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In questo mondo di cretini, la nostra intervista a Levante

Levante si è accorta che quello che la circonda non è così bello come sembrava. Alla fine, meglio stare soli
Claudia Lagona, in arte Levante, è nata nel 1987 in Sicilia, ma vive a Torino. Total look DSQUARED2. Foto Fabio Leidi

Claudia Lagona, in arte Levante, è nata nel 1987 in Sicilia, ma vive a Torino. Total look DSQUARED2. Foto Fabio Leidi

«Ho vissuto dei momenti di totale caos, a livello personale e anche di crescita». Questa è Levante, in una frase. Il suo terzo disco si intitola Nel caos di stanze stupefacenti. L’ho incontrata a Torino mentre si sta preparando alla prossima tournée, che comincia a Roma il 4 maggio.

In cosa è diverso questo album dai tuoi precedenti?
È un disco pensato in una maniera corale, è un po’ più per gli altri sul piano musicale, l’ho fatto sognando il live. L’ho pensato come una via di mezzo tra Manuale distruzione e Abbi cura di te. In Manuale c’è tantissima rabbia, tantissima voglia di dire. Abbi cura è più prodotto, più educato, non credo di essermi lasciata andare totalmente. Questo l’ho scritto in fretta, avevo bisogno di nuova musica, di raccontarmi ancora. Nei miei dischi precedenti c’era il testo in primo piano, qui c’era il bisogno di comporre della musica diversa. Poi ho scritto insieme il disco e il romanzo, sono nati nello stesso periodo, novembre 2015. Mi sono ritrovata a fare i conti con tante delle “mie mille me”, con un continuo cambiare. Sono arrivata a riconoscere di non essere solo una e a fare pace con questa cosa, a metterla nero su bianco.

Come sei arrivata a farci pace?
Analizzandomi. Alla fine la musica è questo. E io probabilmente nella scrittura ho trovato un modo di guardarmi da fuori.

Ti sentivi sola mentre scrivevi?
Sono stata molto sola. Sono una persona solitaria, comunque. Che soffre la solitudine, ma che ne ha una grandissima necessità. (Ride) Non ci posso fare niente, sono doppia… Mi addolora, ma allo stesso tempo io in mezzo alla folla non riesco a stare. Nonostante io sia una persona socievolissima, molto generosa, che ama il contatto, poi ho il bisogno di allontanarmi. Vi voglio bene, ma vado a casa.

Come fa una solitaria a gestire il fatto di essere una persona pubblica e di aver pensato un disco come un live?
È difficile, perché sono riservata ma allo stesso tempo racconto sempre i cazzi miei a tutti. Pretendo che la gente riesca ad avere quel tatto necessario che tutti noi meritiamo. Della mia vita privata non voglio parlare, ma poi la mostro, ne faccio foto. Devi stare al gioco, perché nel momento in cui ti mostri non puoi chiedere discrezione. Certe volte mi chiedo quanto sia fortunata la gente a fare un lavoro normale. A me mancano, i lavori normali, mi piacciono. Ho fatto la cameriera, soprattutto. Da subito ho cominciato a lavorare con la musica, però mi sono pagata Manuale facendo pasticcini. Per quanto fossi frustrata dalla maleducazione degli altri, allo stesso tempo mi divertiva. Io sono una persona creativa nel senso reale del termine, qualsiasi cosa che si crei mi piace. Vale per la musica, per la scrittura del romanzo, poi dipingo, sono anche sarta, perché sono figlia di una sarta: mi piace vedere il risultato. Se facessi il muratore sarei comunque felice. Basta avere l’idea del progetto.

Levante, abito, giacca e pantaloni MAX&CO, camicia DSQUARED2. Foto Fabio Leidi

Ti ci perdi mai, dentro un progetto?
Io sono disordinata, ma dal disordine è incredibile come io riesca a tirare fuori delle cose che sembrano studiate. Tutti i dischi che ho fatto hanno un fil rouge fortissimo, partono e finiscono con me. Ho bisogno di qualcuno che mi dia delle dritte non nella creazione della musica o dei testi quanto, adesso, nella realtà. Ho bisogno di qualcuno che ogni giorno mi dica “devi fare questo”. Non sono ai livelli dei primi in classifica che sono bombardati da cose da fare, ma inizio a essere così piena di pensieri che… prendi la stupidaggine dell’acqua e limone al mattino. Ieri ho scaldato l’acqua cinque volte, mi sono dimenticata di fare l’acqua e limone quattro volte. Per il resto sono brava, faccio i compiti, ci tengo.

