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Ivano Fossati, tutto per la musica

Chiacchierata a tutto campo con uno dei nostri grandi cantautori: il debutto 50 anni fa, le ingenuità e le scelte coraggiose, la voglia di libertà, la nobiltà della musica leggera, la mancanza di nostalgia

Ivano Fossati

Foto press

Comunque andranno le cose mi ricorderò che una volta, in un giorno di metà aprile, verso l’ora di pranzo, al mio cellulare è arrivata una telefonata di Ivano Fossati. «Ciao, buongiorno, sono Ivano», mi ha detto, e con un timbro felice e pacifico e un tono gentile, confidenziale e attento sin dai primi istanti della nostra conversazione, è stato capace di sciogliere, almeno parzialmente, tutte le mie paure e i miei timori reverenziali.

Di un uomo pubblico che sceglie di conservare un po’ di riservatezza se ne dicono sempre moltissime, se vuoi conservare cioè un po’ di spazio per te, dopo averne condiviso molto con gli altri, non si sa per qual ragione sembra quasi che tu finisca col condurre molti a conclusioni affrettate sul tuo conto. Ivano Fossati non solo non è burbero, scostante o “sulle sue” come qualcuno dice in giro ma, all’opposto, appare subito aperto, preciso e accurato come le sue canzoni. Non rilascia interviste da qualche anno ma qui concede spazio allo scambio e cerca la conversazione ben oltre il semplice e canonico botta e risposta, ride, sorride e sembra anche divertirsi.

Lo tengo al telefono per più di un’ora e nel farlo non gli nascondo che questa chiacchierata non solo l’ho cercata, ma ne ho coltivato la possibile fioritura e, visto che desideravo farla da ben prima di iniziare a fare questo lavoro, ho anche accuratamente cercato un’occasione adatta per porgergli questo mio invito. L’occasione, dunque, sono i suoi 50 anni di carriera, che ricorrono quest’anno in coincidenza con il mezzo secolo di Dolce acqua, il suo primo disco, inciso con i Delirium e uscito proprio nel 1971. Dolce acqua ci ha offerto, allora, il modo di far partire un piccolo viaggio nel mondo-Fossati, nella sua discografia, nelle pieghe della sua musica e della sua scrittura.

Durante il primo lockdown del 2020 continuavo a canticchiare “Daremo aria a queste stanze molto prima che sia Natale” e in generale la tua Ventilazione, poi è arrivato Natale, non siamo usciti dalle stanze e, anzi, ora siamo ancora qui. Tu come te la sei passata in questa pandemia, che hai fatto nelle tue stanze? 
L’immobilità forzata porta naturalmente ad avere più tempo, un tempo che non vorremmo fosse lì libero per questo blocco dovuto alla pandemia, e che però, comunque, c’è. A me è successo, come a molti, di avere modo di scoprire cose che non avevo ascoltato, che non avevo letto, che non avevo frequentato; mi sono ritrovato durante questi mesi a leggeremi tutta la Recherche di Proust, una lettura che non avevo mai avuto idea di fare perché pensavo che non ne avrei mai avuto il tempo e naturalmente ho scoperto una tra le cose lette più belle e più alte di tutta la mia vita. Allo stesso modo è andata con la musica: ho ascoltato dischi di jazz che magari avevo sentito da ragazzo e poi non avevo avuto modo di riprendere mai.

C’è un modo di utilizzare questo tempo che un po’ ci fa andare indietro e riscoprire le cose, un po’ invece avanti, a cercare di conoscere ciò che abbiamo conosciuto meno: nel mio caso cose recenti come il nuovo r&b o i rapper oppure, al contrario, dischi di molto tempo fa, mai ascoltati o di cui non sapevo nulla.

Che rapper hai ascoltato?
Ho ascoltato di tutto, a raffica, quello che mi veniva sottomano, non saprei farti singoli nomi ma davvero tante cose perché sostanzialmente mi interessa come e perché si sia arrivati a quel tipo di musica, di scrittura – che pure, lo sappiamo, è roba nata decenni fa. L’evoluzione della musica passa sempre attraverso canali che sono pressoché obbligati ed è interessante scoprire come si sia arrivati a quella data cosa, a quella scrittura, a quei suoni. Mi interessava capire, insomma, perché la musica si è evoluta in quella direzione e non in un’altra.

