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In un mondo di fenomeni, gli Eels cantano che cosa significa essere vulnerabili

Mr E racconta il nuovo 'Earth to Dora' e la fortuna di avere scoperto a soli 10 anni il disco più bello e tormentato di John Lennon. «Riusciva a scrivere piccoli autoritratti incredibilmente personali»

Mr E cerca nuovi riff per gli Eels

Foto: Gus Black

La copertina di Earth to Dora, tredicesimo album degli Eels, dice tutto: è il dipinto di un clown triste con in testa un cilindro a tre quarti. Mr E, leader, autore e in buona sostanza, l’uomo dietro agli Eels, l’ha comprato in un negozio dell’usato 10 anni fa e da allora lo tiene appeso nel bagno di casa. Il punto è che per chiunque sarebbe un’immagine malinconica, ma non per lui.

«Mi piace perché posso identificarmi: anch’io sono un clown. Se lo guardi bene, ha la faccia di chi ne ha passate tante, ma riesce ancora a sorridere; è un sopravvissuto e sa che alla fine andrà tutto ok», spiega Mark Oliver Everett dalla casa-studio di registrazione a Los Feliz, quartiere hipster residenziale di Los Angeles. La musica di Earth to Dora fa qualcosa di simile a quel dipinto: i testi mostrano sfumature di tristezza, ma i suoni sperimentali e confortanti sollevano lo spirito. A 57 anni, divorziato per la seconda volta e con un figlio piccolo, E ripete in più di una canzone la frase «I got hurt», sono stato ferito, ma allo stesso tempo celebra la sua confessione con una gloriosa aria pop intrisa di soul. Che poi è la specialità degli Eels da un quarto di secolo a questa parte: cuori spezzati e immaginari tristi soccombono di fronte all’immortalità di certe canzoni di una bellezza senza tempo.

Che sia un clown o un pugile sul ring, come quando in Hombre Lobo canta «I’m a prizefighter», Mr E si sente un sopravvissuto. Chi ha letto Things the Grandchildren Should Know, l’autobiografia tradotta in una moltitudine di lingue (in italiano è Rock, amore, morte, follia e un paio d’altre sciocchezze che i nipotini dovrebbero sapere), sa il perché: figlio dello scienziato teorista degli universi paralleli Hugh Everett III, la sua è una vita costellata da eventi appunto degni di un bestseller. Se gli Eels vantano di fan come Jimmy Page e Pete Townshend, lo stesso E è un instancabile divoratore di musica. Si passano ore sterminate ad ascoltare e commentare insieme dischi in vinile. Almeno finché il maledetto virus non ci ha costretti a un’intervista via telefono.

Hai spesso ammesso di fare una vita da recluso. Significa che ti è più semplice sopportare una pandemia?
Diciamo che sono fortunato, c’è chi se la passa peggio di me. Sono felice di non essere un teenager, per loro deve essere difficile starsene chiusi in casa, ti immagini? Oppure pensa ai proprietari di piccoli negozi che non sono più in grado di funzionare. Per noi il peggio è che non posso andare in tour e ovviamente la cosa ci deprime. Ma questo non poteva fermarci: abbiamo nuova musica da far sentire e la gente oggi ne ha bisogno più che mai.

Come nasce Earth to Dora?
Non è stato pensato con album, dunque nasce in maniera del tutto inconscia: è un insieme di canzoni che sono state scritte in periodi differenti. Ho capito fosse un disco solo quando ho organizzato i brani in modo che potessero seguire la storyline di una relazione sentimentale. Anche se non parla di una relazione in particolare e gran parte delle canzoni non parlano neppure della mia vita. Si tratta di una raccolta di brani, non di un concept.

Come riesci a tenere “fresco” il processo creativo dopo tanti anni e tanti dischi?
È una sfida. Ma si trovano modi per cambiare certe dinamiche e tenere le cose interessanti. Per la produzione di questo disco mi interessava soprattutto puntare a un songwriting di tipo tradizionale, concentrarmi sulle melodie e i testi e dargli un suono che passasse il test del tempo. Vorrei che se lo ascoltassi tra 10 anni non suonasse, per così dire, datato.

Foto: Chiara Meattelli

Ascoltando un brano come Ok, mi verrebbe da pensare che stai esplorando potenziali differenti della tua voce, un po’ alla Lou Reed…
A volte canto con una tonalità bassa del genere, anche se non capita spesso. Mi è venuto del tutto naturale per quella canzone, mentre scrivevo il testo ho capito che l’avrei dovuta interpretare come se fosse per metà parlata.

Se invece penso all’epilogo Waking Up, c’è un momento in cui esiti e non capisco se è una pausa voluta oppure è un errore lasciato volontariamente…
Stavo cercando di evitare un errore! Avevo appena scritto quel brano, lo stavo registrando sul telefono e a un certo punto non riuscivo a ricordarmi l’accordo di chitarra successivo. Così mi sono fermato un attimo per non sbagliare. Quando ho riascoltato, ho deciso di lasciare quella breve pausa un po’ drammatica, pensavo ci stesse bene. Come fosse una demo; non ho voluto ripulire le cose con la produzione.

Sul sito degli Eels ho letto la recente intervista con John Lennon. Piuttosto esilarante…
I miei amici sono molto arrabbiati per avere nascosto loro la mia amicizia di vecchia data con John Lennon. Alcuni hanno capito perché dovessi tenere il segreto, ma altri se la sono presa proprio a male.