Per questo album avevi un destinatario ideale? Cantavi a qualcuno?
Cantavo a me. Mi ha un po’ spaventata questa cosa, perché a novembre mi sono ritrovata con una lista di titoli… Io ero io, Io ti maledico, Gesù Cristo sono io… al di là della persona con cui sto parlando, è incredibile. Non è una cosa studiata, va da sola, poi la copertina arriva e racconta tutto. Io ho uno strano rapporto con gli specchi. Fin da quando mi ricordo. A quattro anni stavo davanti allo specchio e mi pettinavo, e mia madre dall’altra parte della casa gridava, Claudia basta!

Sei vanitosa?
Sì, ma non mi piaccio tanto. Quando ero alle medie mia mamma diceva sempre, non sei bella, sei attraente, Maria è più bella di te. Mi sento molto amata da lei, non l’ho mai patita come cosa. Sono consapevole dei miei difetti, ma rimango affascinata da me. Ogni tanto sono splendida, ogni tanto sono una persona normalissima.

Una delle tracce più potenti dell’album si chiama Gesù Cristo sono io. Com’è nato quel brano?
L’ho scritto di getto dopo che ho ascoltato 21 di Adele. A volte ho come dei copy, delle frasi che arrivano. “Che cosa ho fatto di male per meritarmi questa fame”, oppure “Gesù Cristo sono io”. Poi quando ho sviluppato il brano ho cominciato a parlare di quello che purtroppo spesso sentiamo. Non è un caso se l’ho scritto lo scorso anno, che ci sono stati un botto di femminicidi. Io non sono mai stata maltrattata da un uomo, ma ho parlato per molte sicuramente. C’è un impianto allegorico, con richiami biblici. “Mettere in croce”, “sei la regina”, la corona di spine, la parola “genuflessa”… Volevo farla uscire come primo singolo, mi è stato vietato. Siamo nel paese più cattolico al mondo.

Levante, giacca in seta stampata ETRO, pantaloni in seta EMPORIO ARMANI. Foto Fabio Leidi

Il primo singolo, invece, è Non me ne frega niente. Che non è tanto una canzone sugli hater quanto sulla vita di chi passa giorno e notte sui social.
Io non sono una nativa digitale, Internet ho cominciato a usarlo a 18 anni. Ma una cosa che non hanno capito nemmeno alcuni fan è che il brano parla molto di me, nel senso: io non sono dissociata dalla questione “siamo social-dipendenti”, io ho il pollice bionico… Il brano vuole essere una critica alla troppa facilità nel dire la propria opinione. Non è che se mi incontri per strada hai il coraggio di dirmi quello che mi dici in rete, non è che mi spintoni e mi dici “oh, cessa…” e non lo fai perché non si fa. Devi essere educato, anche se io non ti vedo. Perché tanto, io sai cosa faccio, io me li vado a guardare tutti.

Davvero?
Assolutamente. Vado a guardare le facce da culo che dicono certe cose. E poi cosa scopro? Che sei uno sfigato, un frustrato, che in verità tu vorresti essere me. Io tutto quello che ho fatto l’ho fatto nella pulizia totale, senza mai chiedere favori, ho messo avanti il talento e la musica. I saputelli con me possono andare a casa. Quando mi muovono delle critiche costruttive sono la prima a rispondere, ma la maleducazione non l’accetto. Quella canzone l’ho scritta dopo l’attentato al Bataclan: succede una cosa gravissima, nella musica, a Parigi che noi [a Torino] ce l’abbiamo dietro casa, e io vedo su Instagram le tipe che si fanno le foto alle cosce col collant, da lì è nata la frase “je suis Paris madame, in piazza scendo solo per il cane“… Ci ho fatto un post che scatenò l’inferno, fu condiviso 36.000 volte. Ho attirato i fascisti più fascisti del mondo, l’Italia è piena. Meno sono ragazza – quest’anno ne compio 30 – più mi rendo conto che fa sempre tutto più schifo. Prima ero meno interessata, sai come fanno i ragazzini che pensano, “andiamo a conquistare tutto”. Me ne sono sempre un po’ fregata di quello che mi accadeva intorno. Ora mi spaventa, un giorno magari darò vita a qualcuno e non vorrei che crescesse in mezzo a questo schifo.

