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In un mondo di intrattenitori, Niccolò Fabi vuole essere un artista

Il nuovo album ‘Tradizione e tradimento’ è una riflessione su identità, trasformazione, evoluzione. «Per un anno e mezzo mi sono perso. Non sapevo dove andare»

Niccolò Fabi

Foto: Chiara Mirelli

Ogni carriera è disseminata di bivi, momenti in cui ci si ritrova a decidere se proseguire sulla stessa strada e godersi gli agi della propria comfort zone o cambiare rotta per tentare qualcosa di nuovo e crescere. Accade anche in ambito musicale e stando a come Niccolò Fabi parla del suo nuovo album Tradizione e tradimento, in uscita l’11 ottobre, nemmeno lui è sfuggito al dilemma. Anzi, si può dire lo abbia sfruttato come fonte d’ispirazione, ponendolo al centro del disco. «Sentivo di non potere né volere andare nella direzione che mi aveva portato a incidere il precedente Una somma di piccole cose, disco molto casalingo, intimo», spiega il cantautore romano, classe 1968, che con quell’opera nel 2016 ha vinto la Targa Tenco per il migliore album dell’anno e messo d’accordo critica e pubblico, guadagnandosi una stagione di concerti affollati, recensioni entusiaste e applausi da ogni dove.

Tutto bellissimo, solo che poi è sopraggiunta la pressione: come evitare il confronto con quel lavoro tanto elogiato? «Ho pensato fosse giusto giocarmi un’altra carta, trovare un modo per far evolvere la mia scrittura e le mie sonorità», dice lui, in tour nei teatri dal prossimo 27 novembre. Tradizione e tradimento è il frutto di questa scelta e di un percorso accidentato così lo racconta in quest’intervista lo stesso Fabi, qui anche produttore artistico con i fidati Roberto Angelini e Pier Cortese, oltre che con Costanza Francavilla, abile creatrice di paesaggi sonori. Un altro gioiellino che vede l’intensità emotiva della poetica e della voce del songwriter di Costruire aprirsi in alcuni episodi ad atmosfere ambient impreziosite da violoncelli in cui è dolce immergersi.

Dopo Una somma di piccole cose c’è grande attesa per questo tuo undicesimo album. Chi ha amato molto il precedente avrà quasi paura di ascoltarlo, lo sai?
Ah, di paura ne ho avuta anch’io, ho sentito parecchio la pressione. Non solo perché Una somma di piccole cose era stato accolto così bene, ma anche perché io stesso quel disco l’ho vissuto come il punto conclusivo di un percorso iniziato quando avevo 15 anni con le prime canzoni scritte in casa. Con quell’album sono riuscito a recuperare la libertà da ogni condizionamento da parte di un ipotetico editore o mercato, quel puro desiderio istintivo di scrivere che si ha da ragazzi, quando non si ha la minima idea di tutte le conseguenze possibili. Quindi lo ammetto, rimettermi al lavoro è stato complicato.

Nella cartella stampa di Tradizione e tradimento si parla della volontà iniziale di fare un disco elettronico. Volontà poi accantonata, ma solo in parte. Com’è andata?
C’è stato un anno e mezzo di tentativi, di esperimenti, in cui ho cercato di rompere degli automatismi. A un certo punto, però, mi sono reso conto di quanto sia difficile trovare un equilibrio tra il giusto desiderio di rinnovarsi e l’esigenza altrettanto giusta di rispettare la propria identità sia personale sia artistica. Lì ho capito che se mi allontanavo tanto dal mio linguaggio perdevo più di quanto guadagnavo, che nei tentativi portati avanti in quell’anno e mezzo non ero credibile, perché entravo in un campo diverso dal mio, dove c’è gente più brava di me. Così sono tornato a casa, ma solo dopo aver fatto tutto questo giro ed essermi perso: il brano I giorni dello smarrimento parla anche di questo, l’ho scritto in un momento in cui non sapevo più dove cavolo andare.

È stata dura?
Diciamo che ho dovuto prendere atto di una cosa: ogni volta che cerco di pensare razionalmente a qualcosa da scrivere raggiungo un livello artistico basso, mentre quando mi lascio andare all’urgenza, al racconto di un’emozione forte, do il meglio di me, è come se la mia voce tornasse a vibrare. E a quel punto non è importante se il resto è incentrato su una chitarra acustica o su un Moog che fa la ritmica al posto della batteria.