Cinquant’anni fa usciva il tuo primo disco in assoluto, Dolce acqua, con i Delirium. Canto di Osanna, il singolo che anticipava l’uscita del disco, ebbe un successo enorme anche a livello internazionale.
I Delirium avevano grandi pregi e grandi difetti, uno dei loro grandi pregi era quello di essere tutti compatti nel non voler somigliare agli altri gruppi in voga in quel momento. Nel ’71 il prog era la cosa che circolava di più e noi non volevamo essere prog in alcun modo, non ci interessava quello: eravamo cinque appassionati di jazz e di soul e tra i nostri artisti preferiti c’erano cose tipo i Blood Sweat and Tears, Ray Charles e Joe Cocker, del prog non ci importava nulla. C’era la precisa volontà di non entrare nel mainstream musicale di quel momento storico: Canto di Osanna, che era davvero una cosa diversa, sia per il testo, sia per il fatto di essere un brano fatto di molta musica e di avere soprattutto una grande potenza ritmica, fu immediatamente un grandissimo successo radiofonico, andava in onda in continuazione e vendette moltissimo sia in Italia che all’estero, in particolare in Francia e in Germania. Noi avevamo vent’anni, fino a quel momento avevamo suonato nei locali da ballo, più o meno in tutta Italia, e un mese dopo eravamo in classifica in tre Paesi europei. Fu una partenza molto fortunata, sì, direi brillante.

Anche l’arrivo, per quanto riguarda la tua presenza nella band, lo fu: in qualche modo fu infatti proprio l’enorme successo mondiale di Jesahel a essere fatale al gruppo così come era nato.
Il momento di maggiore purezza e di maggiore fortuna per noi, come gruppo, fu proprio Dolce acqua: lo affrontammo nel modo migliore perché non ci aspettavamo né di vendere, né di diventare in qualche modo importanti, eravamo entusiasti della musica, mossi unicamente dal desiderio di farne, c’era una dose di incoscienza che credo sia sempre necessaria alle band, ma c’era anche una certa consapevolezza. Il disco, pur essendo appunto diversissimo da quello che andava allora – qui da noi la PFM e all’estero cose come i King Crimson – piacque molto al pubblico critico, cioè quello dei ragazzi. Finì in top ten e fu un altro inatteso successo dopo il singolo. Eravamo in una linea perfetta, viaggiavamo a vele spiegate ma facemmo un grave e grande errore: lasciarci convincere ad andare a Sanremo. E sai perché fu un errore? Avevamo in mano un pezzo come Jesahel che era un successo annunciato, tutti sapevano sarebbe andata bene e questa volta lo sapevamo anche noi, se avessimo fatto uscire quella canzone senza andare al festival avrebbe venduto credo la metà, ma la metà di quello che vendette, in effetti, sarebbe stata pari a 600 mila copie, un successo comunque davvero enorme.

Dopo Sanremo il successo fu tale che solo in Francia ne uscirono sei versioni, una cosa davvero grossa, come dicevi proprio mondiale, uscì anche Vietnam. Noi come Delirium, però, perdemmo tutta la credibilità e diventammo un gruppo per adolescenti e questo fu il vero guaio che poi portò alla mia uscita dal gruppo.

Hai avuto una certa prontezza a renderti conto di ciò che stava accadendo pur essendo alle primissime armi.
Io mi ricordo che già durante i giorni del festival avrei voluto essere in qualsiasi posto tranne che stare lì e anche gli altri della band non erano entusiasti, però del guaio ci accorgemmo dopo. A distanza di molti anni, adesso, posso dirlo anche con una certa sicurezza: sono sicuro che se non ci fosse stato Sanremo di mezzo la vita del gruppo sarebbe stata molto più lunga, tuttavia sono errori che a vent’anni si fanno anche facilmente e noi non avevamo nemmeno un manager o un produttore o, chessò, un avvocato, quindi fare cose sbagliate era molto facile.

