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James Blake è l’amico che ti dice che è ok non essere ok

«Dobbiamo accettare la tristezza per superarla». L'inglese ci parla di insicurezza, salute mentale, ambizione e del nuovo ‘Friends That Break Your Heart’ provato in diretta online, «una cosa spaventosa»

James Blake

Foto press

«Risentire i dischi di Blake in ordine cronologico è come ascoltare un fantasma che, gradualmente, assume forma materiale», scriveva il compianto critico e pensatore della CCRU Mark Fisher. E a suo modo, come tutti gli spettri della nostra vita, in questi primi dieci anni di carriera James Blake è diventato nostro amico intimo.

Era al nostro fianco quando le relazioni delle nostre vite si disintegravano o quando la tristezza dell’abitudine bussava. Era lì anche – e soprattutto – quando la pandemia ci ha colpiti e ci sentivamo persi. Proprio in quei giorni, Blake ha iniziato una serie di concerti live su Instagram, piano e voce, trasformando il mondo pandemico in uno spazio intimo dove far confluire le nostre ansie. Non è quindi strano pensare che, alla fine, siamo davvero diventati amici – in una qualche forma – con il nostro caro James.

Friends That Break Your Heart è il quinto album in studio per James Blake e sublima l’inizio del secondo decennio di carriera dell’artista. Elaborato, modificato, spuntato proprio durante quelle stesse sessioni online aperte al pubblico, conferma ancora una volta il talento cristallino di Blake. Riprendendo il concetto espresso da Fisher, se CMYK e James Blake, i primi lavori del biennio 2010/11, erano spifferi gelidi che percorrevano le stanze infestate della nostra casa, i brani di Friends That Break Your Heart hanno un peso specifico e quando ti passano accanto possono toccarti, colpirti, spostarti. Sono amici, è vero, ma proprio come un amico possono spezzarti il cuore.

James Blake ha scelto Rolling Stone come unica testata italiana con cui dialogare per questo lavoro. Prendendoci questo attestato di stima, siamo entrati nella sua casa di Los Angeles per una videochiamata dai toni rilassanti, scoprendo che il nostro amico, a contrasto con la sua musica densa e melanconica, è una persona autoironica e divertente.

Il tuo nuovo disco Friends That Break Your Heart mi sembra arrivi da molto lontano. Hai utilizzato brillantemente l’esperienza forzata dei live digitali come mezzo per sperimentare e provare composizioni inedite. Queste esperienze collettive sono diventate una sorta di prova aperta per questo disco. Che sensazioni hai avuto ad aprire il tuo processo creativo al pubblico?
Parto da questo: è difficile rimanere concentrati su Instagram durante una performance perché puoi leggere i commenti e spesso la gente scrive cose folli (ride). Ti dirò, suonare online brani inediti, non terminati, non rifiniti, è stato spaventoso. Non te lo nego. Online le cose viaggiano più lontano, più in fretta e soprattutto rimangono, anche se la performance non è pulita e ci sono errori. Bisogna farci i conti. Avevo paura che blog vari pubblicassero questi brani prendendoli così senza troppa cura dal live, conferendogli una sorta di “ufficialità” post-esibizione.

Molti artisti mi sembra abbiano forzato la loro presenza online durante la pandemia. Trapelava questa disperata necessità di essere presenti per non scomparire. Nelle tue performance, invece, ci trovavo una certa naturalezza, un momento di catarsi collettiva. Come hai vissuto questa esperienza? Come ha inciso su te come artista?
Rispetto ad altri artisti ho il vantaggio che il mio strumento fondamentale è il piano e quindi è molto facile esibirsi solo piano e voce. Fare questi live online è stato importante, mi ha ridato sicurezza, mi ha ricordato che ci sono ancora persone che vogliono sentirmi dopo così tanto tempo in cui sono stato costretto a stare fermo. Quando non ti esibisci da parecchio tempo, inizi a confrontarti con alcune ansie e paure: sono ancora capace di farlo?

A vedere il video di Say What You Will, il primo singolo estratto da Friends That Break Your Heart, sembra non ci sia mai pace ad essere un musicista. Anche quando sei al top, puoi sempre trovare un modo per buttarti giù. Come si sopravvive se – anche con un Grammy tra le mani – non si è felici e tranquilli con se stessi come artisti?
Non importa quanto successo hai, ci sarà sempre qualcuno con cui paragonarsi e sentirsi inferiori. Si trova sempre modo per non essere felici. Bisogna essere felici con se stessi prima di potersi approcciare agli altri nel modo corretto. C’è spazio per l’ambizione e l’aspirazione nella carriera fino a quando questo non diventa qualcosa di negativo. Bisogna essere in grado di ricordarsi più spesso le cose semplici. Siamo persone uniche che provano a dare il loro meglio, questo è il punto.

All’interno del video, l’artista con cui ti compari e con cui non riesci proprio a competere è Finneas, fratello e produttore di Billie Eilish che a 24 anni di Grammy ne ha già vinti otto, follia. Come è nata questa idea? Perché hai chiamato proprio lui?
Mi serviva qualcuno che fosse conosciuto e avesse ottenuto parecchi riconoscimenti. Finneas era perfetto, ha vinto cento Grammy in un giorno! È un mio amico ed ero sicuro avrebbe capito cosa avevo intenzione di rappresentare. È un video che fa ridere ed era necessaria una persona che ne comprendesse il lato comico. Penso che anche Finneas, al di là di tutti quei Grammy, abbia qualcuno con cui paragonarsi.