Foto: Chiara Mirelli

Nelle nove tracce dell’album, pianoforte, chitarre classiche e acustiche, violoncelli, flicorni e trombe flirtano con un’elettronica minimalista ed evocativa che dà vita a tappeti sonori, atmosfere avvolgenti, crescendo dai toni epici ma morbidi. Possono venire in mente Sigur Rós o A Winged Victory for the Sullen.
Sì, perché c’è elettronica ed elettronica, qui non si trattava di creare il beat. I brani di cui parli sono, in particolare, quelli co-prodotti da Costanza Francavilla, producer romana che vive a Ibiza. Ci conosciamo sin da piccoli, siamo cresciuti con un gruppo di amici in comune. Lei a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, nella stagione del trip-hop, ha affinato un linguaggio fatto di atmosfere ambient, appunto, ed è bravissima nell’uso dei synth modulari. Amori con le ali è il primo pezzo cui abbiamo lavorato assieme nel suo studio e che ha funzionato subito, con altri non è andata nello stesso modo, tanto che un giorno mi sono ritrovato a dire a Roberto Angelini e a Pier Cortese che ero un po’ confuso. Da lì siamo andati avanti noi, ma in realtà Costanza ha continuato a essere presente, a passarci suggestioni.

Amori con le ali è particolarmente intensa.
Con quel pezzo si è compiuta una piccola magia. Stavo mostrando a Costanza una performance di Nils Frahm in cui lo si vede alle prese con un arpeggiatore storico, l’ho condivisa anche su Facebook. E le stavo dicendo come mi facesse sorridere che uno strumento usato da anni e anni come quello fosse oggi identificato con il mood un po’ inquietante di serie televisive come Stranger Things.

Verissimo!
A quel punto lei – eravamo nel suo studio a Ibiza – ha fatto partire quello stesso arpeggiatore e io ho iniziato a suonarci sopra la chitarra e a cantare una sorta di ringraziamento ai mezzi di trasporto che avevo scritto precedentemente in omaggio a tutto ciò che mi permette di muovermi, di abbandonare qualcosa per passare ad altro, anche metaforicamente.

Il testo è quasi solo un elenco dei mezzi di trasporto più disparati. Ma in quel «quasi solo» c’è il significato, no?
Già. A me inizialmente sembrava assurdo, non riuscivo a considerarla nemmeno una canzone; è più un affresco, un quadro. Poi, però, quando da quello che sembra un mero elenco arrivi all’espressione «amori con le ali», beh, lì si sente l’elemento emotivo; io l’ho sentito e lo sento.

Gli altri due brani in cui è rimarchevole il contributo di Costanza Francavilla sono l’onirica Nel blu e la bellissima A prescindere da me. «Non è finita, non è finita / può sembrare ma la vita non è finita / basta avere una memoria ed una prospettiva / a prescindere dal tempo», recita il testo.
Parla della paura che il rigore inteso come rigidità sia l’unica vera caratteristica della vecchiaia in senso negativo. Quando ci si irrigidisce sia nei punti di vista sia nel corpo si perde sempre qualcosa, laddove il movimento – lo sport per il fisico, la curiosità per la testa – è l’unico antidoto.

Un altro tipo di antidoto utile lo indichi in Io sono l’altro, canzone che hai scelto come singolo di lancio del disco: mi riferisco all’empatia.
Io sono l’altro l’abbiamo scelta come primo singolo, però vorrei precisare che per me non ha una maggiore rilevanza rispetto alle altre tracce dell’album: ho deciso di farla ascoltare per prima perché è la canzone dal testo più esplicito, dichiarativo, mentre le altre poggiano su poetismi più metaforici, meno diretti. Senza contare che è un brano con una rilevanza e un’urgenza sociali importanti in quest’epoca storica, il che non mi dispiaceva. Ciò che mi preme è che non sia interpretata in modo semplicistico.

In che senso?
Non è una canzone sull’accettazione del diverso inteso come colui che viene da un altro Paese. Volevo raccontare come chiunque occupi un ruolo nella tua vita e possa entrare in dialettica con te può metterti in difficoltà. E come ciascuno di noi possa fare lo stesso con gli altri in maniera speculare, nello stesso momento o meno. Il fulcro è, allora, la grammatica dell’attenzione al punto di vista altrui, l’importanza di modificare la propria angolazione, di essere sempre in movimento, per tornare a un concetto chiave dell’album.

Parliamo dell’immagine di copertina verde e rossa: cosa si nasconde dietro a quell’artwork?
È una mia fotografia, ma il significato non ha a che fare con i colori rosso e verde. Anche se a posteriori mi dico che forse non è stato un caso che il mio sguardo sia stato colpito proprio da quei due colori, che sono complementari. Se ci penso, i medici in sala operatoria sono vestiti di verde, mentre il sangue è rosso.