Quello post sanremese è stato forse l’inizio, per te, di un rapporto abbastanza controverso con la notorietà, una volta hai detto: «sono contento che le mie canzoni siano più famose di me».
L’ho detto e avrei voluto che le cose fossero restate così sempre, ma a un certo punto poi mi è toccato metterci la faccia. Comunque sì, probabilmente già all’epoca dei Delirium la pensavo così, io ho sempre voluto stare il più lontano possibile da certe passerelle che non sentivo mie negli anni ’70 come poi non le ho sentite mie per tutta la mia carriera. Odiavo farmi fotografare e andare in tv, facevo diventare matti i miei discografici che spendevano soldi per farmi fare i dischi e venivano poi ripagati da me che mi rifiutavo di andare in televisione e rispondevo alle offerte con una serie di “no” infinita.

Ma è stato sempre così o a un certo punto avere successo ti ha dato la possibilità di non doverlo più subire?
A un certo punto meno, sì, le cose si sono aggiustate, non saprei dirti esattamente quando sia accaduto ma a un certo punto ho avuto abbastanza successo perché io potessi fare liberamente la musica che volevo e al contempo non obbedire a imposizioni. Gli ultimi 20-25 anni sono stati senza pressioni, oppure, se ce ne sono state, sono state davvero poche. Devo dire che è stata anche una fortuna che all’inizio questo successo sia arrivato a me come autore di canzoni per altri artisti, mi ha dato la possibilità di essere libero e di fare nella mia musica e nei miei dischi ciò che desideravo. Garantivo agli editori e ai discografici comunque, in qualche modo, un successo e loro in cambio mi lasciavano libero. Mi hanno lasciato fare fino a quando poi fortunatamente anche i miei dischi hanno funzionato, diciamo verso la fine degli anni ’80, quando hanno cominciato a vendere bene. 

Infatti parli spesso della fiducia che a un certo punto hai avuto dalla discografia: non credi che questa fiducia sia essenziale per poter mettere a fuoco certe capacità, il talento? Oggi se sbagli il primo disco sei fuori, anzi, se sbagli un paio di singoli la fiducia te la scordi. Poi io penso sempre a Dalla che ci ha messo sette album prima di avere successo…
Hai detto molto lucidamente quello che succedeva allora, hai preso il caso giustissimo di Dalla e lo stesso accadde per esempio per Renato Zero e molti altri che hanno iniziato a vendere molto bene solo da un certo punto in poi. Era un altro modo di pianificare le cose, ma ragionandoci i grandi artisti italiani sono emersi grazie a questo metodo; lasciando che gli artisti crescessero, maturassero, facessero le loro esperienze le case discografiche di allora poi recuperavano grandissimamente tutto lo sforzo fatto inizialmente.

Oggi, come dici, magari una ragazza o un ragazzo hanno anche talento o ne hanno persino molto e non hanno però modo di emergere perché il talento non si manifesta mai in modo tanto immediato, è difficile essere credibile se hai a disposizione solo un singolo rischi che ti mandino a casa subito. Oggi se non vendi immediatamente e se non piaci subito la tua carriera è finita ancora prima di incominciare, ma questo è un sistema sbagliato perché non porta vantaggi né agli imprenditori e alle case discografiche – per quanto oggi possano contare perché non è più come una volta – né agli artisti che ovviamente che si sentono sotto pressione, si sentono, appunto, senza fiducia. Non che per noi fosse illimitata, anche a noi non avrebbero fatto fare dieci album, però sapevamo di avere davanti un certo tratto di strada affiancato dalla fiducia. Se poi qualcuno vedeva che i risultati crescevano, potevi mantenere quella fiducia, lavorare fino a fare dischi così buoni da ripagare te e chi quella fiducia te l’aveva offerta.

Una volta hai detto a dei ragazzi a un laboratorio dell’Università di Genova che per un artista è importante sapere chi vuole essere. Chi voleva essere Ivano Fossati agli esordi, 50 anni fa?
Volevo essere uno credibile, non volevo giochicchiare con la musica, non volevo le telecamere, non volevo essere famoso, volevo essere uno che faceva la sua musica. Volevo essere anche uno che veniva compreso per quello che era, uno che scriveva canzoni per sé e per gli altri, suonava, produceva ma volevo e sono andato avanti a voler essere uno che non viene spinto a fare quello che non vuole fare, per esempio andare a farmi vedere in certi programmi tv che trovavo brutti da spettatore e nei quali quindi non pensavo fosse giusto andare come ospite.

