I Pearl Jam non si sono esibiti per un anno e mezzo e Jeff Ament ha sfruttato la pausa in modo produttivo assemblando il libro Since Forever, che raccoglie le fotografie scattate ai compagni di band fin dai primi giorni. Al suo fianco c’è il fratello Barry, che per primo lo ha convinto a digitalizzare le vecchie foto contribuendo a riportare alla luce decine di momenti inediti.
In un’intervista realizzata per il podcast Rolling Stone Music Now, Ament ha ripercorso alcuni di quei momenti e ha parlato della situazione del batterista dei Pearl Jam, il cui esito è tuttora incerto. La chiacchierata è stata fatta prima dei concerti che la band ha fatto all’Ohana Festival con Abe Laboriel Jr., storico batterista di Paul McCartney. Ament faceva intendere che chiunque fosse salito sul palco con loro sarebbe diventato probabilmente il nuovo batterista della band. Dopo le esibizioni, però, Eddie Vedder ha scritto su Instagram che Laboriel è un batterista «in prestito».
Nell’intervista Ament parla dei Temple of the Dog, della realizzazione di Ten, della foto di copertina di Vs., dei tour con Neil Young, del futuro dei Pearl Jam e di molto altro.
Una cosa che ho capito sfogliando Since Forever è che non avevi una macchina fotografica durante gli anni dei Green River, né durante quelli dei Mother Love Bone. Le foto cominciano più avanti. Dev’essere una cosa che ti pesa parecchio.
Sì, dei primi due o tre anni in cui ho vissuto a Seattle ci saranno due foto in croce. È un sacrificio che ho dovuto fare: ho dovuto vendere la mia macchina fotografica per trasferirmi a Seattle. Era l’oggetto che possedevo di maggior valore, credo di aver ricavato 100 dollari, che nel 1983 erano un sacco di soldi. Poi, mentre lavoravo sul set di Singles – L’amore è un gioco, avevano bisogno di qualcuno che scattasser delle foto. «Non ho una macchina fotografica». «Vai a comprarne una». «Davvero?». «Vai a comprarne una e mettila sul conto del film». «Posso farlo?». Mi hanno pagato il corpo macchina e io, con i miei soldi, ho comprato un obiettivo fisheye. Sono state le prime pellicole che abbiamo trovato mentre lavoravamo al libro. È incredibile: ci sono un paio di foto delle prove. Non scattavo tantissimo perché la pellicola costava, ma è bello poter rivedere quel momento preciso. È stata un’opportunità che Cameron Crowe mi ha dato per lavorare a quel film e guadagnare qualcosa. E poi mi hanno poi permesso di andare da Seattle Art a comprare vernici, carta e tutto quello che avevo sempre sognato di avere e che fino a quel momento avevo dovuto centellinare perché non avevo soldi. All’improvviso potevo fare l’artista, finalmente avevo dei materiali con cui lavorare.
Hai ottenuto il lavoro su Singles perché Cameron ti conosceva già come musicista? Com’è andata?
Avrò incontrato Cameron un paio di volte. Aveva avuto l’idea di raccontare in un film questi musicisti che di giorno avevano un altro lavoro e credo fosse incuriosito dal fatto che lavorassi in un coffee shop. All’epoca anche Stone lavorava in una caffetteria. Poi Cameron è venuto nel mio appartamento, ha visto cosa avevo attaccato alle pareti e credo, ha pensato che dovevo lavorare con loro per decorare le stanze e a creare gli oggetti e i dettagli di scena del film. Sapeva che disegnavo copertine di album e t-shirt, voleva qualcuno del posto.
E cosa avevi attaccato a quelle pareti?
Un enorme poster del Joe Perry Project che avevo preso quando lavoravo a Tower Records. Quando hanno preso tutto, alcuni dei miei dischi sono andati persi. Per lo skateboard e per alcuni dischi potevo anche farmene una ragione, perché mi stavano pagando, ma quel poster… Era il pezzo forte della parete, poi avevo dei volantini e un po’ di grafiche. Un paio di amici con cui lavoravo erano pittori, quindi c’erano anche alcuni dei loro lavori e forse persino qualche maglietta che avevo disegnato. Erano circa 16 metri quadrati, sembrava un appartamentino di New York. Sin da quando ero bambino ho sempre voluto avere sulle pareti cose capaci di farmi sognare e di ispirarmi. Ogni giorno mi affidavano un progetto. «Ehi, ci serve una copertina per un album dei Citizen Dick». Quindi inventavo i titoli delle canzoni e poi li portavo a Cameron. E da lì iniziavamo a ragionare: «Perché questa canzone si chiama così?». Alla fine nel film è finito ben poco del materiale che avevo realizzato, ma all’epoca mi sembrava qualcosa di enorme. Facevo parte di quella squadra e avevo la possibilità di realizzare un’opera d’arte.

