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In ‘Volevo fare la rockstar’ c’è tutta la storia di Carmen Consoli

Nel nuovo album della cantautrice c’è la ragazza che suonava ‘Helter Skelter’ sfidando i pregiudizi dei maschi e anche l’artista che deve saper interpretare la contemporaneità. Ce l’ha raccontato in un’intervista

Carmen Consoli

Foto press

E così questa mattina, al risveglio, ho messo i Pretenders, a dimostrazione del fatto che i dischi migliori, i più ricchi e importanti, sono quelli che ti spediscono, o ti rimandano, ad altra musica ancora, quelli che stanno organicamente nel mondo, che non puoi isolare dal resto perché nascono e vivono partecipando a un ecosistema sonoro ed emotivo e quindi attivano, invogliano, spingono lì dentro anche l’ascoltatore.

Parlandomi del suo nono album in studio Volevo fare la rockstar, che esce oggi a distanza di sei anni dal precedente L’abitudine di tornare, Carmen Consoli mi dice che di ascoltare dischi lei non smette mai e che durante la lavorazione dell’album, che sarebbe dovuto uscire in quello che poi è stato tempo di pandemia, le è partita la fissa dei Pretenders: «Mi sono tagliata i capelli come Chrissie Hynde, pure la camicia che indosso oggi, è un po’ sua, vedi? Mi ha presa così, ogni mattina prima di registrare in studio mettevo sul piatto un loro disco, io compro ancora tanti vinili, dovresti vedere la mia collezione di jazz per il mio Thorens valvolare, i cd non mi sono mai piaciuti, non mi piace la compressione… e poi da qualche tempo ho Spotify, me l’ha installato mio figlio insieme a WhatsApp, lui ha otto anni e abbiamo ognuno la propria compilation, ora spesso è lui a farmi sentire cose che scopre dagli influencer su YouTube, dopo te ne faccio ascoltare una che secondo me devi sentire assolutamente».

Carmen Consoli è così, a sentirla parlare tocca usare l’abusata espressione del fiume in piena, è un tornado, una centrifuga luminosa di contenuti e splendida forma espressiva: occhio vigile, mente apertissima, presenza viva, nitida, a fuoco come i suoni – anche un bel po’ Pretenders, sì – che sono finiti in quest’album. Dentro ci ascolterete del surf, un po’ di prog inaspettatamente ibridato col sound italiano 50s, il bolero, e pure una eco di Ringo Starr sul finale di Helter Skelter quando gridò “I’ve got blisters on my fingers!”: «È stata una delle prime cose suonate col mio primissimo gruppo, avevo 15 anni, mio padre era chitarrista e mi aveva insegnato a suonare, io suono come parlo, non so nemmeno se suono bene o male ma suono perché è naturale per me farlo, all’epoca questi maschi della band mi dissero di lasciare stare la chitarra che c’era già il chitarrista, “e ok” dissi io un poco sperduta, aggiungendo che allora io potevo cantare. Un giorno questo chitarrista arrivò tardi alle prove e come si fa e come non si fa nessuno aveva pensato a me, ma io presi la chitarra e feci appunto Helter Skelter, tutti mi guardarono stupiti, avevo fatto anche il solo e non l’avevo neppure provato, si dissero tra loro “ma guarda la suona come il nostro chitarrista… per essere una donna la suona proprio bene”, lui intanto era arrivato, aveva sentito la coda, mi chiese di lasciare stare la chitarra, che non era roba mia. Io allora ero piccola e mi fidavo, così appesi per un po’ la chitarra al chiodo, pensavo di non essere brava, ero talmente lontana dal conoscere questa forma mentis del mondo, questo tipo di discriminazione nei confronti del mio essere donna che mi era proprio impensabile ci fossero altre ragioni per dirmi una cosa simile».

Lei voleva solo fare la rockstar, stare in piedi sul palco sotto le luci colorate con un microfono vero e una chitarra vera, non per il successo ma per viaggiare, scoprire quant’è gigante il mondo fuori, tutto da conoscere, forse grande proprio come le bolle che si possono fare con un chewingum alla fragola che, nella sua immaginazione, in America dove c’era il rock, dovevano essere più grandi di quelli che si potevano fare in Sicilia. E allora ecco che nella title track sta questa piccola storia di formazione italiana, la storia che inizia da quella piccola Carmen ritratta in copertina con un grande fiocco rosa, fragolino anche lui come il chewingum, e una penna a sfera tenuta nella mano destra un po’ a fatica: «Sono mancina ma pensavano di dover correggere questa cose e io ero tutta tesa perché mi ero abituata a casa con mia madre e mio padre a scrivere con la sinistra».