E adesso chi vuoi essere?
Questa è una domanda più difficile, quasi perfida (ride). Adesso sono uno a cui piace stare tranquillo, studiare, guardare quello che fanno gli altri e ogni tanto in mezzo a tutte le proposte che, devo dire, arrivano ancora continuamente, trovarne una bella, che mi piace, mi interessa, mi accende e, in quel caso, dire sì.

Due anni fa quando venne la proposta di lavorare con Mina per fare quest’album insieme io dissi che sì, accidenti, certo che l’avrei fatto! Pensavo che non sarei mai più tornato in uno studio di registrazione, avevo smesso già da un po’ di anni e invece l’ho fatto. La fortuna di avere 70 anni, se te li sai un po’ gestire, è che puoi dire di no ancora più di prima quando vuoi e come vuoi e al tempo stesso dire di sì anche alle cose più spiazzanti: se ti va di fare una cosa spiazzante devi dire semplicemente sì e la fai. È fantastico, è una libertà che avevo già prima, ma che ora si è amplificata e moltiplicata.

Cantavi “è tutta musica leggera, ma la dobbiamo imparare”. Cos’era questa musica leggera?
La vita, l’esperienza, tutto quello che attraversiamo ogni giorno, che viviamo ogni giorno, la nostra musica leggera è ciò di cui sappiamo parlare, il poco che abbiamo capito di quello che ci sta intorno, ciò siamo obbligati a sapere: siamo obbligati a sapere cosa sono gli altri, che cosa pensano, fanno, siamo obbligati a vedere il mondo che ci circonda, quella è la musica leggera che dobbiamo sapere.

Dall’ultimo festival di Sanremo è uscita una canzone che si intitola Musica leggerissima e anche in questo caso la musica leggera (anzi leggerissima) si apre a un significato più ampio, umano: è molto bella, non ha vinto ma sta avendo un successo straordinario, un po’ come accadde per Jesahel nel 1972, l’hai ascoltata?
No, non la conosco, non ho saputo nulla di Sanremo devo dirti.

La musica smette di essere tale, o meglio, allarga la lente del ragionamento anche quando canti quella che io ho sempre pensato come la grande domanda che ci poniamo, o ci dovremmo porre, di fronte al nuovo che non comprendiamo: “sarà la musica che gira intorno quella che non ha futuro (o) saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro?”.
Anche qui la musica è il sentimento di quello che capiamo e non capiamo, io la chiamo musica, ma la musica è l’aria che gira intorno, quello che abbiamo, quello che sappiamo e quello che non riusciamo a comprendere: ed è proprio quello che non riusciamo a comprendere il muro che abbiamo di fronte e che magari riusciremo prima o poi ad abbattere. D’altro canto lo sai benissimo che cosa intendo, perché anche tu hai ascoltato migliaia di dischi e se metti insieme quello che hai ricevuto da questa musica ti accorgi che si trasforma in altro, è vero che rimane sempre musica e ogni volta che la ascolti, che metti un disco, ne sei appagato, ma nel suo insieme quella cosa è altro, è un sentimento che ti ha fatto vivere, ti ha fatto capire, ti ha fatto andare avanti.

