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Jehnny Beth: «La morte di Bowie mi ha fatto capire che dovevo fare un disco solista»

‘To Love Is to Live’ della cantante delle Savages è frutto del senso di urgenza nato la notte in cui se n'è andato il cantante inglese. «Riflette il nostro mondo emotivo pieno di sbalzi e tensioni»

Jehnny Beth

Foto: Johnny Hostile

Provate a dare un’occhiata al video con cui poco più di un mese fa Jehnny Beth, la leader delle Savages, ha presentato al mondo il singolo Innocence. Si tratta di prove live, ma la tensione che la cantante e songwriter riesce a creare sul palco, il carisma, il magnetismo, la straordinaria presenza scenica sono così evidenti che d’istinto verrebbe da fregarcene senza se e senza ma della pandemia solo per poter assistere a un suo concerto.

Chi l’ha vista all’opera con la sua band lo sa bene, parliamo di una delle migliori performer di quest’epoca, peccato che al momento non si sappia quando le sarà concesso tornare in tour in Italia: lo show previsto per il 9 giugno a Milano è stato cancellato e non si ha ancora notizia di nuove date. In compenso il 12 giugno avremo tra le mani il suo primo album solista, da cui la succitata Innocence è tratta. S’intitola To Love Is to Live e se musicalmente ci immerge in un’estetica tra rock e punk sensuale e abrasiva, sotto il profilo dei testi è il frutto di un’indagine che la 35enne Jehnny, al secolo Camille Berthomier, ha portato avanti su se stessa scavando nei meandri più oscuri e segreti della propria coscienza. Accanto a lei il suo partner e co-autore Johnny Hostile, produttori d’eccezione come Flood e Atticus Ross dei Nine Inch Nails, oltre a Romy Madley Croft (The xx), a Joe Talbot degli Idles e all’attore Cillian Murphy, invitato a recitare una poesia scritta dalla stessa Beth, A Place Above.

Quando l’abbiamo contattata per quest’intervista il lockdown era appena scattato. «Sono quasi sicura di averlo avuto, il coronavirus, non ho fatto il test, ma io e diversi altri della mia crew abbiamo avuto gli stessi sintomi negli stessi giorni». Ancora non immaginava che cosa avrebbe comportato la pandemia per il mondo della musica.

Perché un album solista? Sentivi che le Savages erano diventate una prigione per la tua creatività?
Non la metterei così, semplicemente era arrivato il momento per me di fare questo disco, la vita è troppo breve e volevo vedere che cosa avrei potuto combinare senza la band. Ci dimentichiamo sempre della nostra mortalità, mentre per questo album sono partita proprio da lì: è successo la notte in cui David Bowie ci ha lasciati. Alla fine credo di essere riuscita a realizzare qualcosa di diverso, qualcosa delle Savages ovviamente si sente, ma il sound è più eclettico. C’entra anche il fatto che mi sono trasferita a Parigi (Jehnny è francese, ma ha vissuto per anni a Londra, nda), ho dovuto riorganizzare un po’ la mia vita, il mio lavoro, e anche questo ha influito, mi ha messo a confronto con me stessa.

Ti sei attorniata di collaboratori, da Flood ad Atticus Ross: com’è andata?
Avevo voglia di cambiare il mio modo di lavorare. Non volevo rinchiudermi in studio per alcune settimane e uscire con il disco pronto come avevo fatto in passato. Il processo per chiudere To Love Is to Live è stato più lungo, è durato circa due anni con varie fasi, è stato un percorso più simile a quello di un disco hip hop, nel senso che ci tenevo a portare le mie idee per poi dare maggiore risalto alla produzione. Imparare cose nuove, nuovi metodi, rompere le abitudini: questo era l’obiettivo.

Le atmosfere sono piuttosto cinematografiche…
Decisamente, cercavo quel tipo di intensità ed è questo che mi ha spinta a collaborare con Atticus Ross dei Nine Inch Nails, che ha composto varie colonne sonore con Trent Reznor. Io e Johnny avevamo buttato giù la traccia di apertura I Am, dove si sentono il ticchettio di una sveglia, voci quasi stregate e a un certo punto dei bambini. Dati tutti questi elementi il carattere cinematografico già c’era, ma quando Atticus Ross ha aggiunto gli archi, le chitarre e un finale intensissimo è come se avesse reso tutto più grandioso. Era proprio questo che cercavo.

Ossia?
Degli arrangiamenti per me nuovi che conferissero alla musica un senso di urgenza, quel senso di urgenza che si prova quando non ci si scorda che la vita ha valore proprio perché ha un inizio e una fine. E volevo tanti contrasti, per cui si passa da momenti di quiete ad altri più urlati, dalla luce al buio. È un po’ un riflesso del nostro mondo emotivo, così pieno di sbalzi e di tensioni che averci a che fare è come andare sulle montagne russe. 