Ho letto un commento sotto al video che mi ha fatto ridere perché penso sintetizzi bene l’idea che abbiamo di James Blake come artista. Dice più o meno questo: «Il brano è in do diesis maggiore, tutti gli accordi sono in maggiore, il video è davvero divertente, ma allora perché nonostante tutto questo è così triste?». Mi viene quindi da chiederti, come convivono in te malinconia e ilarità?
Il commento è perfetto! L’ilarità esiste in contrasto con la tristezza e nella vita abbiamo bisogno di questo scontro tra forze. Abbiamo bisogno dello humour per andar oltre alle cose che ci rendono tristi e ci deprimono, ma abbiamo anche bisogno di accettare quei sentimenti per imparare ad attraversarli. Dobbiamo accettare le emozioni che proviamo, qualsiasi esse siano. Bisogna imparare a normalizzarle perché è ok star bene, ma è anche ok star male; fa tutto parte della via.

Sono passati 10 anni dal tuo primo disco omonimo. A che punto della tua carriera arriva questo nuovo disco, Friends That Break Your Heart?
È strano, mi sembra quasi di essere di nuovo all’inizio della mia carriera. È come se questo disco fosse il mio primo album, di nuovo. Sarà che ciò che abbiamo passato e vissuto in questo ultimo periodo, tutti questi cambiamenti radicali, sono stati come una rinascita: mi sento un artista nuovo.

Qual è stata la cosa più importante che hai imparato in questo primo decennio di carriera e in questo ultimo periodo storico che hai portato all’interno di questo nuovo lavoro?
Ora sono sicuramente meno perfezionista e più sicuro di me. Ho sempre avuto troppi pensieri su come suonavo, su come cantavo. Per questo quando ho fatto quei primi live su Instagram ero terrorizzato dal fatto che tutti i miei errori potessero rimanere lì per sempre. Avevo paura del giudizio. Adesso qualcosa è cambiato. Cerco di essere meno critico con me stesso, questo di conseguenza migliora anche le performance. Quando sei stressato, canti peggio; è fisiologico. Ora ho capito che non c’è bisogno che sia tutto perfetto. Non deve essere tutto perfetto.

Penso che questo dovere della perfezione sia alla base di tante problematiche psicologiche che colpiscono artisti e musicisti. In questi ultimi anni però si è finalmente iniziato a parlare di questa problematica.
Sicuramente questo periodo ha fatto sì che si iniziasse a parlare di salute mentale nel mondo. Si è cominciato finalmente a capire che la salute mentale deve essere presa in considerazione tanto quanto quella fisica. Dovremmo iniziare a comprendere che quando ci relazioniamo con musicisti e artisti, ci relazioniamo con persone che vengono facilmente sopraffatte in termini di stimoli esterni. Musicisti, autori, scrittori spesso si avvicinano alla musica alla ricerca di una personale catarsi emozionale. Questo bisogno comporta una totale abnegazione della vita alla musica. Molte di queste persone, infatti, trasformeranno la musica nella loro vita. Questo ci dice già molto su quanto ci sia in gioco, e quanto tutto possa essere fragile. L’industria musicale dovrebbe fare di più per prendersi cura della salute mentale dei musicisti. Parlo di etichette, manager, agenti, giornalisti, chiunque faccia parte di questo mondo. L’industria ha approfittato fin troppo delle debolezze dei musicisti. Ci sono troppi esempi di musicisti sfruttati dall’industria. Chi è presente nella vita dei musicisti quotidianamente deve aver delle responsabilità a riguardo.

Tornando alla musica, passano gli anni ma rimane invariato il tuo amore per le cover, sublimato lo scorso anno con l’uscita dell’EP Covers in cui hai rivisitato brani di Billie Eilish, Frank Ocean, Stevie Wonder, Joy Division, Beyoncé e Roberta Flack. Come arrivi alla scelta del brano adatto in un oceano di canzoni magnifiche?
Amo le cover perché non devo scrivere nulla (ride). Faccio cover solo di canzoni che reputo perfette. È un modo per viverci dentro anche solo per un attimo. Ci sono così tante canzoni magnifiche e mi chiedo: potrò mai competerci? Sarò mai in grado di scrivere qualcosa come Come As You Are dei Nirvana, Blue di Joni Mitchell o No Surprises dei Radiohead? Non credo, non oggi, forse non accadrà mai. Fare cover è un modo di non pensare a tutto questo.

In Friends That Break Your Heart collabori tra gli altri con SZA, JID, SwaVay. In passato hai lavorato con nomi pazzeschi della comunità hip hop come Frank Ocean, André 3000, Travis Scott, Beyoncé, Jay-Z, Kendrick Lamar, Chance The Rapper, RZA del Wu-Tang Clan. Te la metto sul ridere perché credo tu possa capire la bontà della domanda: tu non è che hai proprio il physique du rôle del produttore hip hop, cosa ci trovano in te gli artisti e le artiste black della scena hip hop?
Non saprei proprio, me lo chiedo spesso anche io (ride). Sono stato fortunato a lavorare con i migliori artisti hip hop in circolazione. Personalmente sono stato profondamente influenzato dall’hip hop come musicista e penso che questo traspaia. Credo che il mio pregio sia quello di essere un collaboratore aperto che tende a non forzare nulla. Se sei davvero te stesso puoi relazionarti con qualsiasi genere o cultura. Collaborare significa che chiunque sia coinvolto nel processo creativo deve uscire arricchito. È un’ascensione comune.

Come scegli invece le collaborazioni per i tuoi dischi?
Cerco solo persone che considero brillanti.

Mi sembri una persona che non smette mai di scrivere canzoni. Dobbiamo aspettarci altra musica nel breve futuro?
Sì, ammetto che ne uscirà altra, molto presto, con altri featuring.

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