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Jesus and Mary Chain: «È come essere tornati negli anni ’80»

La band scozzese porta in Italia il concerto basato sull’album del 1987 ‘Darklands’. «Era il suono dell’ansia. Oggi dietro ai profili sorridenti dei social ci sono depressione e angosce»

Fai partire Darklands degli scozzesi Jesus and Mary Chain e nel giro di pochi minuti ti ritrovi catapultato in un flusso di riverberi e melodie sospese, di chiaroscuri e dolci malinconie. Era il 1987, le radio trasmettevano a ripetizione Never Gonna Give You Up di Rick Astley, I Wanna Dance With Somebody (Who Loves Me) di Whitney Houston, Pump Up The Volume dei MARRS, e la band dei fratelli William e Jim Reid tornava, a due anni di distanza dall’acclamato e rumoroso Psychocandy, con un album dal sapore differente.

Abbandonati da Bobby Gillespie dei Primal Scream, batterista sul disco d’esordio, i Jesus and Mary Chain realizzano Darklands con una drum machine, rallentando i ritmi e ammorbidendo il sound. Una svolta dopo una fase di noise e acidità, ma anche di eccessi, di concerti trasformati in risse, di palchi devastati, di scontri con la stampa accusata di sensazionalismo.

Ora il gruppo di Just Like Honey – scoperto agli esordi da Alan McGee e oggi reduce da una reunion sfociata nel 2017 in un album d’inediti – è in tour con quel disco, gioiellino dai testi decadenti che all’epoca della pubblicazione, trainato dai singoli April Skies e Happy When It Rains, conquistò il quinto posto nella top 10 britannica. In Italia potremo sentirlo dal vivo integralmente il prossimo 1 aprile all’Alcatraz di Milano. «Dopo Psychocandy non avrebbe avuto senso per noi andare avanti se non avessimo trovato qualcosa di nuovo da dire», racconta Jim Reid, classe 1961.

Come andò? Vi condizionò la dipartita di Gillespie, deciso a concentrarsi sui suoi Primal Scream?
No, sapevamo sin dall’inizio che sarebbe potuto accadere. Quando ci comunicò la sua decisione provammo a chiedergli di restare, gli spiegammo che non sarebbe stato un problema se avesse continuato a suonare sia nei Primal Scream sia nei Mary Chain, ma sempre sottolineando che era libero di muoversi come meglio credeva.

Vi lasciò senza batterista e finì che per Darklands optaste per la drum machine.
Non fu una scelta, semplicemente non riuscimmo a trovare un nuovo batterista. Avevamo fatto delle audizioni, ma si erano presentati solo due tipi di candidati: c’erano quelli che non sapevano nemmeno suonare né conoscevano i nostri pezzi, quindi in sostanza più che di unirsi a noi avevano bisogno di un lavoro; poi c’erano i batteristi più tecnici, che ai provini smaniavano di mostrarci quanto fossero bravi a suonare i Genesis. Mancava una via di mezzo e a un certo punto ci stufammo.

Come siete arrivati a tratteggiare il sound di Darklands?
C’è stato tutto un periodo in cui non sapevamo bene cosa fare: volevamo scrivere un altro album, su quello non c’erano dubbi, ma non ci interessava fare una copia di Psychocandy. Sai, a quei tempi eravamo circondati da band che si reinventavano a ogni disco e condividevamo quel tipo di approccio. Così, dato che tutti allora parlavano del nostro primo album facendo riferimento al noise, alle chitarre rumorose e violente e alle risse che scoppiavano durante i nostri concerti, pensammo di andare nella direzione opposta, di ricercare una sorta di quiete.


Più di 30 anni dopo quell’album è al centro di un nuovo tour, lo suonerete dalla prima all’ultima traccia come avete già fatto con Psychocandy: com’è presentare dal vivo dischi a cui avete lavorato così tanto tempo fa?
Nel nostro caso non è così diverso dall’andare in tour con del materiale nuovo, in fondo in scaletta avremmo comunque tanti pezzi incisi negli anni ’80, è la nostra storia. Vero è che suonare un album integralmente e rispettando l’ordine delle tracce è qualcosa di particolare, tant’è che la prima volta che lo abbiamo fatto con Psychocandy non eravamo per niente convinti. Nonostante le continue richieste abbiamo resistito per anni all’idea di dedicare un tour a quel disco. 

Che cosa vi ha fatto cambiare idea?
Ci siamo resi conto che ancora oggi molti considerano quell’album un classico. E anche che tanti lo associavano a una violenza in cui non ci identificavamo, quindi riproponendolo live con quella formula potevamo celebrarlo scrollandoci di dosso quel tipo di narrazione. Una decisione tutt’altro che immediata: ricordo che quando abbiamo affittato una sala prove per vedere se fossimo davvero in grado di suonare quei pezzi eravamo ancora estremamente perplessi. Poi, però, è bastato poco per capire che era qualcosa che potevamo fare, dopodiché è successo che durante i tour di Psychocandy hanno cominciato a chiederci di Darklands: perché non dedicate dei concerti anche a quello?