È giusto dire che prima vivevi nel tuo mondo, e oggi ti guardi intorno?
Fino ai vent’anni ero sempre molto casa/scuola/casa/scuola, chitarra, concerto… Le discoteche le avrò viste due volte in vita mia, a scuola mi chiamavano Levi la strana, l’alternativa, sono diventata rappresentante d’istituto, ma non è che mi divertivo con le amiche… Qualche anno fa mi sono stupita, perché qualcuno mi chiese, “non ti trovi un po’ in difficoltà in questo mondo di maschilisti?”, e io pensai, “Mah!, stiamo esagerando”. Ero una stupida, ce n’è fin troppo, di maschilismo, anche da parte delle donne. Prendi una copertina come la mia, dove io sono una bambina in mutande e canottiera, ci sono copertine molto più volgari solo di faccia… e lo stesso ci sono donne che commentano, “ma c’era bisogno?” Sono così perché mi sono messa a nudo, ti sto parlando di solitudine, è una madonna spogliata quella, e queste stronze cresciute in famiglie sbagliate dicono “l’ha fatto per qualche like in più, per vendere qualche copia in più”. Cretina, non si vendono più i dischi. Ma io mi posso confrontare con questa gente?

Però un po’ ti ci confronti.
Io non ho lauree, ma potrei fare uno studio antropologico su questo mondo. Siamo figli del Medio Evo.

Cosa vorresti che passasse di questo disco a chi lo ascolta?
La verità. Il fatto che c’è una grandissima differenza tra mettersi a tavolino e scrivere per qualcun altro, e raccontarsi.

Le persone capiranno che i vari “io” sono un io narrativo, oppure penseranno che parli sempre di te?
Sicuramente è un disco in cui parlo di me. Però a volte ho anche inventato una me. Io ti maledico è un brano totalmente inventato. È la storia di una ragazza arrabbiata che ha un appuntamento con un uomo che non arriverà mai, e nello sviluppo della storia arriva la maledizione. Io mi vedevo in quella ragazza con il jeans nero e il chiodo, in una giornata di primavera, che guarda l’altro marciapiede. La cosa che mi fa paura è che, come diceva Paulo Coelho, nella parola c’è Dio: sistematicamente, le cose che invento in una canzone io mi ritrovo a viverle. È incredibile. Paulo Coelho ha ragione.

Pensi di dover spiegare la differenza tra i vari “io”, oppure lasci che le canzoni si facciano la loro strada?
Lascio. Ho sempre fatto così, ho lasciato che gli altri interpretassero con la misura del proprio cuore. Poi ci sono i miei fan storici, quelli che hanno sentito i dischi precedenti, hanno visto tante cose di me nel libro, è tutto una connessione.

Per i tuoi fan cosa fai?
Abbiamo un gruppo chiuso che è nato grazie a questa ragazza stupenda, Daniela. Lei ha fatto un Official Fan Club. La cosa mi ha onorata, allora ho cominciato a scrivere anch’io, dal mio account privato. Il mio regalo per loro è il fatto di essere lì con loro. Per esempio, sto cominciando a rispondere molto meno sulla pagina Facebook. Diventa un dovere. Questo è un lavoro che io faccio in più, il mio lavoro è scrivere la canzone, registrarla e dartela da ascoltare. Io ho fatto la psicologa di un sacco di persone, gente che mi ha raccontato la propria vita. Cose da esserne turbata per tutto il giorno.

Hai un desiderio, alla fine, per questo disco?
Arrivare alle orecchie che non mi hanno ancora ascoltato. Un po’ mi fa paura, allargare il raggio d’azione, arrivare a molti, perché non so se mi piacciono questi molti. Ho notato, sempre tramite social, che questi molti hanno dei sentimenti poco puri. Non lo so, se voglio proprio arrivare a tutti. Però, allo stesso tempo, a volte se non arrivi a tutti rischi di non pagare l’affitto. L’artista desidera scalare la montagna e arrivare alla cima più alta, però, per arrivare alla cima più alta, di merda ne mangi tantissima. Ogni tanto penso, “Sai che c’è?, vado a lavorare in panetteria”. Poi penso, col cavolo, mi piace il lavoro che faccio. Il tuo sogno di quando avevi nove anni l’hai realizzato, Claudia, ce l’hai fatta. Se ci pensi è bellissimo. Non bisogna dimenticarsi di essere stati bambini.

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