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Jeff Tweedy vuole che l’industria musicale paghi il debito con i musicisti neri

«La cultura americana è una cultura nera», dice il frontman dei Wilco. «E il furto di royalties agli artisti di colore è ancora oggi un crimine che non viene perseguito»

Jeff Tweedy

Foto: Britta Pedersen/picture alliance via Getty Images

Da quando il movimento di protesta Black Lives Matter si è riacceso dopo l’omicidio di George Floyd, molti artisti hanno cominciato a fare i conti con la loro complicità nel razzismo sistemico dell’industria musicale. Alcune iniziative sono meramente simboliche (come la rimozione della parola “urban” dal vocabolario di alcune etichette e dai palinsesti radiofonici), altre più concrete come la nascita della Black Music Action Coalition, organizzazione non-profit che vanta il supporto di artisti come Lil Nas X e Harry Styles. Uno degli artisti bianchi più attivi nel combattere il razzismo è Jeff Tweedy, che ha annunciato l’intenzione di donare il 5% di tutti i suoi futuri guadagni ad alcune organizzazioni impegnate sul tema.

Il frontman dei Wilco ha preso questa decisione per cercare di smuovere i suoi colleghi. «L’industria musicale di oggi è costruita quasi completamente sull’arte nera», ha scritto annunciando l’iniziativa, «la ricchezza che appartiene di diritto agli artisti neri è stata loro rubata… Penso spesso che ci dovrebbe essere un piano per risolvere questa enorme ingiustizia». Il piano di Tweedy, influenzato dall’idea del risarcimento, per il momento si basa sul ridistribuire soldi a organizzazioni non-profit tradizionali e non individualmente alle vittime dell’ingiustizia sistemica del settore.

Il suggerimento più concreto che ha avanzato è che le principali case di publishing inseriscano una clausola standard in tutti i loro contratti per gli autori che preveda che una percentuale delle royalties vada a organizzazioni che si occupano di razzismo. Tweedy ha paragonato la proposta al modo con cui si accetta di donare i propri organi. Le tre principali compagnie che si occupano di royalties hanno espresso un timido supporto per l’idea, senza però fare promesse specifiche, almeno finora. 

Per il momento, Tweedy si dice deluso per la mancanza di supporto – sia in pubblico che in privato – da parte di altri artisti, ma considera la sua proposta come un punto di partenza. «Abbiamo appena iniziato», dice, parlando dell’idea di dare una forma ufficiale all’iniziativa per affrontare il razzismo sistemico nell’industria musicale. Abbiamo parlato con lui delle reazioni alla sua proposta e del razzismo che vede ancora oggi nell’industria.

Com’è nata la tua decisione di esporti personalmente con questa proposta?
Amo la musica, il rock, il jazz, tutti i generi. E se ti interessa la storia della musica, come sono nate le cose, arrivi per forza agli artisti neri. Non è un’esagerazione dire che la nostra cultura non sarebbe quella che è senza l’influenza nera. Eppure guardando alla storia e ci sono cose di cui l’industria discografica dovrebbe vergognarsi ancora oggi. Il modo in cui gli artisti neri sono trattati ancora oggi è ingiusto. Non c’è equità. Immagino che finora pensassi che prima o poi questo problema si sarebbe risolto, immagino che ingiustamente pensassi che istituzioni come la Rock and Roll Hall of Fame avessero questa cosa tra i loro obiettivi. Ma invece solo ora Sister Rosetta Tharpe è entrata nella Rock and Roll Hall of Fame, e non molto altro è successo. Non voglio prendere di mira un’istituzione di cui non m’importa granché, ma penso che organizzazioni come quella dovrebbero fare qualcosa. Ma non sono riuscito a trovare nessuna iniziativa per risolvere il problema della frode e del furto sistemico che continuano ancora oggi a essere parte del modo in cui funziona l’industria musicale. Ho fatto un po’ di ricerca ma non sono riuscito a trovare niente. 