Jehnny Beth dal vivo. Foto: Andreas Neumann

È un disco intimo, ma anche carnale. Si ha la sensazione che con la musica, la voce e il tuo modo di cantare tu voglia creare un contatto quasi fisico con l’ascoltatore: che ne pensi?
Mi piace questa visione, amo l’idea di toccare letteralmente chi mi ascolta con le mie canzoni e con i sentimenti autentici che ci metto dentro. Non sono in grado di dissociarmi dal mio corpo, credo sia questo… Sono una persona estremamente fisica, anche sul palco amo usare il corpo per comunicare. Sono anche interessata al rapporto tra corpo e tecnologia, a come la seconda può condizionare il primo. 

“Ero un essere umano, ora vivo nella rete”, canti in Human.
Sai, io penso che la presenza della tecnologia nelle nostre vite sia ormai eccessiva, c’è gente che trascorre intere giornate a scrivere e scrollare davanti a uno schermo, c’è gente che arriva a non muovere più le dita, ho letto anche che esistono persino dei rehab per curarsi dalla dipendenza da dispositivi digitali: pensa che impatto enorme… 

In I’m The Man sei sia uomo sia donna, canti versi provocatori come “non c’è stronza in città che non sappia quant’è duro il mio cazzo”: non hai mai nascosto la tua bisessualità, ma qual è il significato di questo sdoppiamento?
Quando ho scritto quel pezzo stavo riflettendo sul fatto che il male abita in tutti noi, inclusa me stessa. In un certo qual modo desideravo incarnarlo per parlare dei conflitti interiori con cui conviviamo tutti quanti, uomini e donne. È indubbiamente più facile osservare quei conflitti in persone palesemente tormentate da mostri e ossessioni, ma in realtà abbiamo tutti un lato oscuro, siamo sempre tutti in bilico tra il cosiddetto bene e il cosiddetto male, è questo che volevo mettere in scena. Non sto parlando, però, di una disamina psicologica, sociologica o politica: è innanzitutto poesia, musica, l’intento non è far riflettere, ma far sentire. Non mi sento un’attivista, rispetto chi abbraccia l’impegno politico, ma non è una definizione che mi si adatta. Il mio intento era descrivere la complessità che ci contraddistingue in quanto esseri umani.

In We Will Sin Together tratti anche il tema del peccato: che cos’è per te?
È un concetto cattolico, religioso, si dice che si pecca quando si supera un limite oltre il quale qualcuno ha stabilito che non si dovrebbe andare nemmeno con il pensiero. Io vengo da una famiglia cattolica, ma non sono credente…

“E naturalmente c’è il senso di colpa, ho ricevuto un’educazione cattolica”, canti in Innocence.
Esatto, perché sentirmi dire cosa va bene e cosa no mi ha sempre provocato ansia. Non credo in dio, non ho quel tipo di mentalità e, anzi, mi ispirano il desiderio, le fantasie, quel campo libero e senza limiti che è l’immaginazione. Ciò detto, in Innocence in realtà parlo di un sentimento di rigetto nei confronti del resto dell’umanità e del senso di isolamento che si prova spesso nelle grandi città, dove vivi vicino a un sacco di persone, che, però, in fondo, senti distanti, come se ci fosse una disconnessione. Mi fa venire in mente il disgusto espresso dal personaggio interpretato da Edward Norton nel film La 25ª ora di Spike Lee.

Cos’è la musica per te?
La musica ci forma, scolpisce la nostra personalità. Certi dischi che si ascoltano durante l’adolescenza ti cambiano per sempre. Alla fine ci chiediamo tutti le stesse cose: chi sono? Che ci faccio qui? Dove sto andando? Da dove vengo? Ognuno di noi rispondendo a queste domande si crea il proprio universo che è un po’ uno specchio di noi stessi, ma che con il passare del tempo muta. Viviamo in una sorta di dialogo infinito con ciò che siamo e con ciò che ci circonda e in quel dialogo non c’è nulla che sia giusto o sbagliato, è il dialogo in sé che conta e che ci trasforma di continuo. 

E tu come sei oggi rispetto a un tempo?
Meno arrabbiata.

Ti ho vista più volte dal vivo con le Savages: se ti dicessi che hai qualcosa di Patti Smith e di Iggy Pop?
Iggy Pop è uno degli artisti che mi ha ispirata di più, come performer lo adoro e apprezzo come ha dedicato la sua vita a diventare ciò che è diventato: focalizzarsi su una cosa è una forma estrema di intelligenza. Per quanto mi riguarda sul palco mi muovo con naturalezza, sarà che mio padre è un regista teatrale, da bambina andavo alle prove dei suoi spettacoli, in qualcuno ho recitato; poi ha aperto una scuola d’arte drammatica e sono stata sua allieva. Sì, per me stare sul palco è liberatorio, quando sono lassù smetto di pensare, è pura energia mista a concentrazione, è difficile da spiegare.

Stai per pubblicare anche un libro, C. A. L. M.: Crimes Against Love Memories, uscirà verso la fine di luglio. Di che si tratta? 
È un libro di storie erotiche e fotografie. Sono storie nate da alcuni scatti che Johnny ha fatto a me e a dei nostri amici, vi ho accostato dei racconti in cui la sessualità è vista da diverse prospettive. Scriverlo è stato come dar vita a un mondo parallelo rispetto alle costrizioni e al moralismo della società. Il piacere può essere libero.

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