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L’intervista a Criolo, il rapper brasileiro. Dalle favelas alle classifiche mondiali

L’abbiamo incontrato lo scorso 21 luglio dopo il concerto al Carroponte e un’intensa sessione di autografi, foto e abbracci con i suoi fan, dai quali è molto difficile staccarlo

Kleber Cavalcante Gomes in arte Criolo, 39 anni di São Paulo- Foto di Giovanni Righetti

Kleber Cavalcante Gomes in arte Criolo, 39 anni di São Paulo- Foto di Giovanni Righetti

Certe volte l’arte entra a tal punto nella storia di chi la produce da coincidere con la vita stessa. È il caso di Criolo, la cui storia personale è significativa e carica di messaggi non meno della sua musica: cresciuto in una favela, comincia a scrivere per gioco da giovanissimo. Il successo non gli interessa, tanto che sono i suoi amici a convincerlo ad incidere il disco che sarà per lui l’inizio di tutto. È partito dal nulla, e adesso ha alle spalle ben tre vittorie agli MTV Awards in Brasile.

E oltre a quelli un pubblico affezionatissimo non solo alle sue canzoni, ma a quello che la sua storia ha insegnato al mondo e rappresentato per la sua gente. L’abbiamo incontrato dopo il suo concerto al Carroponte e un’intensa sessione di autografi, foto e abbracci con i suoi affezionatissimi fan, dai quali è stato molto difficile staccarlo. Come si fa a non volergli già un gran bene, trasmette quella carica tipica del sud dell’America. Lo abbracciamo anche noi.

Durante il concerto di Criolo, lo scorso 21 luglio al Carroponte in provincia di Milano

Durante il concerto di Criolo, lo scorso 21 luglio al Carroponte in provincia di Milano – Foto di Giovanni Righetti

Partiamo dal tuo nome. Cosa c’è dietro?
“Criolo” significa “creolo”, “meticcio”. La scelta è ovviamente legata alle mie origini: io sono afro-brasiliano, il Brasile in generale è pieno di culture miste, specialmente in favela, dove sono cresciuto io. Sono orgoglioso delle mie radici, il mio nome vuole semplicemente sottolinearlo.

Sicuramente non hai avuto un’infanzia facilissima. Come sei arrivato a fare musica?
Normalmente nella favelas si pensa alla sopravvivenza, per il resto non si ha tempo. Io però sono stato fortunato: la mia famiglia mi ha trasmesso il valore della cultura, del lavoro e della disciplina. Prima di fare musica professionalmente ho cambiato mille lavori: ho fatto il fruttivendolo, lo scaricatore al mercato… E tanti altri. L’arte invece non l’ho mai vissuta come un lavoro. L’arte non è né lavoro né business: l’arte è arte. Quando avevo undici anni ho cominciato insieme ai miei amici a fare giochi di parole. Era un gioco, lo facevamo per divertirci. Descrivevo quello che avevo intorno, quello che sentivo. Solo crescendo mi sono accorto che non ero l’unico a farlo, e che non per tutti era solo un gioco. Non lo vivo come un dono, né come un mestiere. Per me la musica è necessità: non riesco a stare senza scrivere.

L’ultima persona che ho intervistato mi ha detto che in qualche modo l’idea di dover portare a casa la pagnotta lo aiuta a produrre sempre qualcosa di nuovo: in questo senso la necessità aiuta l’arte.
Per me l’arte non è in nessun modo legata a quel tipo di necessità. Per sopravvivere vendevo la frutta, non pensavo certo di fare arte. Quello che mi ha portato ad arrivare dove sono è la necessità di fare arte, non certo la necessità di sopravvivere. Non ti aspettavi il successo che hai avuto, e il disco che ti ha portato al successo era stato in realtà pensato solo per la tua famiglia. Mi racconti come è andata?
Io non volevo neanche farlo un disco: la musica aveva preso forma nella mia testa, ma dopo anni di carriera pensavo che fosse semplicemente destinata a rimanere lì. Per cui avevo deciso di smettere di cantare. È stato un amico a convincermi ad incidere le mie canzoni. Io ho accettato solo perché pensavo sarebbe stato bello avere modo di riascoltarle, e farle sentire alla mia famiglia. Poi un altro amico mi ha suggerito di mettere il disco su internet. Anche lì ho accettato, abbiamo messo il disco in download gratuito perché mi piaceva l’idea di condividere quello che avevo fatto con chiunque avesse voluto ascoltare. Nò Na Orelha è nato così, non mi aspettavo minimamente il successo, né l’ho cercato.