Quindi, con tutto quello che è successo negli ultimi mesi, come molte persone mi sono ritrovato a considerare il mio ruolo in questo sistema. Da una parte mi sembra di poter dire che sono sempre stato consapevole di questa cosa e ho sempre cercato di stare dalla parte giusta. Ma dall’altra so che questa cosa non è mai stata affrontata dal settore. Con la mia proposta voglio spingere gli artisti a prendersi la loro responsabilità, ma penso ci sia un problema più grosso che il sistema deve affrontare. Ad esempio, a un certo punto, negli anni ’50, la Columbia Records si vantava del fatto di non pagare mai le royalties agli artisti neri. Io non sono uno storico. Non sono io la persona a cui rivolgersi se si vuole la lista dei problemi e delle ingiustizie che sono state fatte nella storia. Ma è tutto ben documentato, è lì per chiunque voglia informarsi. 

Vuoi che tutto il settore si occupi del tema. 
Esatto. La cifra è irrilevante. Il 5% è quello che, sinceramente, sento di potermi permettere di donare. Capisco che per molti artisti possa essere troppo. Ma di nuovo, vorrei che questo fosse solo l’inizio di una conversazione al riguardo. Ma ho avuto questa visione, che anche se fosse solo una frazione di quella percentuale lì, se tutti coloro che fanno musica al mondo aderissero… penso che chiunque faccia parte dell’industria musicale oggi abbia un debito enorme nei confronti di un sacco di artisti che non sono mai stati pagati. E dato che non sono mai stati pagati loro, le loro famiglie, le loro comunità e così via non hanno mai potuto accumulare nessun tipo di ricchezza da usare per sostenersi e passare ai loro figli. È un’enorme ingiustizia.

Che risposte hai ottenuto da quando hai avanzato la proposta?
È stato incoraggiante, è stata ricevuta in modo molto positivo. Ma devo ammettere che sono rimasto un po’ deluso dall’assenza di risposta da parte dei colleghi. Non voglio giudicarli o condannarli, perché è solo una proposta e non do per scontato che sia l’idea migliore al mondo. Per quanto riguarda il futuro, partiremo dai soldi che ho donato io e cercheremo di costruire una coalizione con i leader della comunità nera e con persone all’interno dell’industria musicale che mi aiuteranno ad amministrare tutto quanto. Siamo ancora all’inizio e c’è ancora la possibilità di continuare la discussione che stiamo avendo con chi si occupa di royalties.
 
Immagino che prima di esporti tu ti sia consultato con un certo numero di persone…
A essere sincero le persone che mi hanno più influenzato nel dare forma alla mia proposta e alla mia dichiarazione sono stati i miei figli, Spencer e Sammy. Sono entrambi molto coinvolti nella causa. Come molti bianchi che cercano di essere buoni alleati e capire che ruolo devono avere nella lotta, premono perché si ascoltino di più le voci nere. Ho pensato che fosse importante per me, in quanto artista bianco, essere quello che esce allo scoperto e si espone, per far cominciare la conversazione.
 
L’idea dei risarcimenti, siano essi generali o limitati all’industria musicale, è qualcosa che hai imparato ad apprezzare e capire da adulto? O ci avevi già pensato da ragazzo?
Ci ho sempre pensato. La questione è che puoi essere fiero di essere sempre stato alla testa di un movimento, ma non vuol dire niente e soprattutto non dura se il tuo impegno rimane limitato. Devi agire per la questione generale. Questo vuol dire anche parlare del tema economico e di come funziona nel nostro Paese. Ora come ora c’è un grande sforzo comune nel fare pressione sulla struttura capitalista e cercare di risolvere problemi tramite boicottaggi e pressioni economiche sulle aziende e i settori – insomma, agire direttamente senza aspettare i tempi lunghi della politica. Con le proteste per George Floyd, ho sentito di non avere più scuse per non usare la mia voce e la mia visibilità e dire: sapete, la verità è che i risarcimenti sono un’ottima idea.
 