Nell’intervista spieghi a John Lennon che è stato il suo album Plastic Ono Band a farti venire voglia di scrivere canzoni.
Ero un bambino di 10 anni che in qualche modo era inciampato su quell’album. Anche se col senno di poi, è una scelta bizzarra per quell’età: è un disco piuttosto pesante. Ma sono felice che non mi sia innamorato di qualche altro lavoro meno importante; ho amici che sono stati segnati da una musica che li ha indirizzati verso sentieri di cui poi si sono pentiti e hanno impiegato molto tempo per trovare qualcosa che li ispirasse in modo più positivo e artistico. Io invece sono stato fortunato.

Dove vive John Lennon? Dove si è nascosto per tutti questi anni?
Non ho la libertà di divulgare certe informazioni.

A proposito, nei vostri concerti interpretate spesso cover interessanti, penso a Bobby Gentry lo scorso anno oppure a Brian Wilson, Lovin’ Spoonful, Elvis. Ma non ricordo vostre cover di Lennon…
Nello scorso tour abbiamo fatto la coda finale di The End dei Beatles che tra l’altro contiene uno dei migliori assoli di chitarra di John. Adesso che ci penso, anni fa, mi pare nel 2003, abbiamo anche fatto I’m a Loser dei Beatles, scritta da John.

Una scelta non scontata.
È stato uno dei suoi momenti rivoluzionari: è una delle persone più famose al mondo, l’artista più desiderato di tutti eppure scrive un pezzo in cui dice “sono un perdente”. Poi, con lo stesso spirito, scrive Help. Mostrava il suo lato più vulnerabile e a quei tempi era una cosa da non farsi. Tutte le canzoni parlavano di ragazze, divertimenti e cose simili mentre lui diceva: “Aspetta un attimo, ho bisogno di aiuto…”.

Nell’intervista con John dici una cosa che mi colpisce: «Penso in grande, a meno che si tratti della mie canzoni. […] Preferisco avere un pubblico più circoscritto in grado di apprezzare il mio brand di piccole storie non filtrate». Cosa intendi, vuoi sottovalutarti?
Oppure sopravvalutarmi? Non ne sono sicuro. Ciò che intendo è che preferisco avere la mia libertà artistica che provare a fare qualcosa che raggiunga il numero più alto di persone possibile. Le eccezioni sono poche, come appunto John Lennon che riusciva a scrivere queste miniature, questi piccoli ritratti di se stesso incredibilmente personali che riuscivano comunque ad arrivare al cuore del resto del mondo. Oggi le cose sono diverse e credo sia molto più difficile per gli artisti essere reali e popolari allo stesso tempo. In molti casi, sono una o l’altra cosa. Io preferisco essere reale che popolare.

Nel precedente album degli Eels The Deconstruction c’era una canzone per tuo figlio Archie che però avevi scritto quando lui non era ancora nato. In che modo la paternità sta informando il tuo songwriting e più in generale, la tua vita artistica?
Sicuramente ha cambiato il “quando” posso lavorare. Ho meno opportunità rispetto prima, ma in quanto a songwriting ho volontariamente evitato l’argomento in questo nuovo disco. Non volevo essere il tipico nuovo padre che canta di filastrocche e cose simili. Almeno ora sarebbe troppo scontato però non significa che non lo farò in futuro.

Foto: Gus Black

Quando invece abbiamo parlato nel 2014, dopo The Cautionary Tales, avevi dichiarato di volere un break dalla musica e che forse non avresti realizzato altri album. Ovviamente non ti avevamo creduto…
Però mi sono preso un break per qualche anno. E davvero al tempo non sapevo se avessi avuto ancora il desiderio di tornare sulle scene, ma poi ho deciso che quattro anni erano abbastanza e ne sono uscito più fresco da quella pausa.

Eppure sembra che queste “piccole storie non filtrate”, come definisci le tue canzoni, ti vengano con una certa facilità. Davvero riusciresti a evitare di fare musica a lungo?
Non lo so. Ho principalmente due modi di lavorare: ci sono volte in cui decido di entrare in studio alle 10 di mattina per scrivere qualcosa e spesso funziona. E ci sono altre volte in cui sto facendo tutt’altra cosa e vengo improvvisamente colpito dall’ispirazione e devo mollare tutto e correre a scrivere. Per me funzionano tutti e due i metodi anche se a volte falliscono entrambi.

Di recente ti sei trasferito nella casa dove hai anche lo studio di registrazione: questo ha cambiato la dinamica del tuo processo creativo?
Il mio studio è diventato metà studio e metà parco giochi per un bambino di 3 anni. Bisogna sempre stare attenti a tenere nascosta la batteria e cose del genere! Ma in verità, eccetto per la casa in cui ho vissuto negli ultimi anni, è questo l’assetto usato per gran parte degli album Eels passati: sono stati registrati nel seminterrato delle mie vecchie abitazioni. Certo ora non devo fare altro che rotolarmi dal letto.

Negli anni gli Eels hanno presentato in una varietà di show, da band puramente rock’n’roll a concerti in abito da sera con archi e orchestra, a te solo sul palco con chitarra e pianoforte. Cos’è rimasto ancora da provare?
Non saprei, hai qualche idea?

Che ne dici del sound di New Orleans, stile Professor Longhair?
Quello di sicuro ci manca. Sarebbe divertente sperimentare ma temo non saremmo credibili…

Sono mesi che non ascoltiamo dischi insieme, cosa hai aggiunto di nuovo alla tua collezione di vinili?
Ce ne ho appunto una montagna qui davanti a me. Ho appena comprato Spotlight on Nilsson di Harry Nilsson, che sarebbe il suo primo anche se non lo considero tale. Poi ho preso Something Else dei Kinks, giusto perché non l’avevo ancora in vinile. Poi: Giant Step di Taj Mahal, una cosa chiamata Love and Death di Marc Bolan, Lady Soul di Aretha Franklin e il nuovo di Bob Dylan Rough and Rowdy Ways.

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