J-Hope, l’imprevedibile lato oscuro dei BTS | Rolling Stone Italia
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J-Hope, l’imprevedibile lato oscuro dei BTS

È il primo membro del gruppo sudcoreano ad avere pubblicato un disco solista, 'Jack in the Box'. Ci siamo fatti raccontare il carattere dell'album e la reazione degli altri membri dei BTS

J-Hope

Photo by The Chosunilbo JNS/Imazins via Getty Images

RM, Jin, Suga, J-Hope, Jimin, V e Jung Kook formano ufficialmente i BTS dal 2013. Da allora, hanno lavorato instancabilmente per diventare la più grande pop band al mondo. Hanno da poco annunciato l’inizio di un nuovo capitolo, in cui l’enfasi si sposterà sulle attività solista. In passato vari membri hanno già pubblicato mixtape o singoli per proprio conto, nessuno però ha mai inciso un album solista intero. Almeno fino a ora.

A prima vista J-Hope sembrerebbe il più spensierato e allegro dei BTS, con quel gran sorriso sempre stampato in faccia. Ma quando incontri il suo sguardo capisci che c’è molto di più. È il primo ballerino del gruppo, ma partecipa attivamente anche al processo creativo di tutti gli album dei BTS. È meticoloso e non ha paura di sperimentare.

In Jack in the Box, J-Hope (vero nome Jung Ho-seok) si fa più riflessivo, mette a nudo un lato più ombroso della sua personalità e mostra quanto sia ricca di sfaccettature. Con More, il singolo dal nuovo approccio rock/hip hop che ha anticipato l’album, è riuscito a sorprendere il pubblico, ma anche il suo compagno di band RM.

In collegamento via Zoom con Rolling Stone, il ventottenne ci ha parlato del suo processo creativo e di cosa Jack in the Box significhi per lui e per la sua identità artistica. «Sono il primo dei BTS a iniziare l’avventura solista e sento il peso di una certa responsabilità: senza dubbio c’è della pressione. Jack in the Box è pieno di cose che volevo fare, al punto che sono quasi preoccupato da pensare: «Non è che mi sono troppo concentrato sui miei desideri?» (ride). Credo che il mio nervosismo derivi da questo fattore. Questo album significa molto per me e sono al contempo orgoglioso e felice che esca».

Sei il primo dei BTS a pubblicare un album solista. Come nasce questa decisione?
Quando eravamo in promozione coi BTS mi sono spesso domandato: «Che tipo di musica potrei proporre a mio nome?». Me lo sono chiesto di continuo e ho pensato a un piano d’azione. È lì, naturalmente, che è scaturito il mio mixtape del 2018 Hope World. Riflettendo ancora di più ho capito che avrei voluto puntare di più sul ballo, che è in pratica la mia disciplina principale. E così è nato il mio singolo del 2019 Chicken Noodle Soup in cui ho spinto ancora di più su quell’aspetto. Ho infine preso a pensare che J-Hope avesse bisogno di mostrare ancora più sincerità nella musica ed è su questo che mi sono concentrato, nella lavorazione di Jack in the Box. Credo che, a livello di tempistiche, io sia arrivato prima degli altri perché mi stavo già preparando. Ma non mi sono mai approcciato al progetto con l’idea di uscire per primo.

Quanto tempo hai lavorato all’album? Hai detto più volte, in passato, che segui sempre un programma ben studiato e in uno streaming su V Live hai confermato che la copertina di Blue Side dello scorso anno era una specie di spoiler di questo disco, con l’illustrazione del pupazzo a molla (il Jack in the Box, ndt) e le parole “Pandora’s box”…
L’idea del pupazzo a molla ha a che fare col mio nome d’arte, per cui credo di avere sempre avuto quel pensiero da qualche parte in testa. Per molto tempo ho percepito l’esigenza di fare musica che richiamasse quest’idea. Anche il vaso di Pandora è legato al mio nome (secondo la leggenda, in fondo al vaso di Pandora era contenuta la speranza, ndt). Mi chiedevo di continuo: «Quando potrò pubblicare qualcosa del genere? Quando farò un album che riunisca i tre elementi?». Ho voluto includere qualche spoiler in Blue Side e, discutendo con il grafico che si è occupato del lavoro, ho messo in chiaro che volevo tutte queste cose.