Sei un musicista dei vocaboli, nei tuoi testi non si tratta solo di scelte dei versi, di struttura, ma prima di tutto di una scelta chirurgica del vocabolo che nella canzone vale esattamente come un suono. Sei il cantautore che mi ha insegnato più parole in assoluto, a un certo punto, da bambina, sentendo La mia banda suona il rock, ricordo di essermi persa a domandarmi cosa significasse quella parola, “crinoline”, da quel momento l’ho imparata da te.
Tu hai fatto bene a premettere una cosa, cioè che questa ricerca dei vocaboli e della fonetica è da musicista, questa è una cosa che in Italia si capisce poco, di solito diamo importanza alla letterarietà, per esempio nella storia dei cantautori si è sempre dato molto peso ai concetti, che molte volte erano, come dire, molto belli, tosti, molto interessanti, però questo modo di pensare alla comunicazione della parole da musicista, quindi anche attraverso la fonetica, porta a cercare vocaboli che siano sì ricercati, magari persino desueti, ma che abbiano questa forza anche nel suono: fare questa cosa è esattamente come costruire una bella frase alla chitarra elettrica; quando tu scrivi, la cosa essenziale non è solo essere profondo ma anche essere efficace, dunque quando tu mi dici che sei stata incuriosita sentendo la parola “crinoline” a me questo suggerisce che forse, allora, quella parola che ho scelto ha proprio funzionato. Questo è un tipo di ricerca identico a quello che si fa con le musiche, con le batterie, le ritmiche e tutto il resto.

Questa attenzione al suono del vocabolo comunque si accompagna a una presenza forte della letteratura nelle tue canzoni, in alcuni casi una presenza più funzionale, in altri citata anche espressamente: da Cechov ad Arpino passando per Pavese, solo per fare qualche esempio. Mi pare che la dimensione letteraria nella canzone sia qualcosa che manca sempre di più.
Non mancava mai prima, si trova nei miei pezzi ma anche in quelli di molti altri cantautori, declinata in modo personale per ognuno, da Fabrizio De André naturalmente, a Francesco De Gregori e altri ancora: la letteratura è tutto quello che abbiamo e su cui possiamo mettere le mani per non dire banalità, è quello che ci aiuta a scrivere con maggiore profondità, consapevolezza e ricchezza ed è un peccato che se ne faccia a meno oggi, un peccato che coincide con una una grave perdita di possibilità per la scrittura.

C’è una fase del tuo percorso, diciamo quella tra il ’78 e l’83, che in questi anni è tornata molto di moda, anche un po’ perché c’è (finalmente!) una certa attenzione in giro per certa musica italiana di quel periodo, e per quel nostro sound mediterraneo dal gusto internazionale. Sono i tuoi anni pop, gli anni dei testi fatti di grandi immagini, anche di grandi incipit, penso al verso che apre Panama, ma anche a quell’attacco, in medias res, di J’adore Venise, un pezzo straordinario, un po’ metafisico, una sorta di De Chirico in canzone.
Sì è vero, quella è una canzone un po’ metafisica. Questa cosa degli incipit che dici, e in generale questa forza pop, penso sia legata anche al fatto che in quella fase facevo anche molto l’autore e questo significava cercare di sfornare dei successi da classifica, poi a un certo punto sono nettamente cambiate le cose, diciamo a partire dal 1982, perché ho cominciato ad ascoltare Randy Newman. Se mi chiedi chi avrei voluto essere in quella fase lì ti dico lui, o almeno avrei voluto andarci molto vicino: ascoltandolo ho capito che era un uomo molto profondo dal punto di vista culturale, letterario, ma nello stesso tempo era un grande musicista, per me insomma rappresentava un po’ la perfezione, oggi è uno ancora in grado di scrivere musiche, dirigere un’orchestra, curare gli arrangiamenti e suonare il piano in modo meraviglioso, scrive e ha sempre scritto testi profondi, critici. Ascoltarlo mi ha spronato, ho pensato che fosse un modello alto, che non sarei mai arrivato ad essere così bravo ma mi ha fatto capire che dovevo fare di più, ricordo di aver trascorso un’estate ad ascoltare i suoi dischi e di essermi proprio detto che non stavo facendo abbastanza, mi sono detto «non devo più fare questo, devo fare altre cose».

Gli hai anche dedicato il tuo album Le città di frontiera, dopo il quale arriva il vero spartiacque tra la fase pop e quella fase più artistica, passami il termine come sintesi, che inizia proprio con Ventilazione.
Lì ho osato, era un disco che non aveva nessuna chance di essere un successo e non me ne importava nulla, lo volevo così e lo volevo tanto e ancora oggi devo dire che mi piace molto. Poi alla fine andò anche bene, andò meglio del previsto, insomma non fu un insuccesso; è figlio di un vero esame di coscienza e di una domanda: tu vuoi essere quello che scrive canzoni di successo o qualcuno che fa qualcosa in più? In quel punto io ho scelto qualcosa in più del pop di successo.


