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In eterna lotta con il potere: intervista del 1989 ai Public Enemy

Abbiamo intervistato la crew proprio mentre si stavano affermando come i veri rivoluzionari dell'hip hop, scatenando anche polemiche

Foto di Mark Saliger

Foto di Mark Saliger

Chuck D fissa il monitor appollaiato su uno sgabello, con un grosso medaglione a forma di Africa di colore rosso, verde e nero appeso al collo. Sullo schermo appare il volto teso di Malcolm X che pronuncia con voce ferma le fatidiche parole: «Vogliamo ottenere la nostra libertà con ogni mezzo necessario». Parte un ritmo martellante e sullo schermo, proprio di fianco a Malcolm X si ferma un’auto da cui escono dei B-boys in tenuta militare che invadono le strade di New York. Sono i Public Enemy, la band più radicale e politicizzata dell’hip hop. Un montatore sta provando a mettere insieme queste due immagini per la scena di apertura della loro ultima opera insurrezionale, un video dal vivo girato durante uno dei loro ultimi concerti. «Chuck, i titoli partono adesso. Ok?», chiede il montatore. Chuck è Carlton Ridenhour, rapper, autore dei testi e genio del marketing dei Public Enemy. È stato lui a creare la band tre anni fa insieme a due amici, il produttore Hank Shocklee e il discografico Bill Stephney.

Il successo è stato istantaneo: il primo album Yo! Bum Rush the Show uscito nel 1987 per la Def Jam ha venduto 300mila copie ed è stato acclamato dalla critica. Il secondo, It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back ha venduto tre volte tanto. La CBS, che distribuisce i dischi della Def Jam, prevede che il prossimo arriverà a 3 milioni di copie. Un risultato notevole per un gruppo che scrive canzoni praticamente senza melodia e con testi che inneggiano a personaggi controversi come il leader della Nation of Islam Louis Farrakhan.
Da allora Ridenhour non ha più un momento libero. Solo oggi, oltre al video, ha almeno altre dieci cose di cui occuparsi: il nuovo singolo Fight the Power (colonna sonora del film di Spike Lee Fa’ la cosa giusta), il prossimo album (che sarà intitolato Fear of a Black Planet, in uscita il prossimo autunno), un tour e le trattative per aprire insieme a Shocklee e Stephney una sua casa di produzione, primo passo per realizzare il loro sogno di creare una nuova Motown.

Il telefono squilla di continuo. Ridenhour ha quasi 30 anni, è sposato, ha un figlio di un anno e una casa a Long Island, ma è rimasto un B-boy, per scelta di vita e per esigenze di lavoro. E in questo momento si sta occupando di affari, discutendo con il dirigente di una etichetta discografica. È una scena da sogno: un artista che ha il pieno controllo di ogni mossa della propria carriera. Il punto è che i Public Enemy sono sempre stati una specie di contraddizione vivente: un gruppo di nazionalisti afroamericani che conta sul supporto di dirigenti e discografici bianchi, una forza politica di grande impatto, ma senza un programma definito. Una situazione che può creare tensioni e polemiche in qualsiasi momento. Tra circa due settimane il Washington Times pubblicherà un’intervista a uno dei membri dei Public Enemy, Richard “Professor Griff” Griffin, nominato Ministro dell’Informazione della band, in cui si lancia in una sparata antisemita definendo gli ebrei «malvagi» e responsabili «della maggior parte della malvagità del mondo». In risposta Ridenhour annuncerà l’allontanamento di Griffin e poi lo scioglimento della band, salvo poi cambiare idea su tutto.

I Public Enemy sono cresciuti a Long Island, in un quartiere di vie alberate e case con giardino. Non hanno iniziato rappando sulle scale d’ingresso dei brownstone del Bronx o di Brooklyn né sui treni della metropolitana. Rappresentano, anzi, il prodotto sofisticato di un vero e proprio crossover culturale tra le idee più radicali del movimento di liberazione afroamericano e il junk food dell’America bianca fatto di televisione, sport e fumetti. Un insieme di elementi che li ha resi molto critici nei confronti sia dell’America bianca che di quella nera e li ha fatti diventare devoti di una sola missione: lanciare ai giovani afroamericani un messaggio di resistenza e consapevolezza controllando gli strumenti di marketing e le strategie di vendita dell’industria musicale stessa.

