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Intervista a Lou Doillon: «’Soliloquy’ è il mio cadavere squisito»

La musicista, figlia di Jane Birkin e Jacques Doillon, racconta l'album con cui si è liberata dell'etichetta di cantautrice romantica: «I suoni educati mi avevano stancato. Sono le mie canzoni»

Lou Doillon

Foto CraigMcDean

«Ho scritto queste canzoni camminando all’indietro», dice Lou Doillon a proposito di Soliloquy, il suo terzo album. «Le ho spogliate di tutti gli abbellimenti, ho lasciato solo lo scheletro. Volevo essere onesta». O meglio, voleva liberarsi di tutte le etichette che le hanno appiccicato addosso negli anni che ci separano dall’uscita di Places, l’album che ha lanciato la sua carriera musicale e che, non sappiamo se per scelta sua o per pigrizia della critica, l’ha subito incastrata nella categoria delle “cantautrici folk”: chitarra acustica, sentimentalismo e tutto il resto. «Volevo liberarmi da quel suono educato che di solito mi propongo i produttori. Non c’è niente di male, ma non sono le loro canzoni», dice. Soliloquy, quindi, è un po’ l’album della svolta: oscuro, sporco, in alcuni passaggi – come nell’elettronica di All These Nights – più simile allo stile della sorellastra Charlotte Gainsbourg che ai suoi esordi folk. Abbiamo raggiunto Lou Doillon al telefono, e abbiamo cercato di capire cos’è che ha cambiato tutto.

Quando hai iniziato a scrivere questo album, sapevi già che sarebbe stato diverso dai precedenti?
Io scrivo sempre canzoni, o meglio: le canzoni vengono a trovarmi quando è il momento giusto, e spesso succede in maniera del tutto casuale. Ho scritto il nuovo album in tour, in ufficio, a casa e lontano da casa, ho lasciato che le canzoni venissero da me. Quando ho deciso di tornare in studio, ho deciso che non avrei fatto come sempre, non sarei andata da un produttore a suonare le mie canzoni da sola, con la chitarra acustica.

E cosa hai fatto?
Ho pensato: se mando qualcosa di radicale, allora magari stimolerò la loro immaginazione. Ho registrato le voci, la sezione ritmica e la chitarra elettrica. Una chitarra elettrica piuttosto aggressiva, in realtà (ride). È stato divertente, quasi una decostruzione. Volevo spogliare le canzoni da tutto e lasciare solo lo scheletro, ma dovevo essere io a disegnare lo scheletro, non il produttore. Volevo liberarmi dal suono “educato” che di solito mi propongono. Suonare solo chitarra e voce è di per sé uno statement artistico, e non mi stava bene.

È così che si suona “musica più onesta”?
Penso di sì. Ero molto curiosa di vedere come le mie canzoni sarebbero cresciute. Volevo eliminare tutti gli artifici della produzione per trovare una sorta di realismo. Allo stesso tempo, credo di essermi divertita molto più che con gli album precedenti. Ho lavorato con tanti produttori diversi, e mi sono lasciata andare.

Non avevi paura di fare un album schizofrenico? 

Sì, è per questo che alla fine ho ripreso tutte le tracce e le ho mixate da sola. L’album è esattamente come volevo che fosse. Non sarei mai stata capace di farlo lavorando diversamente. È stato difficile, un po’ come il cadavre exquis, non so se lo conosci.

Il “cadavere squisito”? Mai sentito.
È il gioco dei pittori surrealisti. Si scrive un testo o si fa un disegno tutti insieme, ma nessuno può vedere cosa fanno gli altri. Alla fine apri il foglio e il risultato è assolutamente folle. Cercalo su google!

Lo farò. Dopo tutto il tempo passato ad ascoltare le richieste di registi e fotografi, volevi che nessuno ti dicesse cosa dovevi o non dovevi fare?
Sì! Mi sentivo come un bulldog. Ma come direbbe RuPaul: “A grandi poteri corrispondono grandi responsabilità”

Sei sicura che l’abbia detto RuPaul? 

Sì. È bello avere il controllo di tutto quello che succede, ma allo stesso tempo dormi molto di meno, perché non puoi dare tutta la colpa al regista. Diciamo che nelle altre cose che faccio sono lo strumento di un’altra visione artistica. Con la musica, invece, rispondo solo a me stessa. È una strana responsabilità, eccitante.

