Jerusalem in My Heart, il suono allucinato di un Libano senza speranza | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Jerusalem in My Heart, il suono allucinato di un Libano senza speranza

Fanno musica viscerale e politicizzata mescolando elettronica schizzata e tradizione araba. «La scena libanese non è più a Beirut, ma a Berlino». Da oggi portano in Italia il loro show, «un'esperienza»

Jerusalem in My Heart

Foto: Isabelle Statchtchenko

Tre ragazze, due di loro indossano il velo, con le mascherine sui volti per coprirsi dai lacrimogeni della polizia. Dietro di loro, il fuoco delle barricate incendiate, con il fumo nero che si alza tra gli edifici di Beirut. È questa l’immagine, realizzata dalla fotoreporter Myriam Boulous durante le proteste contro la corruzione e la crisi economica dell’ottobre del 2019, che secondo i Jerusasalem in My Heart descrive al meglio il Libano, in questo momento.

L’hanno scelta come copertina di Qalaq, l’ultimo disco pubblicato dalla label canadese Constellation lo scorso 8 ottobre. Un album intenso, stratificato, viscerale, dal forte significato politico, in cui l’elettronica e i field recordings si sovrappongono al cantato in arabo e al timbro di uno strumento tradizionale come il buzuk. Del resto, fin dall’inizio l’idea di Radwan Ghazi Moumneh, ideatore del progetto, è stata quella di dare un nuovo volto alla musica tradizionale araba, in collisione perenne con sintetizzatori, distorsioni, ritmiche aggressive. E che dal vivo assume la forma di un’immersione sonora e visiva, grazie alla presenza di Erin Weisgerber, regista canadese che proietta sul palco le sue immagini in 16mm.

Un sound che esprime il rapporto tormentato con il Libano, il paese in cui Radwan è nato proprio allo scoppiare della guerra civile nel 1975 e da cui ha vissuto sempre lontano, migrante perenne, prima rifugiato nel Sultanato dell’Oman con la famiglia, poi in Canada. Dov’è cresciuto musicalmente nell’ambiente metal e hardcore, e dove ora gestisce uno dei più prestigiosi studi di Montreal, Hotel2Tango, insieme a tre soci legati al giro dei Godspeed You! Black Emperor.

«Qalaq in arabo significa grande e profonda preoccupazione», spiega Radwan. «Tutto in questo disco, dalla copertina ai titoli dei brani, dove la parola ricorre otto volte, rappresenta una critica alla situazione in Libano, a quello che è accaduto in particolare negli ultimi tre anni». Un Paese segnato, oltre che dalla crisi economica e dalla pandemia, dalla tragica esplosione nel porto di Beirut nell’agosto del 2020, in cui sono morte più di 200 persone. Nella nota stampa si fa riferimento anche alla Palestina, costante richiamo nei lavori di Jerusasalem in My Heart, in occasione della «ennesima brutale campagna di bombardamenti unilaterale e sproporzionata su Gaza».

In ogni traccia del disco compare un ospite: dall’immensa Moor Mother a Tim Hecker, dal percussionista Greg Fox alla musicista colombiana Lucrecia Dalt. Tutti hanno lavorato singolarmente su una struttura composta da Radwan, su cui hanno costruito un brano. L’idea era quella di dare forma a un’orchestra scomposta, in cui ogni elemento si trovasse in un luogo diverso, da armonizzare solo alla fine. Dinamica opposta al disco precedente Daqa’iq Tudaiq, registrato dal vivo a Beirut con un ensemble di 15 elementi.

Sono molti anche i musicisti libanesi presenti, da Mazen Kerbaj, trombettista e autore di fumetti, al chitarrista Sharif Sehnaoui, all’artista Raed Yassin. C’è anche Rabih Beaini, produttore molto legato all’Italia, che con la sua Morphine Records l’anno scorso ha pubblicato la compilation The Sacred Rage, per raccogliere fondi da donare ad alcune ong attive a Beirut dopo l’esplosione, cui ha partecipato con un brano anche Radwan.

«La vita per i musicisti lì è molto dura, ovviamente», spiega Radwan. «Si è acceso un grande riflettore sulla scena sperimentale libanese negli ultimi dieci anni, è una scena molto viva, con una qualità davvero molto alta. Un grande contributo in fatto di visibilità l’ha dato il festival berlinese CTM, che ha invitato molti artisti libanesi a suonarci. E poi c’è un evento leggendario che si svolge ogni anno a Beirut, Irtijal, un festival con pochi mezzi ma fantastico, un miracolo secondo me. Sfortunatamente molti di questi musicisti non vivono in Libano, in tantissimi sono partiti in particolare negli ultimi tre anni. La fantastica scena libanese non si trova più a Beirut. Molti vivono a Berlino, dove è più semplice ottenere un visto come artista».

È la disillusione il sentimento che Radwan sente più forte, in questo momento. «Sono sempre stato convinto che il cambiamento fosse possibile, nelle molte discussioni con i miei amici ho sempre cercato di essere ottimista, guardando alle cose positive. Ma quello che è successo nell’agosto dello scorso anno mi ha fatto sentire per la prima volta che il mio Paese è senza speranza. Non ci credo più. Ed è molto triste e doloroso».

La copertina di ‘Qalaq’, una foto scattata a Beirut durante le proteste dell’ottobre 2019

Nel curatissimo artwork del disco compaiono alcune immagini realizzate dal fotografo Tony Elieh, che mostrano la distruzione a Beirut in seguito all’esplosione. «Abbiamo pensato che fosse molto importante portare tutto questo anche nello spettacolo dal vivo», racconta Erin Weisgerber, «così ho ripreso alcune di queste fotografie e le ho manipolate, inserendole nelle proiezioni. Il concerto si apre e si conclude con queste immagini, due momenti che esprimono la nostra presa di posizione. Ci muoviamo entro due poli, questo materiale più crudo e momenti più sognanti e poetici, dove ci si può perdere».

«Il lavoro che facciamo è astratto, a un certo livello», aggiunge Radwan. «Dalle immagini alla musica, l’intero concerto è un’esperienza, qualcosa cui accedere con la mente aperta, in cui farsi trasportare». I pezzi del resto sono cantati in arabo, lingua decisamente poco parlata tra i pubblici maggiormente frequentati dai Jerusasalem in My Heart, in Nord America e in Europa. Inoltre Radwan preferisce non condividere le traduzioni dei testi, affinché il significato letterale non sia del tutto chiaro. «Per me è molto più importante la prima impressione, quello che le persone capiscano dagli elementi che stiamo dando loro, da quello che vedono, che ascoltano, da quello che il loro corpo esperisce. È più interessante secondo me, è magico in qualche modo».

I Jerusasalem in My Heart saranno in tour in Italia dal 17 al 20 novembre, con quattro date a La Claque di Genova, al Teatro Secci di Terni, al Bronson di Ravenna, alla Tipoteca di Cornuda (TV). Occasione preziosa per conoscerli dal vivo.

Altre notizie su:  Jerusalem in My Heart