Il brano, nel suo intimo doppio racconto del privato e della storia, delle vicende personali e di quelle pubbliche, potrebbe essere la risposta, o il sequel, di Aida di Rino Gaetano, laddove la storia italiana, qui come là, incontra quella di una donna, in questo caso una giovane siciliana che cresce immersa in un mondo dove ancora si può coltivare il sogno di poter diventare un giorno ciò che desidera, dove si possono rendere grandi progetti i propri grandi sogni, mentre suo padre è costretto a raccontarle, nel tragitto da scuola a casa, che i morti delle faide mafiose coperti da lenzuola bianche sul marciapiede altro non sono che tizi molto stanchi che si sono buttati a terra per un colpo di sonno, a riposare.

L’Italia che vince i mondiali e quella dei sogni ancora tangibili, quelli con cui, come racconta in L’aquilone, «prima o poi dobbiamo fare tutti i conti perché non siamo solo PIL, produzione, aggiornamento continuo come app che devono andare sempre più veloci, siamo esseri umani e il cuore è tutto, i desideri, i sogni, la felicità: lo Stato dovrebbe occuparsi anche di questo e partire dalla valorizzazione della cultura, che dà felicità all’uomo, riempie le esistenze, non mi sembra una cattiva idea. Il profitto, certo, è importante, ma in fondo cos’è se poi ci ammaliamo infelici e i soldi che abbiamo fatto li dobbiamo spendere in farmaci chemioterapici? Ha detto bene Franco (Battiato, nda) quando è andato il sacerdote a casa sua per l’estrema unzione e gli ha chiesto se fosse pronto a questo passaggio: “sono pronto perché io muoio da vivo”, gli ha risposto. Ecco: dovremmo morire tutti da vivi».

Se Carmen è questa donna e questa artista, così capace di mettere a fuoco il punto, che sia nella canzone o nella conversazione (e dunque, è chiaro, nella vita), lo si deve anche, ed è lei la prima non solo a riconoscerlo ma a sottolinearlo, a una storia famigliare straordinaria, per certi versi illuminata e in particolare a un padre eccezionale – nel letterario significato di eccezione – che l’ha sempre spinta a riconoscere l’importanza di sogni e talenti ma anche a coltivarli, farli crescere, accudirli per portarli nel mondo, soprattutto in nome della sua grande fortuna, essere donna e avere quindi capacità esponenzialmente più potenti di quelle dell’uomo: «Ho avuto un padre femminista che pensava che le donne avessero capacità superiori, enormi, capacità di fare molte cose contemporaneamente e farle tutte bene. Lui investì molto su di me, “ricordati ca tu si fimmina” mi diceva per dirmi che potevo cantare e accordare mentre mi stavo esibendo e in effetti io lo faccio; mio padre votava le femmine, si presentò la Finocchiaro alle elezioni e lui la votò, credeva nel potere delle donne, nel pensiero delle donne, nell’intelligenza delle donne, io anche grazie a lui ho potuto smettere di fare queste distinzioni: per me non è un fatto di uomo o donna ma un fatto di educazione. A casa mia la donna comandava: anzi, io comandavo, mia madre era proprio la regina ed era lei a scegliere come si spendeva il denaro, pure quello guadagnato da mio padre. Sono nata in una situazione capovolta e ho scoperto come andava il mondo fuori leggendolo, osservandolo e poi suonando, a casa mia essere donna non era l’impedimento ma il lasciapassare: sei donna quindi puoi farlo, tutto al contrario di com’era fuori. Se tutti seguissero l’esempio di mio padre ci vorrebbero le quote azzurre e sarebbero gli uomini a portare il peso del peccato originale. Io oggi ho un’azienda unicamente composta da donne, conosco cosa vuol dire avere una donna incinta nel luogo di lavoro che hai creato, io le ho assunte tutte, abbiamo creato delle leggi particolari tra donne, ideato una sorta di asilo, uno spazio come quelli del nord Europa, con una persona, un’educatrice qualificata, che sta coi bambini mentre noi lavoriamo, perché i nostri figli non devono essere mai privazioni quando vogliamo fare carriera. Mia madre, la signora Toffolo, è nella società e segue la parte amministrativa».

La potenza femmina di Carmen Consoli è da sempre un fattore vivo e fondamentale delle sue canzoni, la sua è una donna in continua conoscenza di sé, una donna che alla fine, in ogni caso, si concede quello che ancora in troppi casi, al femminile, è un lusso: sceglie e se è il caso rimette il maschio al suo posto quando s’allarga o la vorrebbe a rosolar nel burro dei suoi discorsi da Narciso; anche in quest’album il bruto d’occasione non manca, è il Mago Magone, un dj come quello di Panic degli Smiths («Perché da ragazzina non volevo sposare Simon Le Bon ma Morrissey»), un uomo di potere imbonitore che sa come far leva sulle debolezze dei suoi sudditi in pista, uno che marcia sugli animi spaventati e “a premere tasti dolenti è un campione / sforna un copione per ogni occasione”.