È stato intelligente da parte sua coinvolgerti. A Seattle la gente vedeva i tuoi volantini da danni, ne sto giusto guardando uno che hai disegnato per i Green River e i Melvins.
Li disegnavo a mano perché non potevo permettermi il Letraset e non potevo fare le cose che volevo fare. Ma Cameron era fantastico da questo punto di vista. Se guardi una stanza in uno qualsiasi dei suoi film, ti viene da dire: «Oddio, guarda quel dettaglio» e magari è una cosa che vedi per un paio di secondi. Avrei potuto fare quel lavoro per il resto della vita ed essere felice, tutti quelli dell’ufficio erano fantastici e ogni sera uscivamo e andavamo a vedere concerti. Era un ambiente creativo.
Nel libro ci sono foto di quel periodo.
Ci sono un paio di immagini delle prove, forse qualche piccola foto legata a Singles. Alcune non sono granché, ma raccontano una storia. Nel 1991 mio fratello si è trasferito a Seattle, quindi passavamo tanto tempo insieme. Ci sono diverse fotografie in cui si vedono, per esempio, i suoi piedi e ce ne sono alcune che sono quasi certo abbia scattato lui. Usavo spesso l’autoscatto, ma c’è una foto in cui gioco a basket. Era durante un viaggio in bici e quella l’ha scattata sicuramente lui. È stato lui ad aiutarmi a digitalizzare le fotografie e a suggerire di farne un libro. Mi ha detto: «Ero un grandissimo fan dei primi anni della band. Vedere queste fotografie è incredibile. Le foto delle registrazioni di Vs. e Vitalogy non sono mai state pubblicate». Ma io ho sempre detto: «Se sarà mai il primo della band a scrivere un libro, ammazzatemi». Cercavo di evitare che sembrasse che stessi scrivendo un libro. Ho passato un paio d’anni a cercare di capire quale avrebbe dovuto essere il formato e come avrebbero dovuto essere le parti scritte. Avevo una nota sul telefono in cui, per circa cinque anni, ho continuato ad appuntare e modificare idee su come lo avrei fatto. Ho letto le memorie e le autobiografie di tutti i musicisti. Una parte di me però continuava a pensare: non voglio essere quello che racconta la storia della band. Credo che quei libri funzionino solo se racconti tutta la storia, compresi gli aspetti più oscuri. E qui non c’è quel materiale compromettente, sarebbe stato noioso.
A me le parti scritte sono piaciute, credo ci sia ancora molto da raccontare. Ma capisco: non vuoi essere il primo di voi a scrivere un libro.
Sì, credo che lascerò fare a qualcun altro.
Che cosa hai provato tornando a guardare queste foto? Com’è vedere le cose attraverso i tuoi occhi di 30 e 40 anni fa?
Ci sono stati momenti stressanti, ma a volte aveva semplicemente a che fare con quello che stava succedendo nella mia vita, con i miei amici o con la ragazza che avevo all’epoca. È stato difficile riprendere quel materiale perché sento di aver elaborato molte di quelle cose attraverso la terapia. Non erano necessariamente brutti ricordi, ma ricordi legati a periodi stressanti. E poi nel libro si vede il momento in cui la band comincia a essere stufa di avere una macchina fotografica puntata addosso. All’inizio li vedi tutti sorridere, poi trovi uno che sto fotografando che ha un’espressione deltitpo: «Perché hai di nuovo quella cazzo di macchina fotografica?».
C’è una bellissima foto scattata a New York in cui Ed guarda dritto l’obiettivo come se tu fossi un paparazzo. Tipo: ma che cazzo stai facendo?
Esatto. E probabilmente è proprio per questo che non sarei mai stato un grande fotografo, sono troppo sensibile a cose del genere. Un grande fotografo deve semplicemente ottenere lo scatto. Abbiamo avuto a che fare con fotografi che entrano in qualsiasi situazione senza farsi problemi, anche se rischiano di beccarsi un calcio sulla macchina fotografica. Io non ne sono capace.
Ce n’è un’altra in cui non si capisce se Ed ti sta fissando male o se fa finta. Immagino sia il genere di cosa che ti porta a mettere via la macchina fotografica.