Che cosa intendi con «forse non è stato un caso»?
Quell’immagine è uno scatto che ho fatto incidentalmente in Mozambico, dove sono stato a fine luglio con Medici con l’Africa Cuamm, organizzazione con cui viaggio per l’Africa da una decina di anni. Ci trovavamo a Beira, località che è stata colpita da un uragano devastante qualche mese fa. Eravamo andati a vedere la situazione degli ospedali in cui opera Cuamm, tra una visita e l’altra abbiamo fatto una passeggiata sul mare e siamo saliti su un faro per avere una visione dall’alto dei danni causati dal ciclone. E sai quando la vista, invece che dal panorama, è rapita da un dettaglio? In questo caso il dettaglio era il punto d’intersezione tra il pavimento su cui camminavamo, che era di quel verde un po’ scrostato e arrugginito, e la balaustra, di un rosso altrettanto scrostato e arrugginito. In sostanza ho cominciato a fare una serie di scatti, con i compagni di viaggio che si stupivano e si chiedevano cosa stessi facendo. Quando, una volta a casa, ho riguardato le foto sono rimasto impressionato, mi sono immaginato la Terra con quel cielo rosso fuoco. E poi mi piaceva il sottotesto, che non è esplicito.

Esplicitiamolo.
Il sottotesto è che l’arte è anche quel linguaggio che ti fa guardare le cose in una maniera diversa, al punto tale che alcuni dettagli che a molti sfuggono, per l’artista diventano potenzialmente poesia. In fondo la missione che gli artisti hanno nel mondo è questa, no? L’artista dovrebbe aiutarci a cogliere elementi della nostra vita che ci sfuggono.

È bello sentirti rivendicare il tuo ruolo di artista, le nuove generazioni di musicisti preferiscono parlare di intrattenimento.
La musica è anche intrattenimento e c’è chi la fa e la vive in quel modo, il che è legittimo, ma non credo sia da presuntuosi cercare di trattarla come una forma d’arte. Perché lo è, lo è stata per secoli e non vedo perché adesso dovrebbe smettere di esserlo. Con la musica si alleggerisce la quotidianità, ma contemporaneamente – ed è questo che la rende speciale tra le arti – si smascherano emozioni profonde che grazie alla musica stessa tornano su. Ciò che distingue i giovani musicisti delle generazioni passate da quelli di oggi è che questi ultimi conoscono tutti i meccanismi del marketing, cosa che amplifica inevitabilmente la loro consapevolezza di essere dei venditori di se stessi. Un tempo erano la casa discografica, l’editore, il mecenate a occuparsi del lavoro sporco della vendita: per i Pink Floyd c’era la Emi, per Mozart l’arcivescovo di Salisburgo. Ora i nativi digitali fanno tutto da sé, anzi, la grande rivoluzione consiste proprio nel bypassare il meccanismo discografico per farsi conoscere attraverso il web, ma la conseguenza è che hanno una maggiore malizia.

Colpa dei social, insomma?
Di sicuro sui social si attivano certi meccanismi legati al bisogno di conferme da parte degli altri. Se posto una foto in cui sono di profilo e ottengo 10.000 like e ne condivido un’altra in cui mi si vede di fronte e di like ne ricevo 20.000, inizio a pensare che di fronte piaccio di più che di profilo e ad avere una percezione di me che tutte le generazioni precedenti non hanno mai avuto. Per capire che cosa piaceva di noi, quelli della mia età hanno dovuto aspettare molto di più. E comunque non c’era questo tipo di contabilità che fa sì che la consapevolezza di sé passi costantemente dal giudizio degli altri. Che poi anche molti miei coetanei usano i social in modo compulsivo, ma forse lì è questione di carattere. Personalmente io non amo così tanto rappresentarmi.

Come mai?
Dagli artisti ho sempre voluto che mi facessero sognare un mondo diverso da quello che è, quelli che mi raccontano la quotidianità e il mondo così com’è non mi affascinano. Se Battisti e De André avessero avuto un social network, chissà se le loro canzoni avrebbero avuto la stessa potenza immaginifica e sortito lo stesso effetto. Perché purtroppo avrei avuto negli occhi l’immagine di De André che si beve uno spritz sulla spiaggia, capisci? Si sarebbe creato un corto circuito emotivo. Per fortuna non è andata così.

Chiuderei con alcuni versi dalla già citata A prescindere da me: «Comandanti fateci il piacere / se prendete decisioni decisive sulle nostre vite / fatelo soltanto nel momento successivo a un vostro orgasmo / Grazie a quell’attimo di pace avremo un mondo senza rabbia / un mondo senza guerra». Facciamo l’amore, non la guerra, in pratica. È l’inno pacifista di Niccolò Fabi?
Eh, sì, è una rivisitazione anni 2020 (ride). I valori sono sempre quelli, poi si cerca di scovare un linguaggio per esprimerli in modo personale e ogni volta diverso, ma, pur se in movimento, io da quei valori non mi sposto.

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