Hai detto che secondo te l’industria musicale è ancora oggi ingiusta nei confronti degli artisti neri. Ne hai avuto esperienza diretta? 
Ho visto che gli artisti neri non vanno in tour nello stesso modo degli artisti bianchi. Non hanno accesso alle stesse possibilità. Anche i festival, a volte, mantengono una sottile segregazione con le giornate dedicate al rap, gli “hip hop days”. Ho visto che l’industria musicale non ha voglia di lottare contro una società che vuole che l’hip hop day finisca alle 6 di pomeriggio. Questo genere di ingiustizia è quello in cui sono cresciuto a St. Louis, in un quartiere con pochi servizi. Crescendo, quando la nostra squadra di football giocava contro quella del quartiere vicino, la partita non era il venerdì sera, ma sabato pomeriggio. Questo genere di sottile discriminazione e la poca fiducia che provoca sono ben presenti nell’industria musicale di oggi. 
 
Cosa speri di comunicare ai tuoi colleghi bianchi in questo momento?
Il problema che gli artisti bianchi devono affrontare è lo stesso che dobbiamo affrontare tutti nella nostra società: l’avidità. C’è l’avidità dietro a un sacco di problemi. Bisogna fare la rivoluzione nella propria testa. Bisogna riappropriarsi di cose come l’arte, lo spirito, l’idea che tutto debba essere sempre collegato a un ritorno economico. Anche io devo farci i conti.
 
Tu hai fatto tre dischi con Mavis Staples. Leggendo la tua dichiarazione, è stato difficile non pensare a come Staples ancora oggi, dopo tutti questi anni, sia costretta ad aprire per artisti bianchi, che siano Van Morrison o Bob Dylan o Brandi Carlile.
Affinché un artista nero abbia successo deve avere un pubblico bianco. È uno dei problemi di cui parlavamo prima: il tipo di locale a cui ha accesso, il tipo di stabilità finanziaria che hanno i suoi fratelli e sorelle nere. In un sacco di comunità nere la gente non ha soldi per andare ai concerti. 
 
Ultimamente si è parlato molto di artisti neri a cui è stata negata la proprietà dei loro master, con perdite per milioni di dollari di royalties non pagate.
Sì, sono più soldi di quanto si possa immaginare. L’industria musicale macina miliardi di dollari l’anno. Accendi la televisione e guarda le pubblicità per qualche ora. Trovami un’ora di televisione, o guarda un film, insomma trova un’ora di intrattenimento nel nostro Paese, e puoi sicuramente tracciare una linea che lo collega a una comunità nera. La cultura americana è una cultura nera. Non dovrei essere io a dire questa cosa, ma è vera e il furto di royalties è un crimine che non viene perseguito.
 
C’è un motivo per cui con la tua iniziativa ti sei concentrato sui diritti d’autore musicali? È perché in quel settore dell’industria girano molti soldi?
Beh, sì. Per me è come quando, dopo essere tornati dalla Seconda guerra mondiale in un periodo in cui gli Stati Uniti accumulavano ricchezza e si sollevavano dalla povertà, i veterani neri dell’esercito non potevano comprare casa in certi quartieri delle città. C’erano strumenti legali che impedivano loro di accumulare ricchezza. Gli stessi metodi para-legali previsti da un sistema ingiusto sono usati ancora oggi contro gli artisti neri. Quindi sì, la logica conclusione è: come sarebbe il mondo se Big Mama Thornton fosse stata pagata? Come sarebbe il mondo se tutti questi artisti, risalendo indietro fino ai primi movimenti culturali e musicali nella storia degli Stati Uniti, nati dalla schiavitù ma che hanno fruttato un sacco di soldi per gli impresari bianchi, come sarebbe se fossero stati pagati? Non si tratta solo dell’era del rock’n’roll o del jazz. Immagino che chiunque voglia prendermi di mira possa avanzare tante critiche riguardo al mio approccio alla questione o al modo inaccurato con cui la tratto. Ma non mi importa. Sono sincero al 100%. Mi piacerebbe fare la mia parte e sto cercando di capire come. 

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