Sì. La cosa curiosa è che, all’inizio, non stavo cercando di documentare qualcosa. Cercavo di creare contenuti per gli album che facevamo o per le newsletter che pubblicavamo. È successo così anche con le copertine degli album: abbiamo capito presto che casa discografica avrebbe ingaggiato un fotografo e che saremmo stati noi a pagarlo, o che ne pagavamo metà, e che il fotografo chiedeva 8000 dollari per un’ora. E quella parte di me, parsimoniosa e molto DIY, pensava: «È assurdo, è quattro volte il valore di tutta la mia attrezzatura fotografica, lo posso fare io».
Durante le session di Ten scattavi quasi di nascosto.
Avrei fatto io quelle fotografie, se avessi potuto. Il concept era tutto mio, nel bene e nel male. All’epoca lavoravo a stretto contatto con Lance Mercer, che era il nostro fotografo. Era un nostro amico ed era diventato molto bravo. Quando ti trovi nella situazione di farti fotografare da un sacco di persone, finisci immediatamente per affezionarti a quelle con cui stai bene. Danny Clinch è uno di quelli con cui è bello passare il tempo, è sempre la prima persona che chiamiamo perché sappiamo che non ci saranno imbarazzi. Anche Lance era così, soprattutto nei primi anni. Era facile lavorare con lui e, se avevo qualche idea assurda, tipo portare tutta la band fino alla Olympic Peninsula.

I Pearl Jam nel 1991. Foto: press
Cosa ricordi delle foto scattate per le strade di New York?
Eravamo emozionati. Stone e io eravamo stati a New York una volta coi Green River, ma era stata una cosa veloce. Credo che anche i Mother Love Bone ci fossero stati un paio di volte, ma sempre per poco tempo. Avere una seconda possibilità con questa band era incredibile. A quel punto avevamo tutti lo stesso entusiasmo, la stessa eccitazione e la stessa voglia di fare. Volevamo solo suonare, migliorare, fare bei dischi. Ogni singolo membro della band aveva una storia musicale legata a un gruppo di New York, Ramones, Kiss, Blondie, Heartbreakers. Avevamo le nostre band del cuore. Camminare per quelle strade, andare nell’East Village… Credo che uno dei nostri primi concerti fosse stato al Wetlands, a pochi passi dal CBGB’s, sembrava di vivere un sogno che nessuno di noi avrebbe mai pensato di poter vivere: suonare a New York e seguire le orme dei nostri eroi. Sulla stessa strada di Paul Stanley. Chi l’avrebbe mai detto?
Ci sono delle bellissime foto scattate al London Bridge Studio durante le session di Ten.
O le sessioni di Ten o di un demo precedente.
In una foto Ed è appeso al soffitto.
Quella gigantesca altalena di corda era una parte fondamentale di ogni session. Potevi correre, afferrarla e capovolgerti, poi attraversare oscillando tutta la stanza enorme a testa in giù. Era come farsi un viaggio con l’LSD di 30 secondi, fantastico. Alcune di quelle fotografie non sapevo nemmeno che esistessero. Tornare a quei ricordi e persino guardare le fotografie di Ed mentre canta nella cabina… Spero che non sia scontento, perché non gli ho fatto vedere niente di tutto questo prima di pubblicarlo. Cercavo di inserire fotografie che avrebbero reso onore a tutti, ma quando ho guardato i provini a contatto non riuscivo a capire cosa fossero quelle immagini. Ci sono delle fotografie che ho dovuto digitalizzare per capire cosa avevo scattato nel buio. E spesso era Ed in cabina di registrazione.
A torso nudo.
Faceva un gran caldo, in quelle cabine non c’era l’aria condizionata, mi sorprende che non fosse addirittura in costume da bagno.
Sono fotografie molto evocative perché si vede che sta cantando senza sapere che qualcuno lo sta guardando. Si vedono i movimenti delle mani. Che sia una demo o un album, è un momento intenso.
Facevamo una quantità folle di take. E a ogni take lui si comportava come se fosse quella definitiva. Credo che quella ripetizione ci facesse bene all’epoca, ma è anche vero che è il lavoro di un ragazzo giovane.
È leggenda il fatto che abbiate rifatto Even Flow un milione di volte.
Capivo perfettamente cosa voleva ottenere Stone, quindi ero dalla sua parte quando cercavamo di fare in modo che i ritornelli avessero quel feeling. E per quanto fosse difficile per Ed, probabilmente lo era ancora di più per Dave Krusen. Doveva far oscillare quel pezzo in due direzioni diverse ogni 30 secondi. Non era affatto facile.