I Public Enemy nascono nei primi anni ’80 grazie a Hank Shocklee, studente della Adelphi University di Long Island, organizzatore di feste rap e poi imprenditore della scena con un’agenzia di dj e la gestione di alcuni club. Anche Ridenhour frequenta la Adelphi e studia grafica. Shocklee decide di assumerlo perché è convinto che, così come nel rock, anche nell’hip hop l’aspetto visivo sia fondamentale: «Devi sempre vedere qualcosa nei dischi che ascolti», dice.
«Ho cominciato applicando quello che ho studiato alla musica», racconta Carlton Ridenhour, «e così siamo diventati dei promoter. Scritturavamo gruppi e li facevamo sembrare più grandi di quello che erano».

Ben presto Ridenhour si accorge di avere anche un altro talento: sa rappare e sa scrivere. «Ascoltavo i pezzi rap in macchina con i miei amici, mentre andavamo in giro per Long Island e, dato che al tempo si usavano molti effetti sulla voce, non riuscivo mai a capire i testi: “Merda, non capisco niente di quello che sta dicendo!”, continuavo a ripetermi. Un giorno Hank e Bill mi hanno chiesto: “Credi di poter fare di meglio?”. Ho pensato: “Certo. In più voglio che si capisca molto bene quello che voglio dire”».

Bill stephney, il più giovane dei tre, ha studiato musica, lavora alla stazione radio del campus universitario ed è follemente innamorato dell’hip hop. La sua è stata una vera e propria rivelazione: stava suonando la sua chitarra a una festa e si è reso conto che i veri creativi erano i due tizi con i giradischi. Lui non faceva altro che ripetere quello che aveva imparato dal suo maestro.

Inoltre l’hip hop ha un’arma unica: è una musica che unisce le persone e le fa ballare. «I bianchi che criticano il rap lo fanno perché non riescono a capirlo dal punto di vista ritmico», dice Stephney, che inizia a condurre alla radio del campus uno show della durata di tre ore dedicato interamente al rap. Un giorno incontra Hank Shocklee e Carlton Ridenhour nella caffetteria del campus e li invita: «Non volevamo ripetere nemmeno un pezzo durante lo show e tre ore sono lunghe da riempire», racconta Shocklee, «quindi non ci restava altro da fare che programmare un beat e poi facevamo le canzoni in diretta». Tra queste ce n’è una che attira l’attenzione delle case discografiche, Public Enemy n.1, nata dalla provocazione di uno degli amici di Ridenhour, William Drayton, conosciuto con il nome d’arte di Flavor Flav: nel quartiere si dice che Ridenhour non vale più niente come rapper. Ridenhour non perde l’occasione per sfidare i suoi critici.

Rick Rubin, cofondatore dell’etichetta Def Jam, ha appena firmato un accordo di distribuzione con l’etichetta discografica CBS e quando viene sapere che Public Enemy N.1 è il pezzo più richiesto alla radio della Adelphi non ha alcun dubbio: offre subito un contratto a Ridenhour. «Ma quello che volevamo fare noi non era un disco», spiega Shocklee, «perché in quei tempi i rapper venivano trattati tutti come schiavi. Allora la Def Jam ha offerto un lavoro a Bill. “Che devo fare?”, ci ha chiesto. E noi, senza esitazioni: “Accetta”. Dopo che Bill ha verificato che era tutto regolare, li abbiamo incontrati anche noi e abbiamo visto che erano tipi a posto, ci hanno offerto un buon contratto e l’abbiamo firmato».