Cos’è il pop per te?
La definizione di pop per me è qualcosa per cui ho massimo riguardo: adoro la musica pop e ho una grandissima stima per chi sa farla veramente e per quegli autori che sono stati capaci di sfornare successi popolari uno dietro l’altro, nutro un amore sconfinato per la musica leggera italiana degli anni ’60 e credo che in quel periodo ci sia molto di più di quello che noi di solito superficialmente pensiamo, la supponenza dei critici ha sempre snobbato quel periodo ma lì si sono messe le basi per una formazione culturale italiana molto più profonda di quanto si pensi e io amo molto quello che che è accaduto in quel punto della storia.

Insomma, non credi alla divisione tra le cosiddette (malamente) canzonette e la famosa grande canzone d’autore.
Non ho mai fatto divisioni né ho mai pensato che la musica dei cantautori fosse in qualche misura più importante della musica pop, penso che a fare la differenza sia sempre la bravura, se sei bravo sei bravo in qualunque senso. È un manicheismo che ho sempre detestato quello, che non mi piace, ho la massima stima degli autori che riescono a scrivere pop perché scrivere musica pop di successo è estremamente difficile, i veri bravi rendono anche la cosa apparentemente più semplice qualcosa di misurato e perfetto. Penso a un gruppo come gli ABBA: scrivere cose come i loro successi è qualcosa di una difficoltà inimmaginabile.

Peraltro è incomprensibile il motivo per cui la canzone d’autore sia considerata un genere, mentre si può ovviamente fare grande musica d’autore che è grande pop.
Ma certo, ci sono stati autori italiani anche perfettamente sconosciuti al pubblico, di grande pregio, autori che hanno scritto pezzi di grandissima popolarità, canzoni di successo, penso a Zambrini che scriveva le prime canzoni di Gianni Morandi, poi chiaramente a Giorgio Calabrese e Sergio Bardotti, due grandi esempi, due persone di grande musicalità e grande cultura.

Per Oxanna, il primo album di Anna Oxa, tu non hai scritto solo la hit Un’emozione da poco, ma anche Fatelo con me e Così è se ti va e questo finché mi andrà che sono due pezzi che insieme a Pensiero stupendo sono tra i più espliciti mai scritti in Italia per quanto riguarda il racconto dell’eros. Ho la sensazione che ci sia stata una piccola parentesi temporale in cui persino in questa nazione ci si poteva concedere molta libertà, più di quanta non ce ne siamo poi concessa dopo, sbaglio?
No, è così, io oggi non so se una canzone come Pensiero stupendo avrebbe lo stesso successo e soprattutto susciterebbe la stessa curiosità. È possibile di no perché ora siamo inondati da tutto questo, per cui diciamo che tutto quello che si scrive sembra nello stesso tempo interessante e banale, come se le cose viaggiassero sempre oscillando tra questi due poli. Forse in quel momento era nell’aria proprio la possibilità di scrivere quelle cose, anche a livello sociale, una libertà che è stato importante prendersi naturalmente con grazia, perché penso che occorra sempre molta grazia nel trattare qualsiasi tema in una canzone.

Hai sempre pensato che a un certo punto avresti smesso di esibirti e di pubblicare dischi?
Penso di sì, ora ti confesso che la prima volta che l’ho pensato, che ho pensato cioè che non mi andava più, che non mi stavo più divertendo era il 1986: avevo una mezza idea di lasciare. Fortunatamente poi ho cambiato idea, ma quando poi è arrivato il momento di farlo davvero l’ho accolto con grande serenità e devo dire quasi con entusiasmo, tant’è vero che ho spiazzato tutte le persone che avevo intorno perché non si capacitavano della mia felicità nel terminare l’ultima tournée. Secondo me c’era un tempo dato, anche a questo mio lavoro. E poi devo dirti che mi piaceva l’idea di avere del tempo davanti per me, del tempo da dedicare alla mia famiglia e a tutto quello che non avevo fatto prima; credo di aver preso le valige in mano nel 1970 quando ho cominciato a girare da professionista e di averle disfatte 43 anni dopo, e ti giuro che non è un’iperbole. Fa sorridere ma ha significato trascurare una famiglia, non esserci mai, trascurare i figli: nella vita privata stare sempre lontani significa tanto. In questi ultimi 10 anni ho la sensazione di aver recuperato tutto quello che non avevo fatto prima. Prima per esempio viaggiavo molto ma non vedevo niente, ora c’è tutta una libertà diversa.