All’epoca aveva proprio la faccia da bambino.
Un po’ tutti noi, ma lui in particolare: sembra avere 15 anni.
Ne abbiamo già parlato: su quell’album è grandioso.
Sì, ha uno swing unico. Quel disco ha così tanto groove proprio perché suona in modo rilassato anche quando i pezzi sono veloci. È forse il tipo di musica che preferisco: quando il tempo è sostenuto, ma il groove resta comunque rilassato.
È incredibile vedere gli scatti rimasti fuori dal servizio fotografico di Vs. Quel giorno stavate cercando di realizzare la copertina dell’album?
No, per niente. Eravamo poco a sud di Missoula. Ero con il mio amico Mike Mora, un architetto. Pensavo di costruire una casa da queste parti e siamo andati a vedere un paio di terreni. Il mio amico Eric conosceva qualcuno che lavorava in una fattoria della Bitterroot Valley chiamata Lifeline, dove allevavano bovini e pecore e producevano formaggio. Siamo andati lì e… io sono cresciuto con gli animali: mio padre aveva mucche, maiali e galline, e da bambino adoravo i maiali. Ci facevo amicizia e loro mi riconoscevano. Mi sono accorto che una pecora continuava a seguirmi lungo la recinzione, così ho cominciato a fotografarla e lei cercava continuamente di passare attraverso la rete. Solo quando ho visto tutti gli scatti del rullino ho pensato che sarebbe stata una copertina fantastica. Avevamo già scritto Animal e in quel periodo ci sentivamo un po’ contro il mondo, contro la casa discografica, contro il sistema. Quella foto mi è sembrata una scelta naturale, molto più della copertina del primo album, che era decisamente più letterale. Mi piace aver messo nel libro quasi tutti quegli scatti, anche solo per far vedere che per quella pecora ho sprecato un intero rullino.
È una pecora o una capra d’Angora? Le ricostruzioni non concordano.
Credo sia una pecora.

Buono a sapersi, la pecora più famosa della storia del rock. All’inizio del libro accenni all’«incidente dei funghi con i Ministry». Che cos’era successo?
Quando ci hanno proposto il Lollapalooza eravamo pronti a prenderci una pausa. Eravamo in tour da quasi un anno e non so nemmeno se Perry [Farrell] all’inizio ci volesse in cartellone. Eppure avevamo già una lunga storia comune, con i Green River avevamo suonato con i Jane’s Addiction e lo stesso era successo con i Mother Love Bone. Ma c’era chi si batteva perché partecipassimo: Don Muller e Ted Gardner erano due figure chiave del Lollapalooza. Ci siamo entusiasmati davvero solo quando abbiamo saputo che ci sarebbero stati anche i Soundgarden. Per noi era ancora l’inizio, le cose avevano appena cominciato a muoversi ed eravamo in basso nel cartellone.Poi abbiamo visto chi altro c’era. Stone era un grande fan di Ice Cube. Con i Chili Peppers eravamo molto amici, ovviamente: l’anno prima eravamo stati in tour con loro per un paio di mesi. Pensavamo che sarebbe stata una specie di vacanza: mezz’ora sul palco e poi il resto del tempo a vedere suonare i nostri amici. Conoscendo meglio la crew abbiamo scoperto che c’era un tipo che vendeva sostanze psichedeliche e funghi. Un giorno mi sono preparato una tisana e ho guardato i Ministry dal lato del palco. Ho pensato che era un figata. È cominciata lì la cosa. Nel libro ci sono anche un paio di foto di quel tizio. Si chiamava Turner e… non sono nemmeno sicuro facesse altro oltre a essere l’uomo delle ossa. Durante gli spostamenti notturni sedeva davanti sul bus e, se vedevano un animale morto sulla strada, si fermavano, raccoglievano la carcassa e la mettevano nel vano sotto il pullman. Poi, dietro le quinte, faceva bollire le carcasse per ripulire le ossa e con quelle costruiva sculture sulle aste dei microfoni. Bellissime e perfette per i Ministry. È stato anche il periodo in cui prendevo funghi. Di solito li prendevo da solo, mi sedevo nel pit sotto il palco e guardavo il concerto. Era incredibile: le porte della percezione, capisci? Mi si spalancava tutto davanti. Ed è stata una delle poche volte in cui ho fatto una cosa del genere senza strascichi: il giorno dopo stavo benissimo. Anche i Chili Peppers all’epoca facevano cose folli. Io giocavo a basket con Flea e con la crew di Ice Cube, e poi adoro i Jesus and Mary Chain, adoro i Lush. È stato il tour più bello di sempre. Non c’è paragone.
