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In Italia non c’è un altro come Deriansky

I 'Qonati' del rapper e produttore sono stridori metallico-digitali nati da una cultura del suono che non ammette compromessi. Ascoltatelo: lo amerete o lo odierete, in ogni caso vi scombussolerà

Deriansky

Foto: Riccardo Ruffolo

O lo ami, o lo odi, ma sicuramente non puoi rimanerne indifferente. Troppo particolare, troppo differente, troppo denso per non portare ad una reazione forte. Deriansky, rapper e produttore classe ’99 cresciuto a Parma, è uno dei progetti più intriganti di questi ultimi anni di rap italiano. La sua musica è un rigurgito lessicale contrastato a uno sferragliare digitale che si muove tra paranoia e claustrofobia con un’intelligente e recondita ironia. Scoperto dalla sempre attenta Asian Fake che, in pandemia, pubblicò la sua Team Crociati nella compilation Hanami, nel 2020 ha pubblicato il suo primo disco solista Qholla, un primo assaggio del paranoico mondo post digitale costruito da Deriansky e il suo team, con l’apporto visuale del visual designer Nic Paranoia.

Da febbraio 2020 Deriansky è stato al lavoro su Qonati, il suo nuovo disco uscito ieri. «Qonati è un lungo lavoro, un lavoro personale, un lavoro su di me», ci racconta al telefono. «L’idea del concept è nata in ospedale dove ero stato ricoverato perché non riuscivo a smettere di vomitare. Stavo molto male ed ero arrabbiato. In quel momento ero arrivato a un limite della mia vita personale; avevo bisogno di dimenticare per apprendere nuovamente. Quei giorni ho così realizzato che a volte ce l’ho con il mondo anche se il malessere che mi fa arrabbiare è solamente mio, e sono io che devo fare un lavoro su me stesso per risolverlo».

Non c’è immagine migliore per raccontare l’approccio vocale e testuale di Deriansky se non attraverso la parola conati utilizzata nel titolo. I conati come concetto di malessere, qualcosa da espellere con urgenza dal proprio organismo, come «ansia, incapacità di comunicare con il mondo esterno». Vomitare questa musica, queste parole, diventa quindi un atto terapeutico. «Scrivere è terapeutico. Scrivere musica è come guardarsi allo specchio o come avere una seduta dallo psicologo potenziata perché in questo caso mi trovo io stesso ad essere psicologo di me».

Deriansky è una rete fitta di contrasti. A differenza dei suoi coetanei ha evitato il recinto stretto della trap e si è dedicato con dedizione alla cultura del testo e della parola: che un ventenne di oggi si esprimi nella grammatica dell’hip hop più classico suona infatti anacronistico, in contrasto con l’idea futuristica di suono delle sue produzioni. «Mi sono formato tra jam e gare di freestyle, ma la cosa più importante che ho imparato dalla scena hip hop è il keep it real, inteso come essere sinceri con se stessi e la propria cosa», ci spiega. «Se non sperimentassi, se non facessi quello che davvero voglio, forse non avrei il rispetto di nessuno. Per questo ho sempre mantenuto questo mood, il keep it real; è la cosa più hip hop di Deriansky».

Cresciuto con il mito di Marracash («Ha un modo molto semplice di dire le cose che nasconde però una profonda analisi non solo di se stesso, ma del sistema e dell’ambiente circostante. Non si fa condizionare, ha una sua coerenza»), Deriansky in pochissimo tempo è riuscito a costruirsi un suono peculiare di difficile catalogazione. In Italia possiamo trovare similitudini con la parte più weird del rap italiano, come il primo Salmo, gli Uochi Toki, Pufuleti, o il Crookers dei mixtape, mentre all’estero possiamo trovare indizi in Vince Staples, JPEGMafia, Death Grips e in quella schiera di artisti e artiste che hanno riammodernato l’immaginario sonoro dell’hip hop più classico.

Qonati si nutre del fascino dei film horror e del lato «più rumoroso dalla musica», facendo sbattere tra loro Sophie, dubstep, rap italiano. Essendo produttore della sua stessa musica, Deriansky si muove in piena libertà nella costruzione di immaginari sonori inediti. «Sono molto più libero se sono io a produrmi le canzoni, così avviene un percorso più omogeneo tra suoni, atmosfera e testo. Fare quello che voglio è fondamentale. Rispetto a Qholla, i brani di Qonati hanno una struttura più comprensibile ma, allo stesso tempo, esaltano la mia voglia di contrasto». E parlando di contrasti che intrecciano il cervello, fa davvero strano pensare che uno dei brani meglio riusciti del disco, Mosqe, sia stato scritto mentre Deriansky lavorava per Amazon. «L’ho scritto mentre ero su un furgone Amazon a fare consegne. Era un momento di svolta; i giornalisti mi chiamavano per intervistarmi su Qholla e io gli spiegavo il disco nelle pause pranzo mentre mi facevo un culo della madonna; un’immagine molto real».

Deriansky è un progetto stimolante perché apre a nuove possibilità per il panorama musicale italiano. Da un lato libera definitivamente il rap old school italiano dai paletti di genere e suono, masticandolo in un eterno crossover fluido di stampo internazionale, dall’altro – proprio grazie a quello stesso background hip hop – riporta il significato e la parola al centro della musica della Gen Z, dopo anni di nonsense trap. Vi piacerà. O lo odierete. Di certo vi scombussolerà. Ma la musica deve fare questo, creare una forte reazione emotiva. Qonati è qui per vomitarvela addosso con stile.

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