Pur nella delicatezza pop della musica, i testi di Darklands illustrano sin dai primi versi in un mondo scuro, cupo: “I’m going to the darklands to talk in rhyme with my chaotic soul, as sure as life means nothing, and all things end in nothing, and heaven, I think, is too close to hell”. 
La title track e in generale le canzoni di Darklands rispecchiano il nostro punto di vista rispetto alla società dell’epoca. Si avvertiva un clima di ansia e in quel clima noi ci sentivamo insicuri rispetto al futuro dei Mary Chain: eravamo certi di voler portare avanti la band, ma al tempo stesso temevamo di non poterlo fare. Che è una condizione in cui si vive perennemente quando si suona in un gruppo: la paura di sbagliare qualcosa è sempre lì a farti sentire la pressione, a ogni disco pensi che se al pubblico non piacerà sarà la fine di tutto. Si vive nell’incertezza.


Il 1987 fu anche l’anno della rielezione di Margaret Thatcher, al suo terzo mandato e reduce dalla controversa Guerra delle Falkland: fu il trionfo del neoliberismo, della deregulation. Che ricordi hai di quella fase storica?
Ciò che mi colpisce di più sono le affinità tra quel periodo e l’attualità. Nel Regno Unito c’è qualcosa nell’aria che mi ricorda gli anni ’80, una qualche specie di conservatorismo che adesso è forse ancora più sinistro. Fatto sta che Boris Johnson si presenta come l’uomo del popolo, ma sono tutte bugie, è pura finzione, non è niente del genere.

Intanto, anche per la presenza di tracce come Happy When It Rains e Nine Million Rainy Days, Darklands è da molti ritenuto il disco perfetto per giornate di pioggia: voi lo vedete così?
Credo possa essere una buona definizione [ride]. Ma ciascuno può fare dei dischi ciò che vuole, ascoltarli nei momenti più diversi e interpretarli come gli pare.

Di certo deste il via alla scena shoegaze esplosa a inizio anni ’90 con My Bloody Valentine e Slowdive. Senza dimenticare che nel 1995 uscì Only Happy When It Rains dei Garbage, che Butch Vig definì un omaggio a voi.
È di questo che siamo fieri, prima di tutto: lasciare un’eredità è sempre stato il nostro principale obiettivo. Quando abbiamo messo su la band quel che ci premeva era tirar fuori qualcosa di nuovo e che potesse rimanere ed essere apprezzato anche dalle generazioni future. Ai tempi ascoltavamo gruppi come i 13th Floor Elevators, i Velvet Underground, gli Stooges: erano quelli i modelli che ci spingevano a voler fare musica che potesse essere ascoltata anche venti o trent’anni dopo. Perciò adesso è bello essere qui a parlare di quei vecchi dischi: portandoli in tour abbiamo potuto constatare che effettivamente c’è chi ancora li ascolta e non solo i fan della prima ora, ai nostri concerti sotto al palco vediamo anche tanti giovani. 


Eppure non c’è niente di più lontano dalla vostra musica che quest’era social in cui tutti vogliono mostrarsi felici e sorridenti, non credi?
Mostrarsi, appunto. Secondo me chi tende a volersi far vedere sempre allegro e sorridente nasconde depressioni e angosce enormi.

Nel 2017 la vostra risposta a questo clima è stata Damage and Joy, primo album d’inediti dopo la reunion: è stato difficile scriverlo?
Non è che vedessi proprio l’ora di fare un nuovo disco, avevo paura di tornare in studio, che ricominciassero i litigi. Infatti per parecchio ho rimandato. Poi, però, mi sono detto che è questo che le band fanno, scrivono, incidono e pubblicano dischi, per cui… E devo dire che una volta chiusi i pezzi ho pensato che non era stato così complicato. Io e William non abbiamo neppure mai litigato né pensato di ammazzarci a vicenda [ride]. Alla fine degli anni ’90 accadeva sempre, non a caso poi ci siamo sciolti. 

E adesso ho letto che siete pronti per un altro album.
Già, dovrebbe uscire alla fine di quest’anno. O forse nel 2021.

Ci avete preso gusto?
Ci piace suonare, in fondo è questa la ragione che sta dietro a tutto. Pazienza se le nuove guitar band che vedo in giro non hanno nessuna attitudine; non le ascolto, è deprimente. Ma ci piace suonare e dato che non c’è molta gente che fa dischi abbastanza belli ci proviamo noi. 

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