C’è un passaggio sull’anno successivo alla morte di Andy Wood, ed è facile dimenticare che c’è stato un momento in cui non era chiaro cosa sarebbe successo. Mi hai raccontato che pensavi di iscriverti a una scuola d’arte. Stone scriveva musica senza di te perché non eravate sicuri di voler stare di nuovo insieme in una band. Poi le cose hanno cominciato a prendere forma, con Chris Cornell e l’arrivo di Ed.
Sì, non facevo capire in alcun modo di voler continuare a suonare. Pensavo: al momento non ho un lavoro, non ho nessun progetto. Amavo la musica. Nel giro di un paio di mesi, però, la mattina andavo in bici con Stone, e lui era piuttosto riservato su quello che stava facendo. Mi dice: «Sì, sto suonando un po’ con Mike (McCready, ndr)». Poi incontravo Mike – lavorava in una pizzeria proprio dall’altra parte della strada – e lui mi diceva: «Devi venire a suonare con noi. Quando ci siete tu e Stone insieme è diverso rispetto a quando c’è solo Stone». Mike ha avuto un ruolo importante nel farmi capire che cosa avevamo io e Stone. In qualche modo l’aveva visto da fuori. A quel punto Stone aveva messo insieme sei o sette idee, abbiamo fatto un paio di prove con Matt Cameron ed è stato bello. L’ho capito subito… avevamo già suonato un po’ Alive, ma sentivo che Black e Alive avevano qualcosa di speciale.
Ancora prima che ci fossero le parti vocali?
Sì, sì. Si sentiva e basta… c’era un groove bellissimo e quel modo di suonare di Stone, con un fraseggio fitto e ripetitivo. Il demo di Black era tristissimo, aveva dentro una malinconia enorme. Dopo la morte di Andy io esternavo molto il mio dolore, mentre Stone tendeva a tenerselo dentro. Avevo la sensazione che non riuscissimo davvero a condividere quella perdita, e per me quella canzone ha creato un legame tra noi. E si potrebbe anche dire che sia una delle cose migliori che abbia mai scritto. Incredibile.
Poi c’è la foto di Ed con Chris Cornell. In quel momento Ed era un perfetto sconosciuto, mentre Chris, a modo suo, era già piuttosto famoso. Eppure sembrano due pari.
Erano fatti della stessa pasta. Dopo la morte di Andy ho passato parecchio tempo con Chris. Era un tipo spericolato. Andavamo in bici sui sentieri assurdi di Discovery Park, con le lampade frontali, vedendo appena tre metri davanti a noi. Eravamo io, Chris ed Eric Garcia: ogni cinque o dieci minuti qualcuno cadeva e finivamo tutti a ridere. Eddie aveva quello stesso spirito. Non sono diventati amici soltanto per la musica, per il processo creativo e artistico o perché erano entrambi frontman, ma anche per il modo in cui amavano vivere. Avevano entrambi una gran voglia di vivere e insieme stavano benissimo. E Chris era davvero… ogni tanto mi ricapitano davanti delle foto. Ce n’è una bellissima in cui fa stage diving: è perfettamente inclinato a 45 gradi, un attimo prima di buttarsi sulla folla, con il look alla Pearl Jam. Ha la canottiera rossa, bianca e blu e i pantaloncini bianchi. E il giorno dopo magari si presentava vestito da capo a piedi come i Nirvana. Era orgogliosissimo di quello che stava succedendo a Seattle perché era qualcosa che aspettava da tempo. Era uno dei più convinti sostenitori della scena.
Cercava sempre di coinvolgerci… da quel punto di vista era un artista di una generosità enorme. Il disco dei Temple of the Dog è stato uno dei grandi regali della nostra vita. Ricordo che mi ha dato il demo nell’ufficio della manager Susan Silver e io ho pensato: «Cavolo, queste canzoni sono già complete». Gli ho detto: «Potresti pubblicarle così come sono». Bastava farle mixare e sarebbero state pazzesche. Pensavo: «Non so davvero che cosa possiamo aggiungere noi». Ma lui ci teneva moltissimo che suonassimo nel disco. A parte l’idea di coinvolgerci e di farsi aiutare, in qualche modo, a elaborare la morte di Andy, non c’era un vero piano. Era più una cosa del tipo: «Matt è un gran batterista, dovrebbe suonarci». Poi: «Ah sì, Mike, il vostro chitarrista, è fortissimo. Dovrebbe suonare in qualche pezzo». Nel giro di quattro o cinque giorni il disco era praticamente fatto, un paio di session da due o tre giorni. A volte arrivavamo e Chris diceva: «Ho questa canzone. Credo di volere soltanto te e Matt». E allora si andava avanti tutta la notte. È molto simile al modo in cui abbiamo fatto quel disco con Neil Young: non vuole che tu stia lì a capirlo fino in fondo. Vuole che tu suoni un po’ d’istinto, senza strafare. Senza fare il sofisticato o cercare di metterti in mostra. Devi metterti al servizio della canzone, della melodia e degli accordi.
