È un’eroina di guerra, cazzo».

Per un quarto di secolo, Joan Baez non ha scritto nemmeno una canzone. Poi ci sono stati le elezioni presidenziali del 2016 e ha cominciato a mettere giù versi diciamo così in onore di Trump. Ora, seduta nella cucina di casa, prende la chitarra e inizia a suonare una melodia alla Woody Guthrie. Attacca a cantare e le parole parlano di un muro, di bugie, di una moglie perduta. “Here’s what I think / You better talk to a shrink / You’ve got some serious psychological disorders”.

Finisce di cantare e sorride con un filo di imbarazzo. Non è sicura di volere pubblicare la canzone, dice che «non è un gran pezzo, però fa ridere, forse lo metterò su YouTube e basta». Il solo fatto che l’abbia scritta è un buon segno dopo un decennio e più di subbuglio emotivo. «C’era un peso, non so cosa, e ora non c’è più. Forse dovrei ringraziare Trump: senza di lui sarebbe tutto più banale. Sento che non sto sobillando la gente a sufficienza. Mi fa senso quando divento rispettabile».

Sono 45 anni che Joan Baez vive in questa casa. Nel giardino di fronte, in cima a un albero, c’è una piattaforma in legno, una specie di casetta senza tetto. Polli chiocciano da alcune gabbie sul retro. All’interno, stanze accoglienti e un labirinto di corridoi fanno somigliare la casa a un’imbarcazione vissuta, ma confortevole. Sulla porta del frigo, oltre a tre magneti dei Peanuts, c’è una foto della cantante scattata il giorno in cui è stata premiata con un Lifetime Achievement Award ai Grammy del 2007. «Te lo danno quando vogliono sbarazzarsi di te», dice sorridendo.

Sono quasi sessant’anni che Baez è famosa. Nata a Staten Island, figlia di un fisico che ha rifiutato un lavoro per la Difesa per dedicarsi a educazione e pacifismo, è cresciuta in questa parte di California per poi trasferirsi con la famiglia nei tardi anni ’50 in un sobborgo di Boston. Lì ha cominciato a esibirsi nelle caffetterie. Ha pubblicato il primo disco Joan Baez nel 1960, quand’aveva appena 19 anni. Quella collezione di ballate tradizionali interpretate con limpida voce da soprano entrò contro ogni previsione nella top 20. Da allora, Baez è diventata una leggenda e ha influenzato schiere di cantanti. «Ho imbracciato la chitarra e ho iniziato a cantare per via di quel disco», dice Emmylou Harris. «Me la ricordo sul palco, sola e composta e sicura di sé. Aveva tutto, fin dal principio».

Per una mezza dozzina di dischi Baez è rimasta fedele a quell’ideale purista di folk tanto da rifiutarsi di posare per le foto di copertina fino a Farewell, Angelina del 1965. A quel punto si era già dedicata al repertorio di protesta moderno facendo conoscere al pubblico la musica di Phil Ochs, del cognato Richard Fariña e di Bob Dylan, con cui ha allacciato una relazione sentimentale. «Le canzoni di Dylan facevano impazzire la gente, ma è stato quando ha cominciato a cantarle lei che sono arrivate a un altro livello», dice Neuwirth. «Il Nobel dovrebbero darlo a lei».

Foto: Getty Images

L’importanza di Baez non è solo musicale. Divenne il centro morale del movimento anni ’60 contro la guerra e per la giustizia sociale. Ha cantato alla marcia su Washington del marzo 1963, ha inaugurato l’Institute for the Study of Nonviolence nella California settentrionale, è finita in prigione per undici giorni per aver partecipato a in sit-in presso un centro di reclutamento militare. Nei più apolitici anni ’80 ha vissuto il primo di vari momenti difficili. Era alla deriva, senza un contratto discografico. Ha provato a fare un album con membri dei Grateful Dead (all’epoca usciva con Mickey Hart), ma non ha funzionato, anche perché Jerry Garcia all’epoca sembrava maggiormente interessato all’eroina. «Non poteva suonare se non si trovava abbastanza vicino al bagno», ricorda, «e io mica capivo il perché».