Sapere che ora il tuo pubblico va ben al di là dei tuoi famigliari e amici ha in qualche modo cambiato il tuo modo di scrivere?
Assolutamente no. Cerco di descrivere le mie emozioni, pezzi della mia vita.  Quando ho un’idea per un testo è come se andassi in un’altra dimensione, nella quale non importa se quel brano sarà ascoltato solo dai miei amici, diventerà un successo o non verrà nemmeno inciso.

Come hanno reagito le persone più vicine a te a questo immenso ma inaspettato successo? Immagino ci sia stato un po’ di shock. Ovviamente con estrema gioia e supporto. Credo di aver dimostrato a tutti che si può venire da una favela e vincere senza essere un assassino, che si ci si può guadagnare il benessere senza essere un politico corrotto. Al di là dei temi che affronto nei miei testi è stata la mia stessa storia a portare un messaggio fortissimo alle persone che vivono nelle condizioni in cui sono cresciuto io. Un messaggio di speranza. Hai dimostrato che l’arte può rappresentare un’occasione di riscatto.
No, non tanto l’arte, quanto la disciplina e la comunicazione. È importante l’approccio alle cose, non le cose in sé. Quello che la mia storia ha dimostrato è il valore delle regole e dell’autodisciplina in un contesto dove normalmente le regole non esistono. Questo è il mio grande debito nei confronti della mia famiglia. I miei genitori sono riusciti a trasmettermi l’amore per la cultura quando vivevamo in un posto dove la gente muore di fame: per fare questo ci vuole disciplina, ci vogliono regole e ci vuole amore. Come ti dicevo ho cambiato mille lavori: quello che credo sia importante è l’approccio alla vita in generale, non tanto all’arte. Il mio approccio al lavoro e alla vita è sempre lo stesso, che scarichi casse di frutta o salga su un palco tutte le sere. Questa è la cosa importante che manca al contesto sociale da cui vengo. Acquisito questo sì, l’arte può essere un’occasione di riscatto, e per me lo è stato. Ma basta anche un lavoro dignitoso.

Dopo due dischi di grande successo senti un po’ di pressione per il successivo?
Assolutamente no, sarà come al solito: continuerò a lasciare che le musica e le parole prendano forma nella mia testa, finché non metterò tutto in un disco. Scrivo praticamente una canzone nuova al giorno, e ho intenzione di continuare a collaborare con tutti i miei amici musicisti, senza pensare al successo di pubblico o critica. Io non sono business, io sono amore. Ho ricevuto molto focalizzandomi sulla musica e non sui risultati, voglio continuare così.

Mantenere un approccio così rilassato è un fatto abbastanza raro quando si è primi in classifica. Come reagisci quando ti accorgi che è il business a prevalere sull’arte?
Non mi interessa più di tanto. Questo è il mio modo, se altri sono felici facendo diversamente sono solo contento per loro. Non provo fastidio nei confronti di produzioni diverse dalla mia: se uno è felice di farlo buon per lui. Se altri impostano il proprio lavoro diversamente e gestiscono diversamente il successo non posso che accettarlo, e fargli i miei migliori auguri e complimenti. Auguro loro di essere felici. Lo auguro a tutti.

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