A proposito di Neil, ho visto un video non ufficiale di uno di quei concerti con i Pearl Jam, Neil e Brendan O’Brien alle tastiere. Micidiale.
Il massimo. Quasi a ogni concerto veniva da noi una ventina di minuti prima e diceva: «Ehi, credo che stasera faremo Mr. Soul». E noi cominciavamo a cercare disperatamente una cassetta di Decade. Per fortuna Brendan aveva suonato molti di quei pezzi nelle band in cui militava da ragazzo, quindi li conosceva. Ma noi stavamo letteralmente dietro le quinte, strumenti in mano, a imparare la canzone, e magari poco dopo salivamo sul palco a Berlino e la suonavamo per la prima volta. Ma in quasi tutti quei concerti arrivava un momento in cui il concerto decollava. Poteva essere il finale di Cortez, ma ogni sera era un pezzo diverso. Neil decideva semplicemente che quella sera avremmo fatto una versione di 15 minuti di una canzone, schiacciava un paio di pedali, alzava gli ampli a un volume pazzesco e tu dovevi stargli dietro, lasciarti trascinare dalla sua energia. Lo so, ho appena detto che il Lollapalooza è stato il tour più divertente, ma quello di Mirror Ball è stato decisamente speciale… Quando è finito ci siamo detti: «Cavolo, vogliamo farne ancora». E invece è finita lì. Non è mai più successo.
Probabilmente molti dei musicisti che hanno collaborato con Neil raccontano la stessa storia.
È il top, sì.
Ci sono delle bellissime foto di Matt Cameron, compresa quella in cui dorme.
Adoro quella foto.
Il suo coinvolgimento risale proprio all’inizio: ha suonato in quei demo e nel disco dei Temple of the Dog. Ti aspettavi che avrebbe lasciato i Pearl Jam?
No. Se ne parlava da sei o sette anni, da quando i Soundgarden hanno ricominciato a suonare. C’è stato un periodo di un anno o due in cui Matt si stava sfiancando su due fronti. Probabilmente passava lontano da casa tre quarti dell’anno, e alla lunga è dura. Io e lui a volte scherzavamo su questa cosa. «Allora, quanto ci resta? Altri tre anni, vero Jeff?». «Direi di sì, altri tre anni». «Così avremo entrambi 60 anni». «Sì, perfetto». Credo che la cosa mettesse un po’ in agitazione gli altri, ma io scherzavo. Poi ho scoperto che lui diceva sul serio. Ma lo capisco. Arrivi a 60 anni – e siamo fortunati ad esserci arrivati – ma magari hai ancora sogni che non hai realizzato, altre cose che vuoi fare. E forse il sogno è semplicemente stare a casa con tua moglie. Capisco perfettamente tutte queste ragioni. Penso a una band come i R.E.M.: quando hanno smesso credo fossero tra la fine dei 40 e l’inizio dei 50 anni. Sembravano più vecchi, ma non lo erano. A noi sembravano più vecchi, questo sì, però hanno chiuso quando erano ancora piuttosto giovani. Ricordo di aver pensato: «Cavolo, che bel modo di chiudere». Allo stesso tempo, ogni tanto facciamo un concerto e penso: «Cazzo». Quando succede, penso che possiamo reggere il confronto con qualunque band di venticinquenni, con chiunque oggi a 25 anni suoni rock. Siamo ancora capaci di tirare fuori concerti così. Per quanto mi riguarda, finché riusciremo a portare sul palco quell’intensità, finché entreremo in studio entusiasti e continuerà a esserci quella collaborazione, non riesco a immaginare di smettere, perché mi piace da morire stare con questi ragazzi. Mi mancano quando siamo lontani. Non facciamo un concerto da un anno e mezzo e non vedo l’ora di tornare sul palco a settembre (per l’Ohana Festival, ndr).

Eddie Vedder e Abe Laboriel Jr. dal vivo coi Pearl Jam all’Ohana Fest il 25 settembre 2026. Foto: Jim Bennett/WireImage
Quindi il piano è semplicemente salire sul palco all’Ohana con un batterista e farci scoprire così chi è?