Una scelta che è anche coraggiosa com’è poi coraggioso ogni tipo di mutazione, ogni cambio di prospettiva. Ti confesso anche che mi commuove l’esigenza che hai dimostrato, dopo così tanti anni a praticarla pubblicamente, di riconnetterti profondamente alla musica in modo intimo.
Sì, è un paradosso: quando lavori, incidi dischi, fai i tour, non hai tempo di studiare, adesso invece studio moltissimo. Prima anche quando studiavo era sempre volto a usare quello che avevo imparato per i dischi, per le canzoni, ora quello che studio è tutto volto a me, è una cosa che faccio per me e questa è un’enorme differenza. Ora studio armonia, imparo cose che non sapevo, studio la chitarra e faccio grandi esercizi con lo strumento che mi portano ad avere qualche certezza musicale in più, suono molte ore al giorno, anche il pianoforte naturalmente. Certe volte mia moglie mi dice che sto studiando come se stessi preparando un album doppio o un tour, ma quello che sto facendo per me è qualcosa di ancora più importante.

D’altronde ti sei sempre visto come un artigiano, «un mobiliere genovese del Seicento», hai detto una volta, non un artista.
Faccio una grande fatica ad abbinare il termine artista a me, mi sembra che la mia vita sia talmente normale… Di solito gli artisti ci vengono presentati con un’aura di sregolatezza, o sono persone che si danno un tono, per non parlare di quelli che non sono artisti ma vorrebbero esserlo: si vestono da artisti, si conciano da artisti, io queste cose non le ho mai fatte. Io quando leggo da qualche parte che sono anche io un artista penso che magari si sbagliano. 

Mentre ti parlo percepisco in modo netto una cosa: non hai mai amato la musica un solo giorno della tua vita un po’ meno degli altri giorni.
No, non credo, in una carriera ci sono momenti in cui sei amareggiato per qualcosa, succedono anche cose negative ma la musica non l’ho rinnegata mai un giorno, anzi, nei momenti di amarezza, quelli più duri, la musica è sempre rimasta la cosa a cui mi sono appigliato, una salvezza.

Trovo tu sia un cantautore del presente, andando avanti con la carriera, peraltro, anziché cullarti nelle nostalgie o nei rimandi al passato, ne hai fatto piazza pulita dedicandoti invece, mi pare, sempre più vigorosamente al racconto della contemporaneità.
La tua lettura è molto corretta, non sono incline a voltarmi indietro, ma non perché io sia più bravo di altri, ma perché mi fa paura, non mi piace. Il futuro puoi immaginartelo e puoi scrivere di cose immaginarie, il passato è anche più facile perché basta ricordarsene e recuperi proprio quelle nostalgie che stanno dentro certi ricordi, scrivere del presente è invece la cosa più difficile, io spesso mi sono buttato proprio in questa cosa, ci ho provato insomma, perché mi piace il concetto del qui e ora.

C’è qualcosa di cui hai nostalgia?
Di certi momenti, sono polaroid, scatti fotografici, sono istanti che generano nostalgia per la tenerezza, per le persone, per certe parole. Il mio produttore Beppe Quirici mi manca molto per esempio, però sono sempre attimi. Hai presente quelle vetrate delle chiese tutte fatte di piccoli frammenti colorati? Ecco, ogni tanto succede che la memoria si vada a posare su uno di questi frammenti e che io provi un piccolo momento di nostalgia. Normalmente comunque cerco di tenermi il passato alle spalle: d’altro canto è quello il suo posto ed è lì che lui deve stare, altrimenti non si chiamerebbe così.

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