In brani come 1Verse, del 2015, avevi già mostrato un tuo lato più malinconico. Anche in Hope World, sebbene fosse visivamente molto colorato, i testi erano più introspettivi. Da dove nasce la scelta di una svolta più dark come si può vedere in More o nel resto del disco?
Prima di tutto… come fai a conoscere 1Verse? (Ride) Credo che il motivo sia questo: stando nei BTS per 10 anni ho visto molte cose. E quindi ci sono tante storie che vorrei raccontare, ma ho capito che, per alcune sarebbe stato arduo farlo utilizzando l’immagine e le vibrazioni tipiche di J-Hope. Avevo bisogno di mettere a nudo alcuni dei miei aspetti più cupi… avevo davvero voglia di fare qualcosa del genere. Desideravo che le persone capissero che J-Hope non si limita alle cose leggere. Può esprimere altri concetti e ha un’ampia paletta espressiva. Volevo attirare l’attenzione su questa mia capacità di affrontare nuove sfide e, nel farlo, non mi sono voluto preoccupare troppo del futuro. Mi sono solamente concentrato su ciò che volevo fare, che volevo comunicare e che volevo mostrare. Quello era il punto. Sono un po’ preoccupato (sorride). Sono molto curioso delle reazioni delle persone. Ma quello che davvero vorrei dire è che l’album è pieno della mia anima e della mia sincerità: è un disco unico e pregno di significato perché anche a livello musicale sarà un punto d’inizio da cui J-Hope spera di partire per andare oltre.

Hai utilizzato basi e beat che richiamano l’hip hop della vecchia scuola. In What If… c’è un campionamento di Shimmy Shimmy Ya di Ol’ Dirty Bastard. Cosa ti ha spinto a portare il disco in questa direzione?
Quel tipo di sound è stato fondamentale per me. La musica che ascoltavo mentre ballavo, le vibrazioni che mi dava… è questo che esprimo con i pezzi di Jack in the Box. Ho voluto fare a modo mio ciò che meglio so fare e, in questa maniera, a mio avviso, tutto è più sincero, rispecchia di più J-Hope. Mentre a livello visivo mostro cose differenti. Credo che l’album contenga elementi che colpiscono a livello visivo e uditivo. Penso anche che i fan ci troveranno comunque tanti elementi alla J-Hope. Quando è uscito Hope, molti sono rimasti scioccati. «J-Hope? J-Hope fa musica del genere? Rock? Emo? Hip hop? Emo rock?». Ma credo ascoltando l’album potrai capire che c’è un motivo molto chiaro per cui J-Hope ha operato certe scelte.

Jack in the Box contiene due title track: More e Arson (nell’ambito dell’industria discografica coreana il termine “title track” indica spesso il brano trainante di un album, anche se non è intitolato come il disco, nda). Hai detto di essere rimasto sorpreso quando More è stata selezionata per essere una di queste. Come è stata scelta Arson come seconda title track?
Appena l’ho ascoltata nella versione finale ho sentito che doveva essere così. Ho dato il massimo per esprimere tutta la mia energia in questa canzone. E l’ho scelta perché percepivo che lo stile del brano mostra lo zenit delle emozioni di J-Hope. Arson è come un punto di svolta, un bivio. Ha il fuoco, la passione che desideravo instillare in questo album. È anche l’ultima canzone nella tracklist, perché penso che racchiuda al meglio i miei pensieri e le motivazioni che mi hanno spinto a creare questo disco. Diventa come il punto alla fine di una frase e mette in chiaro, in modo trasparente, ciò che ho voluto esprimere nell’arco dell’intero album.