Carmen Consoli. Foto press

Il discorso sul presente storico, sulla contemporaneità, sulla dimensione sociale è un elemento necessario alla concezione del pop che porta avanti Consoli, nel cuore c’è la necessità di tenere la storia che siamo e siamo stati ben presente, per la costruzione di quello che verrà; anche qui un peso rilevante arriva dalla storia della sua famiglia, veneta da parte di madre e siciliana da parte di padre, attraverso i pranzi della domenica a casa Carmen ha visto il nord e il sud trovare pace insieme in un momento storico in cui non sembrava immaginabile: «Al di là di una carta utile a non ripetere gli stessi errori per me la storia è fondamento di identità, è importante conoscere la storia del proprio popolo, le proprie radici, il presente dove io coltivo per il futuro: la prospettiva esiste solo unendo il presente al futuro dopo aver conosciuto il passato. Nella mia famiglia ci è molto cara la questione meridionale, i nonni e i bisnonni ci raccontavano cose che sono accadute in Italia 160 anni fa, che oggi sono scritte in un certo modo, forse noi a sud cambieremmo atteggiamento verso la vita e smetteremmo di sentirci come il carro trainato dal resto della nazione se questa storia fosse riscritta così com’è realmente avvenuta. Siamo figli di una storia negata e questo ci crea un grande problema, è importante che alla storia vera sia data dignità, bisognerebbe ad esempio iniziare a parlare dell’Unità d’Italia e di quali sacrifici sono stati fatti perché avvenisse, parlare di come il sud ha aiutato a creare la ricchezza nel nord e come il nord oggi dovrebbe provare almeno un po’ di gratitudine, così come il meridione la prova per il settentrione; oggi manca gratitudine tra le parti, mio nonno diceva che se non fosse stata scritta la storia vera ci saremmo trovati per altri 160 anni a sentire certa gente dire che ce ne dovremmo stare a casa nostra. Eravamo la palla al piede d’Italia, la vergogna d’Italia, non c’era scritto da nessuna parte che eravamo stati la terza potenza europea, per non parlare poi di cose come essere sciolti nell’acido, o considerati inferiori da Lombroso per la circonferenza della nostra scatola cranica – e a gente come questo hanno dedicato un museo».

«Io ho visto nella mia famiglia il pregiudizio della parte veneta mutarsi in abbraccio, come se a casa mia si fosse creata una piccola Italietta alternativa. Qualcuno ci dovrebbe chiedere scusa ma non vogliamo scuse, però almeno sarebbe bello chiarire una parte storica: io la penso come Gramsci, è una vicenda che non va archiviata, è importante. Oggi le cose sono un po’ cambiate, penso al fatto che tutti vanno in Salento e sembra non vedano l’ora di andarci ogni volta: l’uomo tanto può quanto sa, sapere le cose, studiare, conoscere la storia e le persone, viaggiare, essere socratici in qualche misura aiuta a superare il pregiudizio».

A modello dell’Aida della titletrack di cui dicevamo, nell’intero album Consoli non manca di dare spazio alla storia personale dentro la Grande Storia: qui, a reggere le fila di questo incontro sono due canzoni in forma di lettera, una spedita al padre Giuseppe, chitarrista e conoscitore dell’armonia musicale e delle leggi matematiche che la governano (Armonie Numeriche) e il figlio di otto anni, Carlo Giuseppe, che le armonie del mondo ancora deve scoprirle tutte e di cui la madre, faticosamente, deve e dovrà essere bussola in tempi di confusione, opinioni che si sostituiscono a realtà, stregonerie al posto della scienza, e armonie pochissime. In questa lettera al suo piccolo Consoli regala uno dei passaggi più struggenti, per verità e lirica, di tutto il disco: “Come faccio amore mio a parlarti di valore? Del giusto peso che via via si associa alle cose / in questa enorme confusione / in cui l’evidenza è un’opinione, smentita dalle parole / Come faccio amore mio a parlarti di dolore? Inestimabili esistenze disperse in mare/ quante fervore per difendere le sacre amatе sponde / e Cristo in croce nellе scuole” (Le cose di sempre).

«Il segreto per me, e spero di potergli passare sempre questa convinzione, è dedicare il tempo all’approfondimento, studiare, imparare, scoprire, ascoltare, andare ai concerti: pensando all’oggi dico che quando vedi gente come Colapesce e Dimartino stare sul palco, per esempio, capisci l’importanza di tenere insieme i registri, di giocare, mettere anche l’ironia a traghettare i contenuti di livello, perché alla fine ironia dopo ironia le cose passano sul serio, vengono trasmesse, veicolate. Anche Battiato era così, l’ironia e il gioco erano la sua forza, mi spingeva a divertirmi, sperimentare sempre, mi diceva che dovevo disattendere il pubblico, fare quello che volevo e che se mi avessero ascoltata e seguita bene, ma non dovevo essere mai io a seguire l’onda, finora sono stata proprio fortunata».

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