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In viaggio verso la normalità con Willie Peyote

Questa sera il rapper suonerà un doppio show al festival Acieloaperto. Qui racconta come si è preparato al ritorno dei live, l’uso delle citazioni, il prossimo album e il bisogno di pensare: «Non ho ancora fatto niente»

Willie Peyote

Foto: Alessandro Bosio/Pacific Press/LightRocket via Getty Images

I tempi sembrano così promettenti che perfino Willie Peyote sta tornando alla normalità. Questo sebbene chiaramente la normalità sia un concetto relativo per uno che scrive, canta e performa come l’artista conosciuto anche come Guglielmo Bruno. Lo abbiamo raggiunto nel corso del viaggio alla volta della Rocca Malatestiana di Cesena, dove questa sera lo attende, insieme all’ormai consueta ALL DONE band, un doppio concerto con doppio sold out per l’apertura della nona edizione della rassegna Acieloaperto.

Cesena riapre i giochi. Sei un animale da palcoscenico e immaginiamo ti sia mancato molto il rapporto diretto col pubblico, a parte la piccola – si fa per dire – parentesi sanremese. Come ti stai preparando all’appuntamento con le persone reali?
Sarà la prima volta che mi troverò di fronte a un pubblico distanziato e seduto e certamente bisognerà riprendere tutte le misure. Sarà un’esperienza completamente nuova. E non solo perché finalmente si ricomincia ma anche perché, per la prima volta nella mia carriera, mi esibirò in un doppio concerto. Da un lato ci sono la grande voglia e l’emozione di riprendere dopo un anno e mezzo complicato. Dall’altra c’è la consapevolezza che sarà tutto diverso, almeno all’inizio. Essendo passato tanto tempo dall’ultima volta, la sensazione che provo maggiormente è proprio la curiosità. La curiosità di vedere come reagirà il pubblico, come reagiremo noi, se la sensazione dominante sarà quella di non avere mai smesso, o se sarà invece un po’ come ricominciare da zero. La mia speranza è che rimettere i piedi in un live sarà come ritrovare la capacità di andare in bicicletta dopo una lunga pausa dalle pedalate. Altrimenti mi godrò semplicemente il paradosso di sentire come nuovo qualcosa che faceva parte della mia realtà di tutti i giorni.

Chissà se questa dimensione più raccolta e concentrata stimolerà il pubblico presente in modo diverso, soprattutto rispetto ad alcuni aspetti del tuo modo di scrivere, come quelli dedicati all’analisi dell’attualità e caratterizzati da un piglio narrativo comico. È vero che molti tuoi pezzi costituiscono dei casi di stand up comedy in movimento e musicata. Con la tua band avete pensato a qualcosa di speciale per Cesena?
Non abbiamo pensato a delle soluzioni specificamente dedicate a questo tipo di racconto, che pure è spesso presente nel nostro lavoro. Non lo abbiamo fatto perché volevamo privilegiare comunque la potenziale emozione, da parte del nostro pubblico, di ritrovare in questo primo concerto quello che più si aspetta da noi, e dunque anche una certa energia, un certo modo di fare musica dal vivo. Qualche arrangiamento lo abbiamo cambiato, è vero, ma non abbiamo fatto niente che stravolgesse la sensazione del ritorno. Detto questo credo che ci lasceremo trasportare anche dal luogo e dai contesti che troveremo una volta arrivati a destinazione.

Del resto i musicisti che sono in grado di suscitare ragionamento, oltre che ballo, possono farti muovere anche col pensiero, mentre sei in poltrona. I tuoi pezzi umoristici migliori sembrano Amache di Michele Serra che abbiano sostituito al confortevole dondolio di quel giaciglio il vigore di una poltrona massaggiante. All’inizio la sensazione è del tutto piacevole: ci si godono le vibrazioni del rombo della cassa. Ma puntualmente, magari a un secondo ascolto, arriva quasi una scarica elettrica, come se qualcosa nei circuiti fosse andato storto, e invece è andato tutto benissimo: è Willie Peyote che fa il suo mestiere.
(Ride) Sì, di darvi delle scosse.

Un punto fermo nella tua produzione è l’inneggiare alle possibilità creative del diritto di satira. Se potessi scegliere tra le due cose, preferiresti avere più pubblico o più libertà d’espressione?
Credo la seconda. Arrivando a Sanremo ho avuto la possibilità di espandermi in direzioni che non avrei mai immaginato prima. Ho potuto toccare con mano cosa significhi allargare di molto il proprio bacino di utenza. E, avendo ben percepito le sensazioni che derivano da questo tipo di risultato, vi posso dire che, tra le due opzioni, preferirei comunque quella di essere libero di dire e fare tutto quello che ritengo giusto. Ciò chiaramente non corrisponde a dire tutto quello che mi passa per la testa. Non sono uno di quelli che affermano che oggi non si possa più dire niente. Ma non sono neanche mai stato uno che punta a piacere a tutti.