Nel frattempo, Baez ha avuto il suo periodo rock’n’roll, e non in senso musicale. Negli anni ’70 si calava il Quaalude (dice che è colpa dell’orrenda copertina dell’album del 1977 Blowin’ Away in cui è ritratta con giacca e occhiali da aviatrice). Ai tempi dei Dead si è fatta «una linea di coca». Altro? «Mi sono infilata dell’oppio su per il culo», dice prima di fare una pausa. «Possibile?». Scoppia a ridere. «Non ero pronta per il mio periodo da dura. È stato un fallimento totale».

La volta in cui ha incontrato Tina Turner, che era appena tornata sulle scene, s’è sentita dire che «hai solo bisogno di una parrucca, ragazza mia». Non era così facile. Baez era vista come una musona priva di senso dell’umorismo al tal punto da diventare una macchietta del Saturday Night Live, che nel 1986 lanciò il finto gioco Make Joan Baez Laugh, ovvero: cerca di far ridere Joan Baez. «Il mio nome era diventato sinonimo di sfiga. Ci sono voluti anni per metterselo alle spalle». Non riusciva più a scrivere, anche se non è mai stata particolarmente prolifica.

Nel 1990 ha cominciato ad andare da un terapeuta. «Non sopportavo più la vita che facevo», ricorda. «Era tutto tenebre e dolore». Fin dai primi giorni in cui si è esibita è stata tormentata da un serie di fobie, tra cui la paura di vomitare. Per due anni non è riuscita a prendere un aereo; si muoveva in treno. «Me ne stavo rinchiusa in un angolo del camerino, tremante e con la nausea. Nessuno capiva».

È riuscita a ricostruire la sua carriera, molto lentamente. Nel 2003 ha pubblicato l’album Dark Chords on a Big Guitar, una raccolta di cover di pezzi di Ryan Adams, Natalie Merchant e di altri rocker alternativi. Grazie al successivo Day After Tomorrow, il disco più folk del 2008, ha ricevuto una nomination ai Grammy. Il produttore era Steve Earle, che oggi ricorda di avere suggerito di cantare un pezzo su Muhammad Ali, ricevendo un rifiuto. «Non voleva cantare di un pugile, sai, per via della nonviolenza. Se c’è una cosa che le è cara è la coerenza».

Oggi tra i fan di Joan Baez ci sono Rhiannon Giddens, Sturgill Simpson e Marcus Mumford. Nel 2015 la folksinger ha portato la nipote Jasmine a un concerto di Taylor Swift e s’è trovata nella zona vip con Julia Roberts. Lì ha incassato i complimenti di Swift, che l’ha invitata sul palco durante Style. Non che si faccia illusioni sul fatto che i fan urlanti la conoscessero. «Magari qualcuno è tornato a casa e mi ha cercata su Google, pochi comunque. Ma è giusto così, era il concerto di Taylor e lei ha avuto fegato a farlo». Baez ha sfilato sulla passerella di fronte alla folla. «Una scena imbarazzante per la mia famiglia, immagino. Ma quando sento la musica, non riesco a non ballare».

Julia Roberts, Taylor Swift, Joan Baez. Foto: Getty Images

Ogni mezz’ora dal telefono di Joan Baez esce il verso d’un coguaro. È un promemoria, deve bere acqua per preservare la voce. Ogni volta che s’interroga sul momento giusto per smettere, le vengono in mente le parole del suo primo vocal coach: «Sarà la voce a fartelo capire». Quel momento potrebbe essere arrivato. Una decina d’anni fa, quando aveva all’incirca 65 anni, raggiungere le note più alte è diventato difficile. Ha imparato a toccarle velocemente per poi scendere nel registro più basso. «Sono i trucchi del mestiere», dice, «si tratta di arrivarci e scappare subito prima di rendersi ridicoli».