Sì, più o meno. A meno che non esca qualche indiscrezione, cosa sempre possibile. Spero che sia la persona giusta per noi, ma ancora non posso saperlo. Non abbiamo fatto neppure un concerto insieme, quindi è difficile essere convinti fino in fondo… E se vogliamo tornare in tour e suonare al livello che pretendiamo da noi stessi, credo di avere ancora soltanto pochi anni per correre su e giù per il palco come un idiota fingendo di avere 28 anni. Ma per la prima volta dopo tanto tempo mi sento pronto a tornare a fare concerti e a lavorare un po’. È ancora tutto un’incognita, e va bene così: dopo 35 anni in una band c’è ancora qualcosa che non sappiamo. Nessuno sa davvero che cosa succederà.
Quando ho parlato con Ed qualche mese fa per il suo documentario, mi ha detto che stavate lavorando separatamente, in una fase di passaggio tra un’era e l’altra, per capire quale sarebbe stato il prossimo passo. È ancora così?
Sì. Credo che tutti stiano componendo, ma insieme non abbiamo ancora scritto moltissimo. Però quel paio di cose che abbiamo fatto sono davvero belle. E stare lontani per un po’ ha anche questo effetto, ti fa pensare che non vedi l’ora di ricominciare. Non sto più nella pelle. Però ci vorranno almeno alcuni mesi.
Quando avete deciso quale batterista sarebbe salito sul palco con voi al prossimo concerto?
È stato il primo nome che è venuto fuori e abbiamo pensato tutti: «Partiamo dal migliore». Abbiamo tutti ottimi amici che fanno i batteristi, quindi quando Matt ha deciso di dire a tutti che non faceva più parte della band è stato un momento un po’ difficile. Probabilmente anche per lui. La parte peggiore è stata dire a Richard, a John Wicks e agli altri miei amici che sono batteristi formidabili che avevamo già trovato qualcuno. Ma sì, se funzionerà sarà fantastico. È tutto quello che posso dire.
Ci sono delle bellissime foto di Mike McCready agli inizi: si vede quanto lo ammiravi. Lo fotografavi come se fosse una star.
E a lui piaceva farsi fotografare. Ha una vena da comico, quindi stare con lui è sempre molto divertente. Siamo andati insieme per la prima volta in Messico e alle Hawaii. In parte era semplicemente perché Seattle, in quel periodo, era diventata una follia per tutti. Bastava dirsi: «Ehi, abbiamo dieci giorni liberi. Andiamo in Messico». Passavamo molto tempo insieme e ci facevamo ascoltare musica a vicenda.
A proposito di Ed, racconti di quelle prime telefonate e delle lettere che vi scambiavate prima che si trasferisse lì. Avevate legato anche grazie al fatto che facevate poster e cose del genere.
Quando io e Stone abbiamo deciso di suonare insieme, una cosa che ripetevo spesso era: «Non voglio perdere tempo». Credo che qualcuno l’abbia interpretata come se pensassi solo a fare carriera. E in un certo senso era vero, se per «fare carriera» intendiamo che volevo essere un musicista e suonare per il resto della vita. Ma non aspiravo a diventare una rockstar o a comprarmi auto costose e infatti non ho mai fatto niente del genere. Amavo la musica più di qualsiasi altra cosa al mondo, era quello che volevo fare, era ciò di cui parlavo prima con Stone e poi con Ed. Volevamo stare in una band con altre quattro persone a cui importasse quanto importava a noi, si trattava semplicemente di prendere sul serio il fatto di essere artisti, con tutto quello che comporta. E il bello di stare in una band è che puoi essere pittore, graphic designer, regista, fotografo. Ed mi ha sempre sostenuto molto e spero di aver fatto lo stesso con lui. E poi c’era il desiderio di dare spazio all’artista che hai dentro, di portare quella parte di te fin dove riesci e di farlo collaborando con gli altri. Nell’ultimo tour io e lui abbiamo lavorato molto all’allestimento del palco, per ore e ore. A parte forse un paio di copertine in cui uno di noi aveva già sviluppato gran parte dell’idea, quello spirito è rimasto lo stesso fin dalle prime conversazioni.
È bello vedere delle foto di Ed che sorride negli anni ’90. La gente ha l’idea che fosse tutto sofferenza, ma ovviamente non poteva essere così.
