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Jimi Hendrix: «L’inno americano? Lo suonavo sempre a scuola»

Il chitarrista ricorda la sua versione distorta e pacifista di "The Star-Spangled Banner" a Woodstock, davanti ai pochi rimasti fino al lunedì mattina. Gli provocò minacce di morte, ma per lui era solo "bellissima"

Jimi Hendrix chiude a modo suo Woodstock

Foto courtesy of 'Sky'

Appena un mese dopo aver chiuso Woodstock con una scottante cover dell’inno americano, The Star-Spangled Banner, Jimi Hendrix si presenta al Dick Cavett Show (talk show americano andato in onda su varie emittenti dal 1968 al 1996, ndr) per spiegare la sua rielaborazione della canzone. Oggi viene visto come uno dei momenti più alti della sua carriera, ma all’epoca furono in molti gli americani offesi per la versione del brano, che usava il feedback strozzato della chitarra per simulare il suono delle bombe che esplodono. Un atto di protesta per la guerra in Vietnam.

«Non so, amico», dice un Hendrix esausto a Cavett, appena dopo aver ammesso di aver dormito otto minuti la sera prima. «Sono americano, quindi l’ho suonata. Me la facevano cantare a scuola, quindi è stato un flashback.»

Cavett a un certo punto informa il pubblico che Hendrix ha fatto parte della 101esima divisione aviotrasportata dell’Esercito Americano, cosa da tenere in mente quando la gente gli manda lettere piene di odio. «Quando si tratta dell’inno nazionale e di suonarlo in maniera non ortodossa, ti assicuri subito una percentuale garantita di lettere d’odio», dice il presentatore. «Non è eterodossa!», Hendrix risponde a Cavett, interrompendolo. «Penso che fosse bellissima!».

La performance di Hendrix a Woodstock arrivava in un momento di cambiamento importante nella sua vita, visto che i Jimi Hendrix Experience si erano sciolti all’inizio di quell’estate. Sul palco di Woodstock, Jimi salì con la sua nuova band, i Gipsy Sun and Rainbows, anche noti come Band of Gypsys, formati dal batterista degli Experience Mitch Mitchell, Billy Cox al basso, Larry Lee alla chitarra e alle percussioni Juma Sultan e Jerry Valez.

Ironia della leggendaria performance, sono in pochissimi ad assistere al concerto di Hendrix, perché la maggior parte del pubblico ha già lasciato la fattoria newyorchese. Jimi arriva tardi apposta, perché vuole essere l’atto conclusivo del festival, senza però realizzare che ciò significava suonare il lunedì mattina davanti a un pubblico pressoché inesistente. La folla davanti a lui dal mezzo milione del weekend si è ridotta a qualche decina di fan irriducibili, seduti su un oceano di spazzatura.

Cavett qualche anno dopo la conversazione con Hendrix aggiungerà: «Siccome ci siamo beccati l’inno più tetro e funebre di tutte le nazioni al mondo, forse avremmo dovuto dare a Jimi una medaglia per averlo trasformato in vera musica».

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