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Iosonouncane e la differenza tra un evento e un concerto

«Ho quasi smesso di andare ai concerti perché torno a casa coi coglioni girati», dice Jacopo Incani dei live instagrammabili. I suoi concerti offrono invece una visione d’autore e non sono mai uguali ai dischi. Sentire il live ‘Qui noi cadiamo verso il fondo gelido’ per credere

Foto: Roberto Finizio/Getty Images

La musica-mondo di Iosonouncane non è di immediata fruizione, eppure Jacopo Incani riempie i teatri, si imbarca in tour europei, partecipa ad alcuni tra i più prestigiosi festival. Dal vivo sorprende sempre, si presenta con formazioni diverse, riarrangia, dilata, stravolge, non ripropone i brani paro paro ai dischi, disattende le aspettative. Ottima testimonianza è il recente live Qui noi cadiamo verso il fondo gelido – Concerti 2021-22, quasi un album nuovo per la musica inedita che contiene, spesso opera di improvvisazioni.

Ti ho visto nella prima fase del processo evolutivo che ha portato a Qui noi cadiamo verso il fondo gelido: tre postazioni, tutta elettronica e molta improvvisazione. Possiamo parlare di quest’ultimo aspetto della tua musica, visto che è una caratteristica saliente del live?
Nella prima fase del tour le improvvisazioni erano confinate in specifici momenti che poi sono andati a formare i brani Cabot, Bestas e Simùn. Nell’esecuzione integrale di Ira c’erano invece sezioni aperte, oltre a quelle interne ai brani, che ci conducevo in territori volta per volta diversi e che servivano per approdare al pezzo successivo. Poi c’è stato il tour europeo con la batteria e due postazioni di elettronica.

Un uso dell’elettronica molto diverso dal classico, che è: faccio partire le basi e ci suono sopra.
Assolutamente, e ci tengo a sottolinearlo, per me elettronica non significa far play su Ableton. È un fraintendimento che mi sta decisamente sul cazzo. Un conto poi è avere una band con la quale improvvisare, un conto è essere in trio e utilizzare unicamente sintetizzatori con i quali creare musica sul momento, senza base alcuna se non qualche sample spogliato dagli effetti di studio e poi lavorato in tempo reale. Ci sono voluti mesi e mesi di prove ed è stata una cosa di una complessità e di una difficoltà uniche, tutto era totalmente suonato, tutti gli effetti non erano preparati, ma gestiti da pedali. Quando io parlo di elettronica intendo questo.

Immagino quindi che eseguire l’integrale con la band si sia rivelato una passeggiata, rispetto a prima.
Fare quei concerti è stato in qualche modo rilassante rispetto al trio. A quel punto però avevamo un armamentario di strumentazione immenso, praticamente una mini orchestra, non facile da portare in tour in Europa. Abbiamo quindi optato per la line-up con batteria più due postazioni elettroniche che ha rappresentato una sorta di sintesi tra il tour col trio e quello con la band. Essendo però passato del tempo e volendo andare oltre il discorso di Ira è tornata in ballo l’improvvisazione, data dopo data abbiamo creato un flusso sonoro, una sorta di magma dal quale emergevano nuovi spunti insieme a brani del passato.

Ascoltando il live questi spunti sono parecchi.
C’era un sacco di materiale inedito, non è stato facile selezionarlo, quello che è finito sul disco è una minima parte, avrei potuto pubblicare un triplo album solo con quel materiale.

Foto: Olimpia Pierucci

Faccio un piccolo passo indietro rispetto al discorso del live: in un’Italia piena di trap e pop da classifica tu sei riuscito a ritagliarti uno spazio proponendo musiche non certo immediate.
Il primo a stupirsi di questa cosa sono io. Quando pensai all’esecuzione di Ira – un disco di due ore, senza pezzi in italiano, molto diverso da Die – sapevo di presentare un qualcosa di ostico, particolare, e i teatri sono stati una scommessa azzardata che, nonostante i costi esorbitanti, è stata agevolata dal fatto di mettere prezzi più bassi con lo scopo di andarci almeno in pari. Nonostante questo ero terrorizzato, erano posti da 1000-1500 posti. Pensavo: chi  verrà? Il risultato è che le date sono andate sold out in una settimana.

Come te lo spieghi?
Riflettendoci ho pensato una cosa: per il genere umano è necessario che ci siano gli artisti, ovvero coloro che cercano di collegare una serie di punti e offrire un orizzonte. Le opere d’arte sono un’impressione tangibile di quello che è lo stare al mondo, di ciò che significa esistere, per questo c’è sempre bisogno di opere, non solo di prodotti. Essendo la musica l’arte più spendibile, vendibile, utilizzabile, è facile dimenticarsi che un musicista, anche pop, può essere un artista. Ma quando personaggi del genere vengono fuori secondo me è facile che possano ritagliarsi uno spazio, le persone li sanno riconoscere e apprezzare.

Per rimanere nel tuo ambito sta accadendo la stessa cosa a Daniela Pes.
Esatto, quando l’ho sentita sapevo che si sarebbe conquistata anche lei quello spazio, perché c’è quel tipo di necessità da parte delle persone. Lo vedi anche nei film, quando esce qualcosa che ha rivendicazioni autoriali forti, tutto si ferma, l’attenzione viene catalizzata.