Se fa una sessantina di concerti all’anno non è per ragioni economiche. È stata brava a fare i suoi investimenti e tiene a dire che «non si tratta di armi o cose che distruggono il pianeta». Non appena finirà d’incidere il disco a cui sta lavorando, con cover di Tom Waits, Richard Thompson, Josh Ritter e Anohni, partirà per il suo ultimo tour mondiale. «Sento che si sta per chiudere qualcosa e voglio fare un altro disco». Sta persino usando la chitarra acustica che ha suonato per il primo album (è stata riparata più volte). «Non ne fa un dramma», spiega Joe Henry. «Ha altre cose a cui dedicarsi, come la pittura. Non mi pare che provi alcun rimpianto».

Sta imparando a sciogliere la gola con l’aiuto di uno specialista. «Passi una vita a pensare: vorrei tanto tornare a cantare come dice anni fa. La verità è che non succederà. Il registro alto diventa sempre meno potente. E se il pubblico ha un problema con questa cosa, beh, è un problema suo. Questo è quanto, questa sono io». Sta imparando a isolare le note alte e seduta al tavolo della sua cucina offre una dimostrazione di quel che può fare. Consiglia di tapparsi le orecchie. «Dico sul serio. Sono parecchio rumorosa». Per qualche secondo una penetrante raffica di suoni le esce dalla gola, un’esplosione di potenza quasi operistica.

Quando finisce, fa un sorrisetto malizioso. «Mi sa che ti ho rotto il registratore».

La casa ospita pochi ricordi di una vita passata a cantare: nessuna parete decorata con dischi d’oro, zero foto con celebrità. Ci sono invece ritratti fatti dalla cantante di musicisti e attivisti. In sala ci sono quelli di Emmylou Harris e della sorella di Joan, Mimi. Altri sono nella dependance convertita a studiolo: David Crosby, John Lewis.

Il più imponente ritrae il volto arcigno di Dylan e riproduce una foto anni ’80. «Quella è la sua faccia felice», scherza lei. Negli anni ’60 la loro storia d’amore, fra alti e bassi, è durata meno di due anni, eppure per i fan ha assunto un significato simbolico enorme. Erano il re e la regina del folk (per il dispiacere di lui), avevano una presenza scenica pazzesca, condividevano il microfono ai comizi, trasudavano un vigore da Nuova Frontiera. «Aveva la voce di una sirena di qualche isola greca», ha detto Dylan di recente. «Il solo suono ti faceva preda di un incantesimo. Era un’incantatrice».

Poi, nel 1965, Dylan ha cominciato a essere interessato al rock più che alla canzone di protesta e questa cosa ha contribuito alla loro separazione. Secondo Baez è stata invece la sua avversione per la droga ad allontanarla da Dylan negli anni ’60 e anche più tardi, quando si sono nuovamente incontrati per la Rolling Thunder Revue del 1975-76. «Ero l’unica a non farmi», ricorda di quei concerti, proprio come quella volta in Inghilterra», aggiunge riferendosi al tour di Dylan del 1965 immortalato nel documentario Don’t Look Back. «Non riuscivo a entrare nelle loro teste».

Foto: Ken Reagan, Courtesy of Netflix

Lo spettro di Dylan continua ad aleggiare su Baez. Nella sua collezione, i loro album sono mischiati. Considera Diamonds and Rust, una canzone del 1975 dedicata al loro periodo più felice, la sua creazione migliore. «La roba davvero buona viene dal profondo. La relazione con Bob mi ha influenzata, sarebbe una sciocchezza fingere il contrario. Se solo l’unica cosa venuta fuori da quella relazione fosse stata la mia canzone migliore…». Dal vivo canta ancora le canzoni di lui. «Sono le più facili e piacevoli da interpretare. Sono a un altro livello».

