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James Williamson: «Della musica di Iggy non fregava niente a nessuno»

Allo sbando. Talmente al verde da non poter farsi. Emarginati al punto da non trovare un contratto. L’epopea del disco post Stooges ‘Kill City’ raccontata dal chitarrista e partner musicale di Iggy Pop

Iggy Pop e James Williamson con gli Stooges nel 1974

Foto: Richard McCaffrey/Michael Ochs Archive/Getty Images

James Williamson è il chitarrista di Raw Power, ma anche un sacco di altre cose più o meno belle, a seconda delle passioni e dell’adesione alla fazione pro Stooges o pro Iggy & The Stooges. Tornato sulle scene in età pensionabile e chiamato dagli Stooges a sostituire Ron Asheton nel 2009 (ironia della sorte, visto che per Raw Power lui era divenuto il chitarrista della formazione, relegando Ron al basso), ha ritrovato il gusto di fare il rocker. Il 18 settembre pubblica per Cleopatra Records un nuovo album dal titolo Two to One inciso con Deniz Tek (altra leggenda della sei corde: Radio Birdman, New Race, Visitors, Deniz Tek Group).

Williamson è stato anche il motore di un progetto spesso trascurato, eppure molto interessante: ossia l’album Kill City firmato insieme a Iggy Pop, uscito nel 1977 per la label Bomp! di Greg Shaw. Un LP che avrebbe potuto essere il quarto degli Stooges, ma che è finito in una sorta di magnifico limbo dei loser, nonostante contenga sprazzi geniali e brani ottimi. È proprio la voglia di indagare un po’ più a fondo sul  periodo 1974-75 in cui Kill City è stato concepito e inciso – offuscato da una nebbia fatta di fallimento, droga e sbando – che mi ha portato a contattare proprio Mr. Williamson, disponibile a una breve chiacchierata per offrirci la sua versione della storia raccontata per sommi capi nelle varie biografie di Iggy, ma filtrata da altri occhi e ricordi.

James, nel comunicato ufficiale relativo a Two to One ne parli dicendo che ti ha riportato ai tempi di Raw Power e Kill City. Nel 1974-75 gli Stooges erano implosi, schiacciati dai problemi personali e dall’eroina, Iggy se la passava malissimo, però tu eri ancora determinato a cercare un contratto discografico. È così che è nato Kill City?
Allora, giusto per chiarire: nonostante alcune cose che si leggono in giro, Iggy all’epoca non era proprio un eroinomane. E questo semplicemente perché eravamo tutti talmente al verde da non poterci permettere di essere davvero dei tossici: non avevamo soldi per pagarci la droga. Lui era, però, in uno stato terribile a livello psicologico e così si è deciso a cercare aiuto specialistico, chiedendo di essere ricoverato in una struttura che si prendesse cura di lui. Detto questo, devi sapere che dopo lo scioglimento degli Stooges, subito dopo il concerto di Metallic K.O., Iggy si era stabilito nel mio appartamento, dove si è fermato per un bel po’. Ed è stato lì che abbiamo iniziato a lavorare ad alcune tracce demo: era materiale che speravamo di usare come ariete, per trovare un nuovo contratto discografico. 

Come avete proceduto per le session di registrazione? Iggy era in clinica…
In pratica ogni fine settimana, o quando lui aveva dei permessi d’uscita dall’istituto, andavo in a prenderlo, guidavo fino allo studio, gli facevo incidere le sue parti vocali e poi lo riportavo indietro.

Ci sono diversi musicisti accreditati nel disco. Fra i nomi si leggono anche quelli di Tony e Hunt Sales, poi nei Thin Machine di Bowie e con Iggy solista. Ricordi come li hai conosciuti e come è capitato di lavorare con loro?
Incontrai Tony Sales perché per un breve periodo sono uscito con la sua amica Amy Arnold… devo dire che la nostra amicizia è durata molto più a lungo della mia relazione con Amy. Allora sapevo che tutti e due i fratelli Sales non avevano impegni, quindi li invitai a una session durante la quale fecero delle armonie vocali su un paio di pezzi. Qualche tempo dopo ci serviva del materiale in più, quindi Hunt suonò la batteria in Lucky Monkeys (le note dell’album riportano che i due Sales avrebbe suonato basso e batteria, oltre a cantare le armonie, in Lucky Monkeys e Master Charge, nda)

