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Janelle Monáe: «Potere alle donne»

La musicista si è ritrovata nello stesso film di Pharrell Williams, "Hidden Figures", lei come attrice e lui come produttore e autore della soundtrack. Leggi l'intervista

Janelle Monáe (a sinistra) con Taraji P. Henson e Octavia Spencer, protagoniste de Il diritto di contare

Janelle Monáe (a sinistra) con Taraji P. Henson e Octavia Spencer, protagoniste de Il diritto di contare

Ambigua, ermetica, audace, trasgressiva, determinata, anticonformista. Non fosse che, appena cerchi di definirla, già cambia, si evolve, si trasforma in una creatura impossibile da intrappolare. Janelle Monae entra sola nella stanza, zero entourage, radiosa, capelli raccolti nel classico pompadour style, l’immancabile uniforme tuxedo e… si siede accanto a me. Alla vostra Bestia. Molte le qualità che la rendono inimitabile: stile impeccabile da star dei musical MGM; potenza scenica; funk da James Brown; fascino androgino da giovane Bowie; soul infuso da Prince; ribellione à la Grace Jones; musica cool anni ’60 Motown; futurismo rock anni ’70; virtuosità e tempo jazz di Coltrane. Bastano e avanzano, ma voglio aggiungere le straordinarie coreografie R&B à la Michael Jackson; originalità fantascientifica di Philip K. Dick; l’amore per il bianco & nero di un portavoce espressionista come Fritz Lang e l’attivismo sociale politico di Nina Simone.

Sebbene si sia laureata in recitazione, alla American Musical and Dramatic Academy di New York City, Janelle ha iniziato a recitare solo di recente, in due film importanti soprattutto per il proprio retaggio e patrimonio di black american. Moonlight, presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma e, si sussurra, in odore di nomination all’Oscar, e Hidden Figures-Il diritto di contare, ispirato al libro Hidden Figures: The American Dream and the Untold Story of the Black Women Mathematicians Who Helped Win the Space Race di Margot Lee Shetterly. È la storia vera di tre afroamericane esperte matematiche della Nasa: Katherine Johnson (una magnifica Taraji P. Henson di Empire), Dorothy Vaughan (il premio Oscar Octavia Spencer) e Mary Jackson interpretata da Monáe, tutte responsabili di aver reso possibile il lancio di John Glenn nella celebre missione spaziale del 1962. Diretto da Theodore Melfi, esce in Italia il 19 gennaio e nel cast conta anche Kevin Costner, Kirsten Dunst, Mahershala Ali e Jim Parsons. La colonna sonora del film è prodotta e composta da Pharrell Williams.

Quanto è stato importante per te il ruolo di Mary Jackson?
È stato un altro veicolo per diffondere il messaggio. Sono una donna di colore, vivo razzismo e sessismo sulla mia pelle. Ognuno ha un’opinione su chi sono, come dovrei vestirmi e comportarmi. Per me era importante scegliere un ruolo che esprimesse tutte le qualità che mi rendono unica. Mary Jackson era donna, moglie, madre, di colore, donna in carriera che sapeva fare il proprio mestiere meglio di chiunque altro. Non poteva e non voleva cambiare il proprio passato, voleva cambiare il futuro, lottò per farsi valere in un campo maschilista, in una società razzista.

Dici che vivi razzismo e sessimo sulla tua pelle. Fammi un esempio.
Il più stupido e ignorante? Mi dicono: “Perché ti vesti come un uomo?”. E io mi chiedo: chi decide come si deve vestire una donna? Sono una donna libera, smettiamola di conformarci a un mondo maschilista retrogrado… Ecco perché le elezioni americane sono state un disastro, e dobbiamo evitare di retrocedere di 100 anni.

Chi sono le persone che hanno formato l’artista che sei oggi?
Stevie Wonder, perché, nonostante sia sempre stato politico, mi ha sempre commosso. Mi ha ispirato, mi ha regalato pace e amore. Poi Lauryn Hill, che ha ridefinito il ruolo di popstar per tutte noi donne di colore, ci ha reso consapevoli del nostro destino. Erykah Badu, che mi ha insegnato il valore della sorellanza. Il sentimento di sisterhood è importante, noi donne dobbiamo supportarci a vicenda, aiutarci nei tempi difficili, ecco perché Hidden Figures è importante: le protagoniste, da sole, non sarebbero state in grado di ottenere lo stesso successo.

Hai mai vissuto una situazione di sisterhood?
Con Taraji e Octavia siamo molto unite. Taraji è un po’ la mamma chioccia. Ci sentiamo spesso, mi tiene sotto controllo! Io sono cresciuta in una famiglia super numerosa. Mia nonna ha avuto 12 figli. Ho tante zie, cugine, due sorelle minori che con il loro amore mi tengono con i piedi per terra. Questa è la mia sisterhood.