No, neanche al picco della percezione pubblica della nostro stato d’animo peggiore. C’è una foto di noi sotto Red Rocks che ho scattato con l’autoscatto, credo che sullo sfondo si veda la mia bici. Sono corso dagli altri e credo di cercare di sembrare naturale, ma in realtà si vede benissimo che sto posando. Nella foto sembra che Mike abbia appena detto qualcosa. Forse ha una sigaretta in bocca e stanno tutti più o meno ridendo. Era il periodo di Vitalogy, probabilmente il culmine della follia. Non abbiamo mai perso la capacità di divertirci, scherzare e alleggerire l’atmosfera. Mike e Stone erano maestri in questo: capivano quando la tensione saliva e facevano una battuta.
Le foto nello Studio Ovale di Bill Clinton sono pazzesche: ricordano quanto siano state assurde le vite che avete vissuto.
Sai qual è la cosa incredibile? Un anno fa è morto il mio amico Pat Williams, che era stato deputato del Montana al Congresso. Al funerale mi si è avvicinata una donna. Adesso non ricordo il nome, ma mi fa: «Ero una fotografa dello staff della Casa Bianca». E poi: «Ho una bellissima foto di voi». E io: «Ah sì, anch’io ne ho un sacco». E lei: «Già, continuavamo a dirvi: “Qui dentro non potete scattare foto”». Non ricordo bene la scena, ma ricordo il mio atteggiamento di allora: «Ci avete invitati voi. Non siamo stati noi a chiedere di venire, quindi faccio quel cazzo che mi pare». Di quel viaggio ho due rullini e un sacco di bellissime foto con i Mudhoney. A Bill non importava. Diceva: «Dove volete andare? Vi porto dove volete». «Possiamo andare nella Situation Room?». «Certo. Andiamo nella Situation Room». Mica male.

Sono come tante istantanee di un’epoca. Credo che ai fan piacerà parecchio.
Mio fratello ne è convinto. Sapevo che lì dentro c’erano alcune foto, soprattutto quelle scattate in studio durante Vs. e Vitalogy, e anche No Code, e volevo che tutto quel materiale fosse conservato, così che un giorno qualcuno potesse avere in archivio tutto. Chiunque abbia digitalizzato vecchie pellicole sa quanto lavoro ci vuole. Ci ha lavorato una squadra di tre o quattro persone per centinaia e centinaia di ore. Probabilmente dai 20 ai 45 minuti per ogni foto, solo per ripulirla. È stato un lavoro enorme, ma sono felice che sia stato fatto. E soprattutto sono felice di non dovermi più preoccupare di quel materiale, che era chiuso in due scatole nel mio seminterrato. Ogni volta che le vedevo pensavo: «Oddio, dovrei toglierle da terra. Se si allaga il seminterrato, va tutto perso».
Ancora complimenti. Parlando con te e con Ed, sembra che la speranza sia di fare un album l’anno prossimo e poi andare in tour. È questa l’idea?
Mi piacerebbe moltissimo. Sarebbe ora. C’è una nuova energia e abbiamo l’occasione di sfruttarla fino in fondo e trasformarla in qualcosa di diverso, qualcosa di grande. E con Stone è come è sempre stato. Ogni settimana o due ci sentiamo e cominciamo: «Potremmo fare questo e quest’altro», ma poi ci diciamo: «Non corriamo troppo». Il fatto di non sapere che cosa succederà è elettrizzante e non vediamo l’ora di suonare. Abbiamo appena fatto un bel po’ di prove. È stato pazzesco. Continuare a farlo mi riempie di gratitudine. È la stessa sensazione che ho provato mettendo insieme il libro. Più guardavo quelle foto e più mi rendevo conto di quanto fossi grato a tutti quelli della band, alle persone che ci stavano intorno, al manager Kelly Curtis, a Cameron Crowe, a Lance e a tutti quelli con cui abbiamo fatto i dischi. Brendan, George Webb (tecnico del basso e responsabile della strumentazione, ndr), Eric Johnson (il primo tour manager, ndr). Persone che hanno avuto un ruolo enorme in tutta questa storia e l’hanno resa divertente. E penso: cazzo, che fortuna ho avuto, che fortuna abbiamo avuto. Non solo abbiamo potuto fare i musicisti e gli artisti, ma siamo stati circondati da persone incredibili, persone speciali che ci hanno ispirati. È stato il massimo. Spero che venga fuori anche da quello che ho scritto nel libro: quanto sono grato di aver avuto i migliori collaboratori e amici che si possano desiderare.
Non vedo l’ora di scoprire che cosa farete adesso.
Anch’io.














