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Intervista ad Adrian Maben, l’uomo che ha portato i Pink Floyd a Pompei

David Gilmour torna a Pompei il 7 e l'8 luglio. E dal 9 la storia del film-concerto "Live at Pompeii" rivive con "The Exhibition" la mostra fotografica curata dal regista

Durante le riprese di "Live at Pompeii" - Foto di Adrian Maben

Durante le riprese di "Live at Pompeii" - Foto di Adrian Maben

«È come tornare a casa. Questo è un luogo in cui tutti abbiamo radici in qualche modo, ed è bello vedere come è cambiato». Adrian Maben, 74 anni, regista scozzese con il cuore in Italia è tornato a Pompei, tra le rovine della città immobile ai piedi del Vesuvio. Quarantacinque anni fa, nell’autunno del 1971 c’era entrato per recuperare il passaporto che aveva perso durante la visita: «I guardiani mi hanno fatto entrare alle sette di sera, dopo l’orario di chiusura. Ero solo e camminavo tra le rovine deserte, ho sentito il rumore assordante delle cicale, l’energia della natura che si faceva largo tra il silenzio del tempo e ho pensato subito ai Pink Floyd». Nasce così l’opera suprema di Maben (che ha firmato documentari su Magritte, Helmut Newton e Hieronymous Bosch) e uno dei momenti più poetici del rock anni ’70: Live at Pompeii, il film che racconta la surreale esibizione dei Pink Floyd (appena usciti da Meddle e pronti a decollare verso lo spazio di Dark Side of The Moon passando da Obscured by Clouds, colonna sonora del film La Vallèe) nell’anfiteatro deserto di Pompei. «L’idea era usare Pompei come luogo di incontro tra arte classica e contemporanea» racconta Maben, «E fare un film che fosse l’antitesi di Woodstock. Non mi interessava vedere i Rolling Stones saltare sul palco, volevo che l’attenzione fosse concentrata solo sulla musica».

Un concerto senza pubblico, quindi, con uno spostamento inedito ed epocale del modello fino a quel momento conosciuto dell’esecuzione di musica rock dal vivo. Nella visione di Maben il centro dell’attenzione e l’origine dell’esperienza creativa è sospeso, indefinito. Non è il pubblico, non è la band, è la musica nella sua pura essenza, linguaggio antico e moderno insieme chiamato a riempire e a dare vita ad un luogo mistico, sublime e crudele, che per sua stessa natura è un ponte tra arte e storia.
Solo una band evanescente, profonda ed inarrivabile nella qualità dell’esecuzione come i Pink Floyd poteva farlo: «Mi attiravano per la loro intelligenza e il loro modo di stare sul palco come se volessero sempre scomparire dietro alla musica. Erano immobili, come congelati nel tempo. Erano perfetti per un luogo come Pompeii». Maben contatta il loro manager Steve O’Rourke e aspetta per tre mesi una risposta: «Alla fine mi ha detto che la band non voleva avere niente a che fare con l’arte contemporanea, ma che se avessi trovato un luogo adatto avrebbero fatto un concerto davanti alle mie telecamere. E io ho detto subito Pompei».

La Sovrintendenza gli concede quattro giorni, dal 4 al 7 ottobre 1971. I Pink Floyd insistono per suonare dal vivo e mandano il loro roadie Peter Watts a montare il set completo dei loro tour, che ci mette tre giorni ad arrivare da Londra a bordo di una fila di camion. Il problema è che nel sito non c’è energia elettrica sufficiente per alimentarlo. Watts risolve il problema tirando un cavo fino al municipio di Pompei, e ha anche l’intuizione di portare il registratore a 24 tracce che la band usa in studio per catturare l’eco naturale dell’anfiteatro: «In questo modo abbiamo fatto il film come se fosse un disco» dice Maben, «Pianificando ogni registrazione, riascoltando tutto e senza mai improvvisare». Il risultato sono un Intro (che poi è una prima versione di Speak to Me che uscirà su Dark Side of the Moon) e otto canzoni, tra cui una meravigliosa versione di Echoes: quattro da Meddle, due da A Saurceful of Secrets del 1968 più un B-side fortemente voluto da Maben, Careful with that Axe, Eugene. Musica celestiale che prende vita dalle mani di Gilmour, Mason, Wright e Waters e scorre dai muri di amplificatori con scritto “Pink Floyd. London” lungo le gradinate vuote dell’anfiteatro, tagliata da Maben con immagini di mosaici e statue dalle espressioni inquietanti o sorridenti, lava e fango che ribollono dalla terra e i membri della band che camminano in mezzo alle esalazioni e alle nebbie della Solfatara di Pozzuoli. La psichedelia non è mai stata così solenne. «Abbiamo girato in pellicola 35 millimetri, con le telecamere di Cinecittà e una troupe mista francese ed italiana. Abbiamo inventato uno stile» dice Maben. Alla fine in questo capolavoro di immagini e suoni c’è anche il pubblico: «Li chiamavano “i ragazzi degli scavi”, erano i figli delle famiglie che abitavano intorno alle rovine. Andavano a giocare lì ogni giorno, nessuno poteva mandarli via quindi sono stati gli unici a vedere il concerto. Quanti erano? Dodici».

David Gilmour durante le riprese di "Live at Pompeii" - Foto di Adrian Maben

David Gilmour durante le riprese di “Live at Pompeii” – Foto di Adrian Maben

 

La storia di Live at Pompeii rivive con The Exhibition la mostra fotografica curata da Maben (250 foto in bianco e nero a colori che raccontano le riprese del film) e soprattutto con i due concerti di David Gilmour che dopo il concerto al Circo Massimo di Roma torna nell’anfiteatro di Pompei il 7 e 8 luglio con una scaletta di 22 brani, un palco nero e una scenografia con il classico disegno del sole. «Il ritorno di Gilmour a Pompei è fantastico» dice Maben, «Dimostra che l’influenza di quel momento musicale catturato nel mio film non è mai finita. Sto preparando una quarta versione di Live at Pompeii. Non c’è ragione per cui un film del genere debba considerarsi finito, si può sempre aggiungere un nuovo capitolo, o inventare un nuovo stile. Il tempo cambia tutto: le persone, l’arte, la musica, l’atmosfera. Persino a Pompei».

The Exhibition sarà visitabile al pubblico dal 9 all’11 luglio e in maniera permanente dal 18 luglio per tutto il periodo estivo fino a settembre.

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