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Jerry Lee Lewis torna alla musica: «Pensavo che fosse finita»

L'anno scorso un infarto gli ha tolto l'uso della mano destra. La leggenda del rock'n'roll era convinto che la sua carriera fosse finita. E invece, a 84 anni, ha registrato un nuovo album

Jerry Lee Lewis at East Iris Studios in Nashville on January 19th, 2020. David McClister

Quando Jerry Lee Lewis è entrato in studio di registrazione a Nashville il mese scorso, non aveva idea di quel che sarebbe successo. Non suonava dal febbraio 2019, quando un infarto l’ha colpito mentre si trovava nella sua casa di Nesbit, Mississippi. Anche se il suo tempo aveva descritto l’infarto come “lieve”, non lo era affatto: Lewis ne era uscito con gravi problemi di mobilità e le persone intorno a lui avevano avuto paura che non sopravvivesse. Lewis temeva di non riuscire più a suonare il pianoforte. Aveva passato tre mesi in una clinica a fare riabilitazione per imparare di nuovo a camminare e a usare la mano destra. Era stata dura.

Alla fine di gennaio, l’84enne Lewis ha prenotato una seduta di registrazione – la prima in oltre cinque anni – per vedere se era ancora in grado di fare musica. L’idea era quella di cominciare un album a cui pensava da tempo, fatto dei classici gospel che conosceva dalla sua infanzia a Ferriday, Louisiana. Canzoni che conosceva prima di dare vita alla stagione del rock’n’roll con hit come Whole Lotta Shakin’ Goin’ On Great Balls of Fire. Prima della session, Lewis aveva detto al suo team e al suo produttore T Bone Burnett che non voleva che nella stanza ci fosse un pianoforte: non aveva ancora riacquistato la funzionalità della mano destra e voleva soltanto cantare. Non l’avevano ascoltato e ce l’avevano messo lo stesso. Quando Lewis si è seduto, non era riuscito a trattenersi dallo sfiorare i tasti. E con sua grande sorpresa, le sue dita avevano preso a muoversi. 

«Non potevo crederci, non potevo crederci», racconta oggi Lewis, ricordando quel momento. «Non mi è mai capitato niente del genere. Ero lì che suonavo il piano con la mano destra. Avevo pensato che non ce l’avrei mai più fatta». 

Con sua moglie Judith seduta accanto a lui, Lewis ha passato due giorni a lavorare a dei brani insieme a una band che include i chitarristi Kenny Lovelace (che suona con Lewis dal 1966) e James Burton, oltre a Lee Ann Womack e alle sorelle McCrary, delle leggende del gospel, a cui ha affidato le seconde voci. Dopo aver rotto il ghiaccio, Lewis si è sciolto un po’. A un certo punto ha raccontato alla band di quella volta che, da bambino, aveva attraversato per scommessa un ponte molto stretto sospeso a 45 metri d’altezza sopra il Mississippi. Anche se la sua voce era un po’ grezza, mostrava comunque sprazzi della sua vecchia potenza e al piano rimaneva un fenomeno. 

«Tanto per cominciare ero pazzesco anche solo il fatto che fossimo lì», racconta Burnett. «È passato da ‘non riesco a suonare il piano’ al sedersi e farlo. È il potere dell’amore no?».

Al telefono, un paio di settimane dopo la session, Lewis è ancora su di giri e mostra la sua vecchia faccia tosta: parlando di un periodo in cui aveva smesso di fare hit dice che «ho pensato di allontanarmi un attimo, levarmi di mezzo, sai, per fare spazio a qualcun altro».

Ma non si trattiene dal descrivere il dolore dell’ultimo anno. «Mai passato niente del genere», racconta dell’infarto. «È stata una vera sfida, un’esperienza davvero pesante. Non sapevo cosa stava succedendo. Mi sono risvegliato in ospedale». Non ha potuto fare a meno di pensare alla morte. «Ho semplicemente pregato, tanto, e cercato di rimettermi in carreggiata».

Oggi Lewis si sente molto meglio. «In realtà, la sua salute oggi è meglio di quanto non sia mai stata negli ultimi cinque o sei anni», spiega la moglie Judith. Lewis non ha più bisogno dell’ossigeno, che invece ha dovuto avere sempre con sé negli ultimi tre anni. Non prende più antidolorifici, salvo l’Advil o il Tylenol ogni tanto. Lo stress della session a Nashville gli ha provocato un forte mal di testa, dice Judith, perché «prova emozioni 100 volte più forti di quelle di una persona normale, è fatto così, perché è un genio. Ha emozioni più intense».

Dopo essere tornato in studio con successo, Lewis ha un nuovo obiettivo in testa. Vuole entrare nella Country Music Hall of Fame, che di solito annuncia i nuovi premiati a marzo. A cominciare dal suo album del 1969 Another Place, Another Time, Lewis ha fatto qualcosa come una ventina di hit country finite in Top 10, tra cui What Made Milwaukee Famous (Has Made a Loser Out of Me). Quattro di queste hit sono andate anche al numero uno, e si è classificato in alto anche nella classifica dei 100 più grandi cantati country di tutti i tempi di Rolling Stone. Eppure non è ancora entrato nella Hall of Fame del country. «Vorrei che succedesse», dice Lewis. «Non vedo motivi per cui non debba accadere. Non c’è nessuno più country di me». Per quel che lo riguarda, «penso di essere sempre stato un artista country».

Una ragione per cui Lewis non è entrato nella Hall of Fame finora potrebbe stare nella sua riluttanza a seguire le regole. C’è una storia leggendaria su quella volta che ha suonato al Grand Ole Opry del 1973. Invece di limitarsi a fare i suoi pezzi country, ha suonato un set delle sue hit rock’n’roll, andando ben oltre il limite di tempo che gli avevano dato. Ripensandoci oggi, Lewis ride: «Ci sono andato, mi hanno presentato, e non so come sia successo ma sono andato avanti a suonare per 56 minuti. Hanno cercato di farmi scendere dal palco ma non li ho cagati». Stando ad alcune testimonianze, Lewis avrebbe anche imprecato sul palco e si sarebbe definito «uno stronzo che canta rock’n’roll, country e rhythm & blues». Lui non conferma né smentisce. «Potrei averlo fatto, ero senza freni a quei tempi. Ma ne dubito. Non è da me».

Oggi Lewis passa la maggior parte del tempo a casa con la moglie, a riposo. «Più che altro riposo, guardo la tv, faccio gli esercizi che devo fare», racconta. A volte chiama Little Richard, uno degli ultimi innovatori del rock’n’roll viventi. «Sì, a volte ci sentiamo», dice, «parliamo dei vecchi tempi, dei bei tempi andati, di come va la salute. È un mio buon amico». 

Dato che Lewis vive vicino a Memphis, ogni tanto passa per il Sun Records Studio dove lui, Sam Phillips, Elvis Presley, Johnny Cash, Carl Perkins e altre leggende hanno dato il via alla rivoluzione musicale di cui ancora oggi si trovano le tracce nella cultura americana. «Ogni tanto ci vado», conferma. E cosa gli passa per la testa quando ci va? «Ricordi preziosi».

L’infarto dell’anno scorso ha costretto Lewis a cancellare un tour mondiale che l’avrebbe portato a suonare in posti prestigiosi come il New Orleans Jazz Fest, ma lui spera di potersi rifare in futuro. «Ci siamo pensando», dice, «che poi si faccia o no ancora non si sa». Per ora, Lewis è semplicemente grato della possibilità di continuare a suonare. «Mi sento a casa».

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