C’è da dire che le tue musiche lasciano intravedere un substrato in qualche modo pop, arrivano dirette anche a chi non è avvezzo all’avanguardia.
Io il pop lo adoro e con esso mi sono formato, un pop più o meno accessibile, più o meno obliquo, ma in ogni caso pop.

Quali sono stati gli ascolti che ti hanno formato?
Li riassumerò in tre tappe: a 15 anni Sgt. Pepper’s, a 17 Dark Side of the Moon, a 19 Kid A. Sono tutti dischi pop, ma anche sintesi di processi di ricerca, e rappresentano il tipo di mondo nel quale credo di potermi collocare. Va da sé che qualcuno ascoltando il disco dei Radiohead potesse perdersi, io stesso ci ho messo del tempo a capirlo, ma una volta penetrato è stata un’illuminazione, ho compreso che si poteva coniugare la ricerca a un certo carico emotivo, comunicativo, lo stesso che metto nelle mie composizioni.

In tutto ciò, e qui torniamo al live, ti diverti a stuzzicare il pubblico, quasi a sfidarlo, proponendo loro brani inediti, improvvisazioni, stravolgimenti. Non sei mai paraculo, non offri i tuoi successi da cantare.
Guarda, io ho praticamente smesso di andare ai concerti perché torno sempre a casa coi coglioni girati, mi sono stancato di vedere gente che non fa altro che parlare e filmare. Peggio ancora: filma se stesso mentre la band suona in sottofondo. Questo mi fa provare un infinito risentimento nei confronti del genere umano. Nel momento in cui tocca a me salire sul palco voglio aggredire quella possibilità, che trovo straziante, cerco quindi di fare in modo che l’attenzione non cali. Non perché mi senta in grado di cambiare il mondo, ma semplicemente perché non voglio rotture di palle mentre suono. Il concerto è un momento di incontro tra chi è sul palco e chi è sotto, io espongo la mia visione, credo sia una fortuna trovare qualcuno che ha una visione autoriale sul mondo e la propone, non c’è nulla di più bello che accogliere questo messaggio e lasciarsi condurre. Nel momento in cui il pubblico accetta questa cosa è anche il musicista a trovarsi trascinato in un flusso benefico. Se ciò non accade vuole dire che si sta semplicemente partecipando a un evento, e a me gli eventi non interessano, mi interessano gli avvenimenti.

Foto: Olimpia Pierucci

Ascoltando pezzi vecchi e nuovi nel live c’è da rimanere a bocca aperta per gli elementi musicali disparati che riesci a mettere in campo. Non so che sei d’accordo ma io sarei tentato di definire la tua musica come prog rock 3.0.
Caschi bene, io sono un progghettaro e credo si senta, la suite Close to the Edge la conosco a memoria, nota per nota. L’ostinazione che caratterizza quella musica, la furia, anche il rigore, sono parti del mio DNA. L’attitudine austera – alla Fripp, per intenderci – mi ha forgiato completamente. Mi piace definire la mia musica progressiva, è l’aggettivo più esaustivo per descrivere ciò che faccio ed è una cosa per me sublime. Non amo però il prog più favolistico, adoro i King Crimson di Red o appunto gli Yes di Close to the Edge, mi piacciono le cose più spigolose. E poi il kraut, tutto Canterbury… per me Robert Wyatt è dio in terra. Ho un’idea cosmica, architettonica della musica.

Si sente nelle orchestrazioni di Ira, in studio e live. Come è stato passare dall’essere un one man band a gestire una piccola orchestra?
In passato ho suonato con dei proghettari quanto me, poi mi sono ritrovato da solo e giocoforza ho dovuto tirare fuori delle capacità che non pensavo nemmeno io di avere, ho fatto tanti anni di autarchia fino a quando il progetto ha preso a funzionare, così mi sono galvanizzato e a quell’autarchia mi sono stretto con le unghie. Prima di potere cedere l’intima sovranità della mia musica ci è voluto tempo, praticamente tutto il processo di lavorazione di Ira, che è durato anni e che è stato realizzato con musicisti con i quali volevo assolutamente collaborare. Ho scritto le partiture per loro, alcune veramente estreme, e gliele ho affidate. Da lì è partito un processo di crescita collettiva nel quale hanno assimilato il mio modo di vedere la stratificazione degli elementi, le suddivisioni ritmiche, eccetera. Alla fine mi sono trovato ad avere un gruppo di musicisti che anche quando suonavano tra loro nelle pause, mentre io magari ero uscito a fumare una sigaretta, si mettevano a improvvisare e venivano fuori delle cose che potevano benissimo essere state scritte da me.

Una cosa che colpisce nella tua musica: si avverte sempre il profumo della Sardegna, del suo cielo, del suo mare, questa sensazione non va mai via.
La mia terra d’origine ha forgiato il mio inconscio, la grammatica del mio inconscio, della mia emotività. Con tutto che vivo a Bologna da vent’anni, anzi, paradossalmente questa distanza accresce la vicinanza alla Sardegna a livello emotivo, la Sardegna come madre che appunto forgia la relazione istintiva nei confronti del mondo. Più mi allontano più quella presenza si fa forte.

Essendo arrivato con questo live a una sorta di chiusura del cerchio, che ne diresti di dedicarti a un album di pop “obliquo”?
(Ride) Non mi dispiacerebbe come idea, non so ancora quando, ma ho molti pezzi di quel genere pronti, adoro l’obliquità nel pop e prima o poi arriverà il momento di tirarli fuori, ne sono certo.

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