Nel suo libro di memorie del 1987, And a Voice to Sing With, Baez racconta l’ultima volta che lei e Dylan hanno suonato assieme – in alcune date del tour europeo di Dylan del 1984 – ed evoca l’immagine di Dylan che entra nel suo camerino e fa scivolare la mano sulla sua gonna. Si pente di averlo scritto? «Pffff… che c’è da perdere? Niente». Spiega che lui non ha mai fatto commenti sul libro, ma del resto, aggiunge, «non si è fatto sentire nemmeno quando ho fatto due dischi con le sue canzoni».

L’ultima volta che ha visto Dylan è stato a quella serata sui diritti civili alla Casa Bianca. O meglio, ha intravisto Dylan e la sua guardia del corpo fendere la folla. Un’amica le ha suggerito di andare a salutarlo. Lei ha detto di no. «Avrebbe potuto tirare dritto senza fermarsi e sarebbe stato tremendo». Non ha idea del perché Dylan abbia rifiutato di andare a ritirare di persona il Nobel. «Credo sia perché è timido, ma in realtà non lo so e ho il buon senso di sapere che non capirò mai Dylan».

Appoggiato a una parete del soggiorno c’è il dipinto di un altro dei famosi ex di Baez, Steve Jobs. Ci è uscita assieme per qualche anno negli anni ’80. «Eravamo una coppia interessante. Eravamo in disaccordo su tutto o quasi. Però con me era dolce. Aveva il fascino del ragazzino ed era sempre in subbuglio per le sue scoperte. Ma proprio non capiva le persone». Una volta Jobs l’ha chiamata in cerca d’aiuto. Uno dei suoi dipendenti gli aveva chiesto un’opinione su un progetto e Jobs gli aveva detto «è una merda», sconvolgendolo. «Gli ho spiegato che ci sono altri modi per dire la stessa cosa. Ma lui proprio non capiva che se non vuoi ferire i sentimenti di qualcuno non devi dire cose del genere».

Fa spallucce quando viene fuori la teoria secondo cui Jobs è stata con lei perché ossessionato da Dylan. «Che stupidaggine cercare le ragioni di un rapporto. Stavo facendo un’intervista per un film e il tizio mi ha chiesto qual era il motivo della sua attrazione. Ho risposto: io – io sono attraente. Ci deve essere per forza una ragione legata a Dylan?». Lei e Jobs sono rimasti in contatto fino alla morte di lui nel 2011. Lei le aveva chiesto un nuovo iPhone 5. Le è stato recapitato subito dopo la sua morte.

Oggi Baez non ha voglia di cercarsi un altro partner (è stata sposata con lo scrittore e attivista David Harris per cinque anni, fino al 1973). «Non butto il mio tempo cercando qualcosa. Come faccio a trovare un uomo, metto un cartello?». La nuora e la nipote l’hanno iscritta a un sito di incontri online e, a malincuore, lei ha risposto a un questionario (senza usare il suo vero nome, né pubblicare una foto). «Un giorno Jasmine mi fa: “Questo tizio sembra davvero simpatico, è su una sedia a rotelle, in una casa di cura, e ama la poesia”. Le ho risposto: “Non sta dicendo sul serio, vero? Toglitelo dalla testa”». Non usa la parola felice («sembra una cosa da picchiatelli»), ma ammette che «faccio una vita per lo più gioiosa e piacevole, al contrario del passato, della depressione, dell’angoscia e di tutte quelle altre cose».

Passa qualche giorno e Baez mi chiama per condividere qualche altro pensiero, compresa la sua preoccupazione per il riscaldamento globale. Dice che ha un dente d’oro con incastonato un diamante. Lo ha impiantato una decina d’anni fa dopo essersi scheggiata un dente.

«È un gioiello vero», dice impassibile. «È roba da duri».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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