I tuoi pezzi – e quello sanremese, Mai Dire Mai (La Locura) più di altri – sono ipertesti in cui la musica e le parole si alternano e si integrano a campionature di voci altrui, effetti sonori, forme differenti di audio-spettacolo. Quando lavori a un brano nascono prima queste strutture o il loro contenuto?
Per fortuna, o purtroppo, nella composizione non ho uno standard. Può succedere, come nel pezzo di Sanremo, che l’idea ipertestuale venga quando il lavoro è quasi concluso. In questo caso l’illuminazione di inserire il monologo di Boris sulla locura ha contribuito non solo a permettere al pubblico di comprendere meglio la canzone ma anche ad allargare la portata del resto delle mie parole. Altre volte, invece, comincio a scrivere proprio a partire da un presupposto ipertestuale. Come fu per il monologo di Louis C.K. in C’hai ragione tu. In quell’occasione partii dall’idea che mi sarebbe piaciuto scrivere una canzone che fosse in grado di includere al suo interno quei concetti. Altre forme di citazionismo le impiego direttamente durante un concerto, infatti i miei live presentano spesso fonti più numerose e variegate rispetto alle registrazioni. Questo tipo di ipertestualità mi riconduce all’idea di teatro-canzone che ho assorbito da alcuni artisti che mi hanno accompagnato mentre crescevo, e prima di tutto Gaber. Ma anche lo stesso Eminem, con le sue tante voci che faceva intervenire negli album. Nei miei collage, con cui cerco di offrire al pubblico qualcosa di più che un semplice ascolto musicale, mi affido più al tributo ad altri.

In uno dei generi in cui è possibile farti rientrare, il rap, è molto diffusa la produzione di neologismi. Tu tendi più a ricombinare in modi nuovi parole già esistenti. Ma se potessi imporre sul panorama del linguaggio una tua parola nuova, quale sarebbe?
Non credo che lo farei, forse non ne sarei in grado. Mi piace di più mischiare i termini dialettali di diverse zone d’Italia: lo slang bolognese e l’intercalare romano. O i registri alti e quelli bassi. Non sono un autore di testi che va a cercare cose che non esistono; non sono onirico o psichedelico, ma preferisco andare incontro alla realtà delle cose e prendere quello che già c’è.

Nella tua carriera, per ora, c’è un prima – il giovane nichilista interiore – e un dopo – il meno giovane disincantato esteriore. Come avrebbe vissuto la pandemia il giovane nichilista e come sta vedendo il potenziale ritorno alla normalità il meno giovane disincantato?
Sicuramente il giovane nichilista l’avrebbe vissuta peggio. Era molto più impreparato alla vita ed era più umorale. Oggi sono cresciuto e ho acquisito più equilibrio. Purtroppo penso che molti più giovani di me abbiano vissuto peggio di me questo periodo. Ci sono momenti della vita in cui la routine dell’incontro con gli altri è più importanti che a 35 anni, età in cui conosci te stesso in un mondo più profondo e hai meno bisogno del confronto costante col resto del mondo. Il meno giovane disincantato sta vivendo la pandemia comunque in modo complicato, soprattuto a partire da ottobre, quando ci hanno richiuso in casa. Ma dentro di me – pur non avendo la capacità di dirmi “ne uscirò migliore di prima” – sento di poter affermare che ne uscirò diverso. È anche vero che tutto il sistema in cui viviamo dovrà cambiare perché, essendo costruito sulla costante produzione, nel momento in cui si ferma, anche per un periodo limitato, rischia il collasso. Dunque non è un sistema sostenibile e il cambiamento è inevitabile.

Qual è il peggiore elogio che ti potresti fare e quale la migliore autocritica?
Secondo me la peggiore cosa che si può pensare di sé stessi è ritenersi arrivati da qualche parte. È la cosa che più mi spaventa, soprattutto dopo Sanremo. Ho davvero paura di chi pensa di essere giunto alla conclusione di un percorso, di aver fatto abbastanza. La miglior critica è il rovescio di questa medaglia: non hai ancora fatto niente. Anche nell’ultimo anno della mia vita e della mia carriera sono convinto di non aver fatto nulla di particolarmente diverso rispetto a quello che ho sempre fatto. Sono un perfezionista e continuerò sempre a vedere solo i difetti nelle cose che faccio, cercando di migliorarmi. Il motore migliore del mondo è non essere mai contenti di quello che si fa.

A che stai lavorando?
C’è un nuovo album all’orizzonte ma si trova attualmente a uno stato così embrionale che credo che il tour che comincia da Cesena ci aiuterà a chiarirci le idee e a fargli prendere una forma più definita.

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