Hai detto che gli altri membri dei BTS erano tutti con te quando è uscita More. Loro hanno sentito il disco nuovo? C’è qualche pezzo che preferiscono?
La prima persona a cui ho fatto ascoltare il disco… è sempre la solita. Faccio sempre sentire tutto a RM per primo. Avrei voluto farlo sentire anche a Suga, ma lui è stato molto rispettoso del progetto e mi ha detto: «Lo ascolterò quando uscirà». Me lo dice ogni volta. Sentire una frase simile è un po’ scioccante, ma anche motivante: «Quando uscirà, lo cercherò e lo ascolterò». Per cui l’ho fatto sentire a RM per primo… e poi a Jung Kook. Agli altri ho mostrato i titoli. Quando RM ha sentito l’album mi ha detto (sorride): «Wow, non credevo che avresti mai fatto musica del genere. Mi si è gelato un attimo il cervello. Eppure ti rispecchia tantissimo. Rispetto molto il fatto che tu abbia fatto questa musica proprio adesso e mi piace che ti rifletta così tanto». Jung Kook l’ha trovato molto divertente. Dopo avere ascoltato il disco si è precipitato nel suo studio (ride). Credo che gli abbia dato la spinta per iniziare a lavorare. Quando uno dei miei colleghi fa un certo tipo di musica o sta lavorando a un disco, percepisco la sua individualità, il suo colore, e penso tra me e me: «Anch’io ho un colore mio e voglio mostrarlo». Ci influenziamo positivamente l’uno con l’altro e siamo ottimi motivatori. Quando More è uscito, eravamo tutti insieme perché stavamo lavorando (sorride). Sono rimasti molto sorpresi dalla direzione visiva molto spinta e dal fatto che J-Hope facesse quel tipo di musica… erano spiazzati.

Ovviamente, congratulazioni per il Lollapalooza. Sei il primo artista sudcoreano a fare da headliner in un grande festival statunitense: è una notizia enorme. Cosa hai pensato quando te l’hanno detto?
È un grande onore essere invitato a un festival così importante ed essere headliner. Se hai ascoltato More, quando sentirai l’album capirai subito perché ho accettato di andare al Lollapalooza. Voglio davvero dimostrare ciò che so fare e portare lo show di J-Hope davanti a un grande pubblico. Di solito penso a me come a J-Hope dei BTS, quindi sono uno di sette. Ora sto cercando di reggere per una scaletta da un’ora da solo e capisco quanto sia duro (sorride). Sento la necessità di concentrarmi e prestare attenzione a ogni dettaglio. È questo lo stato d’animo in cui mi trovo per preparare l’esibizione. Il mio potrebbe sembrare un gesto superbo o una sfida avventata: dipende da come vuoi percepire la cosa. Ho ancora molto da imparare e sto alzando l’asticella. Mi piacerebbe darvi qualche piccolo spoiler, ma penso che la cosa migliore sia venire a vedere di persona. Ci saranno elementi musicali come quelli di Jack in the Box, ma non solo: emergerà anche la tipica immagine di J-Hope… ecco, queste sono le anticipazioni-non anticipazioni che posso darvi.

 

 
 
 
 
 
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Hai dichiarato che con ogni album impari qualcosa di nuovo e maturi. Cosa hai imparato con Jack in the Box?
Credo che sia un po’ presto per dirlo. Quando esce qualcosa di mio, mi piace sentirlo ripetutamente e poi raccogliere tanti feedback da altri. Per questo album ho chiesto un parere a molte persone e dalle osservazioni che ricevo sto iniziando a focalizzare diverse cose. Farò anche un party di ascolto del disco con altri artisti e addetti ai lavori per dire loro: «J-Hope sta facendo questo genere di musica. Cosa ne pensate?». Grazie ai loro feedback potrò migliorarmi. Quindi è troppo presto, ora, per dire cosa io abbia imparato. Penso che verso la fine di luglio o l’inizio di agosto potrei avere un quadro più nitido. Questo però è un punto d’inizio, l’inizio di una sfida che ho tanto desiderato, per cui avrò molto da metabolizzare.

Tradotto da Rolling Stone US.

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