Il tuo passato nella moda e nel cinema è stato una risorsa o un problema per la tua carriera di musicista? Hai avuto difficoltà a farti prendere sul serio? 

In Francia, non so come funzioni lì in Italia, la maggior parte dei cantautori fa anche l’attore. Per quanto riguarda la moda… Io ho fatto la modella solo una volta, a 16 anni, durante la fashion week. Poi sono sempre stati i fotografi a cercarmi. Sono una modella quanto lo è Jared Leto. La vera assurdità è che ci sia una disparità di trattamento tra uomini e donne, io vengo considerata una modella solo perché sono una donna.

E qual era la tua reazione?
Mi veniva da ridere. Per me non c’è nessuna differenza: a volte sono sul palco a cantare le mie canzoni, altre a recitare le parole di qualcun altro.

Lou Doillon, foto Craig McDean

Torniamo alle canzoni. Com’è nata la collaborazione con Cat Power? It’s You sembra scritta apposta per lei. 

È stato molto dolce, ma non così facile. It’s You è l’unica canzone dell’album che non volevo fare a pezzi, volevo che restasse acustica, e l’ho messa da parte. Pensavo che metterla in scaletta sarebbe stata una faccenda complicata, a meno che non avessi trovato una voce speciale. Ho pensato subito a Cat Power, ma era impegnata. Allora il mio ragazzo mi ha detto: “Ma le hai mandato la canzone? Mandagliela, se le piace troverà il modo per registrarla”. Ho seguito il suo consiglio, e ho ricevuto la risposta nel giro di un paio d’ore. Alla fine le ho mandato l’intero progetto di ProTools, e le ho detto: “Fai quello che vuoi, canta il mio testo o distruggilo”. Due settimane dopo la canzone era pronta, e quando l’ho ascoltata la prima volta ho pianto. Tutti i miei dubbi sono svaniti in un attimo.

Perché hai deciso di aprire il disco con Brothers, una canzone politica? 

Una canzone politica… Ammiro molto Bob Dylan, Patti Smith, artisti capaci di scrivere canzoni nel nome di qualcun altro. È bellissimo. Io, forse è perché sono francese, e noi francesi siamo dei criticoni, non mi concederei mai il lusso di parlare a nome di qualcun altro. Io parlo della mia vita, e so anche che è una vita speciale, quindi cerco di scrivere di politica con una certa cautela.

Dici che non ti piace parlare a nome degli altri, ma lavori in settori dalla grande pressione mediatica, e vieni da una famiglia particolare. Ti pesa essere un’icona?
Non mi piace il fanatismo, e devo dire che il concetto di “icona” mi preoccupa molto. Allo stesso tempo, però, mi piace l’idea di essere una sorta di pastore, qualcuno che passa le informazioni. Cerco di seguire l’esempio di Patti Smith: la cosa più bella che ti succede, se sei un fan di Patti Smith, è che ascoltare i suoi album ti porterà automaticamente a leggere Ginsberg, a cercare le foto di Mapplethorpe. Lei è come uno specchio: ogni volta che la osservi ti restituisce qualcosa di diverso. Ecco, se devono esserci delle icone, che siano come Patti Smith. Perché ti rendono più intelligente.

Una canzone, comunque, può essere politica anche se parla di una storia personale.
Brothers parla della mia generazione, una strana generazione europea. Il mio primo ricordo politico risale a quando avevo 7 anni, ed è la caduta del muro di Berlino. Ricordo che tutti ci sentivamo travolti da un’euforia incredibile, tutti parlavano dei muri, reali o metaforici, che sarebbero caduti di lì a poco. Pensa che a scuola cantavamo l’inno dell’Unione Europea! C’era una sensazione di speranza collettiva, ci sentivamo tutti parte dello stesso mondo. Poi, molti anni dopo, mi sono ritrovata a guardare la tv con mio figlio. Si parlava di rafforzare le frontiere, e tutti sembravano così confusi. Ho pensato: “Wow, il mondo si è ribaltato davanti ai nostri occhi”. Poi ho scritto il pezzo.

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