Nel tuo peregrinare in cerca di etichette hai riscontrato interesse per ciò che stavate facendo?
Subito pensammo di rivolgerci alla Rocket Records di Elton John: eravamo fiduciosi, ma il tentativo non andò affatto bene. Poi, fortunatamente, il nostro amico Ben Edmonds, che allora scriveva sul magazine Creem, ci consigliò di provare a lavorare in uno studio vero. Lui era molto amico di Jimmy Webb, il famoso autore di canzoni. Jimmy aveva uno studio di proprietà, proprio accanto a casa, e gentilmente si disse disponibile a lasciarci incidere altri pezzi proprio lì, con suo fratello Gary ad assisterci in veste di tecnico del suono. In quel momento l’intento era chiaramente di procurarci un buon contratto discografico, per poi riformare la band, tornare tutti in studio e incidere l’album vero e proprio. Però, come noto, non se ne fece nulla. Infatti, appena terminati i demo, scoprimmo che non c’era davvero anima viva interessata alla nostra musica. Poi, praticamente in contemporanea, Bowie chiese a Iggy di unirsi a lui per un viaggio in Europa, proposta che accettò al volo, visto che non aveva altre opportunità interessanti all’orizzonte. Dopo un po’ di tempo Greg Shaw della Bomp! mi contattò, chiedendomi se mi andasse di provare a rifinire il disco e produrlo, per un’uscita sulla sua etichetta, cosa che effettivamente avvenne nel 1977.

Dopo il tentativo Kill City, tu hai iniziato una di vita completamente diversa. Raccontami di questo percorso che ti ha portato a una brillante carriera nel mondo tech: come hai maturato questa decisione?
Finite le session di Kill City, come ho detto, Iggy partì per l’Europa. Io a quel punto ero rimasto solo e dovevo capire cosa diavolo avrei fatto della mia vita. Il mio modo di suonare la chitarra, all’epoca, non andava bene per nessun’altra band che non fossero gli Stooges, per cui decisi che avrei tentato di imparare il mestiere di tecnico del suono. Riuscii a ottenere un lavoro alla Paramount Recorders di Los Angeles, dove restai per un po’ di tempo, ma alla fine mi resi conto che non ero tagliato per quella situazione, visto che proprio non mi piaceva nulla della musica che dovevo incidere per guadagnarmi lo stipendio. Però un giorno, mentre mi trovavo in un negozio di componenti elettriche ed elettroniche, mi imbattei in due tizi – un papà con il figlio – che stavano usando uno dei primissimi personal computer. Non ne avevo praticamente mai visto uno prima, era davvero primitivo rispetto agli standard odierni, ma per me era un oggetto estremamente affascinante. Quel computer mi diede la stessa scossa che avevo provato anni prima per il rock’n’roll, quindi decisi di colpo che avrei fatto qualunque cosa fosse necessaria per imparare a costruire e utilizzare quelle macchine.

Per cui sei tornato a scuola?
Sì. Mi ci è voluto molto studio, duro e faticoso, per diventare un ingegnere elettronico, ma ce l’ho fatta: il mio primo lavoro, dopo la laurea, è stato in Silicon Valley per la Advanced Micro Devices. Col passare degli anni ho fatto carriera e sono arrivato a lavorare, anche ad alto livello, prima per Sony Electronics e poi per Sony Corporation. Sono rimasto lì finché non ho accettato un prepensionamento in qualità di dirigente, per cui poi mi sono unito nuovamente agli Stooges negli anni dal 2009 al 2014. Nel frattempo Sony mi ha anche richiamato come consulente esterno, quindi per un po’ ho continuato a suonare, ma lavoravo ancora in quel ramo, anche se da indipendente.

Williamson oggi (a destra) con Deniz Tek. Foto: Anna Tek

Hai ricominciato a suonare dopo molti anni proprio con gli Stooges, insieme a Iggy, Scott Asheton e Mike Watt. Come è stato tornare sul palco?
In prima battuta non ero affatto sicuro di potercela fare, visto che non suonavo da tantissimo. Però, fortunatamente, ho avuto parecchi mesi di tempo prima di salire su un palco per il nostro primo show insieme, per cui ho potuto provare e far pratica. Ho anche fatto un concerto con una band locale per ambientarmi e riprendere confidenza con la faccenda. Il nostro primo live è stato a San Paolo, Brasile, davanti a una folla di 40 mila spettatori. Non avevo mai suonato, in vita mia, per più di 2000 persone alla volta ed ero abituato a concerti di dimensioni davvero molto, ma molto più contenute. Da lì in poi abbiamo suonato per circa 350 mila persone in vari festival e ho girato in tour molto più di quanto avessi fatto prima, in tutta la mia vita. La cosa più pazzesca è stata passare dai miei ricordi di fallimenti e situazioni difficilissime, estreme, a questo nuovo mondo in cui eravamo popolari e ci muovevamo in un ambiente di alto profilo, legato al mondo del grande entertainment.

Iggy si è dato parecchio da fare dal 1977 a oggi e sembra ben intenzionato a continuare. Credi che lavorerete ancora insieme, magari per uno dei suoi dischi solisti? Vi tenete in contatto?
No, penso proprio che fra noi due sia finita con l’ultimo live degli Stooges. Non comunichiamo nemmeno più, salvo quando ci sono questioni di business da definire e che richiedono la nostra partecipazione o un parere di entrambi. In generale credo che ci siamo ormai detti tutto ciò che c’era da dire, in quei 10 anni circa in cui – in momenti diversi e in periodi alterni – abbiamo scritto canzoni e suonato assieme.

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