Recitare è sempre stato un tuo progetto?
In realtà ho sempre recitato, ma facevo teatro. Ho scritto anche varie commedie. Non ho mai pensato di essere solo una cantante, mi considero un’artista poliedrica, mi piace raccontare delle storie, soprattutto se importanti come queste. Lo sento come un dovere sociale.

Perché hai scelto un film come Moonlight per iniziare la tua carriera di attrice?
Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono resa conto che nella mia famiglia esistono personaggi come Juan, che spaccia droga ma cerca di aiutare i ragazzi della sua comunità, ho dei nipoti che hanno difficoltà con la propria identità sessuale come Chiron. Stanno tutti provando cosa vuol dire essere diversi in America. Questi problemi fanno parte anche della mia vita.

Spesso ti riferisci alla tua persona come “The Other”. Cosa significa?
“The Other” rappresenta chiunque si senta rifiutato dalla società in cui vive, tutte le minoranze, la comunità LGBTQ, chiunque venga discriminato per il colore della pelle o per il ceto sociale. Come artista penso sia importante valorizzare le varietà dei cuori che battono nei nostri petti. Non esistono persone migliori di altre. Ecco perché amo la fantascienza, perché è un genere unico che rappresenta mondi e realtà diverse, gli androidi sono un veicolo per discutere problemi sociali e culturali, visto che sono “The Other”. È importante comprendere e abbracciare le nostre differenze, pensiamo a quello che ci unisce, non a quello che ci divide.

Perché ti vesti solo di bianco e nero?
Faccio musica, scrivo e canto per la gente normale, per quelli che si fanno il culo tutti i giorni per portare a casa il pane, come mia madre e mio padre. Indosso un’uniforme, perché entrambi i miei genitori lavoravano in uniforme: mia madre era bidella, mio padre spazzino. Prima di diventare cantante, per vivere pulivo i cessi degli altri. La mia uniforme è una dichiarazione politica, non di fashion, quando mi vesto so che c’è ancora tanto lavoro da fare, se posso contribuire a ispirare qualcuno vuol dire che sono sulla strada giusta. E poi sono minimalista, non mi interessano i colori.

Parlami di Prince.
Prince è sempre stato un idolo. Ho avuto il privilegio di produrlo nel mio album, The Electric Lady. È sempre stato un genio, uno dei primi a scoprirmi, quando ho pubblicato Metropolis, il mio primo EP. Mi ha invitato a casa sua, sapeva che avevo la mia etichetta, che lavoravo con Sean Combs e Atlantic. Voleva solo darmi dei consigli, mi ha sempre supportato, era fantastico, “The Other”, un alieno. Lui sì che viveva in un altro mondo.

E lavorare con Pharrell, com’è stato?
Pharrell è molto figo, sono sua fan da sempre. E poi capisce noi donne, è sensibile ai nostri bisogni, soprattutto quelli sociali, sa quanto sia importante come uomo sensibilizzare le nuove generazioni, sono loro che devono prendere in mano il nostro futuro.

Quando hai capito che sapevi cantare?
Cantare mi fa stare bene, è come una terapia, se ho dei problemi canto, ascoltare la mia voce mi rilassa. Gli sciamani dicono che canticchiare stimola il cervello, lo aiutano a ripulirsi, le vibrazioni della laringe lo massaggiano. Canto sempre, ma scrivo e dipingo molto. Produco con la mia etichetta discografica, Wondaland Records, e faccio attivismo: i social media per questo sono fantastici. Ho creato #FemTheFuture, perché bisogna dare più opportunità a noi donne, soprattutto in campi come cinema e musica, ancora controllati dagli uomini.

Come scrivi le tue canzoni?
Per essere un bravo scrittore bisogna leggere. Cerco di leggere tutti i giorni, in genere prima di andare a dormire. Scrivo appena posso, quando mi viene un’idea. Ho imparato che se le idee non le scrivi scompaiono, ho perso tante di quelle cose perché non le ho scritte. Scrivo titoli di canzoni, pezzi di testi, sogni, conversazioni, idee, pensieri stupidi e profondi, consigli, tutto materiale che poi uso per i miei testi.

Il consiglio migliore che hai mai ricevuto?
Erykah Badu una volta mi disse: “Non rimanere intrappolata nella tua testa. Stanne fuori il più possibile”. Frase geniale, che mi aiuta a non pensare troppo quando sono ansiosa.

L’errore migliore che hai mai fatto?
Mi piace che anche tu pensi che sbagliare sia positivo! Quando mi sono trasferita da New York ad Atlanta: tutti mi dicevano che facevo male ad allontanarmi da Broadway, ma in realtà ad Atlanta ho scoperto di avere una voce. Atlanta è una città del futuro.

Il ricordo più bello?
La notte in bianco che ho passato alla Casa Bianca. Era l’after-party dopo la seconda elezione del Presidente Obama. Ho ballato con Barack e Michelle fino all’alba. Lei è straordinaria, forte e dolce allo stesso tempo. Mi mancherà, anche se sono sicura che si candiderà alle prossime elezioni. Power to the women.

 

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