Ai Public Enemy interessa solo una cosa: fare rumore. Vogliono scuotere il pubblico, politicamente e musicalmente, creando un suono impossibile da ignorare: «Volevamo essere insopportabili, per far capire da dove venivamo, per far conoscere le nostre condizioni di vita», dice Shocklee. «Quando le persone dormono, devi fare di tutto per svegliarle». Il senso estetico di Ridenhour influenza l’identità della band, che si presenta come un gruppo di rap politico composto da quattro personaggi da fumetti della Marvel (Chuck D, Flavor Flav, Dj Terminator X e Professor Griff), che a loro volta rappresentano quattro modelli di giovani afroamericani degli anni ’80 immediatamente riconoscibili. Chuck D è l’uomo della strada che nasconde il suo viso da adulto dietro alla visiera del cappello da baseball per rendere i suoi occhi scuri ancora più minacciosi e usa il microfono per raccontare la verità.

Flavor Flav è la sua spalla perfetta, un po’ buffone e un po’ realista, un personaggio di volta in volta frenetico, confuso e ansioso che sostiene i discorsi del suo leader con immagini surreali e un linguaggio che viene direttamente dalla strada. Il militante Norman Rogers è Terminator X, il dj che spara dai suoi giradischi ritmi in controtempo in grado di «seminare il panico» tra il pubblico. Griff è il profeta a capo della S1Ws (Security of the First World), i discepoli della Nation of Islam esperti di karate che imbracciando fucili Uzi di plastica si occupano di garantire la sicurezza della band e a volte salgono anche sul palco durante i concerti inscenando uno spettacolo di arti marziali, una variazione ironica delle coreografie di ballo dei gruppi Motown degli anni ’60.

Le canzoni dei Public Enemy vengono scritte da un team formato da Ridenhour, Shocklee e dal programmatore Eric Sadler, assistiti da Drayton e Rogers nel corso di lunghe jam session in cui usano campionatori, vinili, musicassette, drum machine e ogni possibile strumento di registrazione.«Posso prendere tre beat diversi e fonderli insieme in uno» dice Shocklee.
«Un pezzo dei Public Enemy nasce con l’intenzione di arrivare alle masse», spiega Ridenhour. «Ti faccio un esempio: Tracy Chapman non ha alcun effetto sulla gente di colore, anche se gliela martelli in testa per 35mila volte. Ci vuole la giusta dose di funk».

Grazie alle caratteristiche uniche della voce di Chuck D, il team di compositori dei Public Enemy è in grado di riempire le canzoni di beat ammassati uno sopra l’altro, senza paura di far sparire il testo. Chuck è un baritono talmente potente da riuscire, come dice Shocklee, «a farsi sentire sopra al rumore». Lo stesso succede con il messaggio: i testi migliori dei Public Enemy trasformano lo stile e l’immagine dei B-boys in una dichiarazione di nazionalismo nero e antiautoritarismo radicale.

Chuck D si è affermato definitivamente come MC con l’album It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back. La sua tecnica perfetta gli permette di pronunciare in modo chiaro ogni parola, trasformandola allo stesso tempo in uno strumento ritmico al servizio della musica. Anche i testi si sono evoluti e dall’antiautoritarismo generico del primo disco sono diventati apertamente politici. Ridenhour invita gli ascoltatori a chiedere l’impeachment per il Presidente degli Stati Uniti, immagina di mettersi alla guida di un’evasione dal carcere e si dichiara vicino ai leader più radicali del movimento afroamericano.

Non a tutti piacciono i suoi testi, alcuni dei quali sono sfacciatamente maschilisti, sostengono le teorie sociali di Louis Farrakhan e l’ideologia radicale dei Black Muslims che considera i bianchi creature malvagie, anime diaboliche trapiantate nel corpo di esseri umani, come i poliziotti che nel 1969 hanno freddato Fred Hampton, un membro delle Pantere Nere di soli 22 anni, mentre dormiva. Le critiche arrivano da ogni schieramento politico, ma in un certo senso è proprio la durezza del messaggio a rendere la musica dei Public Enemy così interessante.
Per Ridenhour è un modo per raggiungere il suo scopo come artista, quello di raccontare esperienze di vita reali. C’è solo un problema: Ridenhour non vuole essere considerato solo un artista. A proposito delle differenze tra i fan bianchi e neri dei Public Enemy ha detto: «I bianchi ci ascoltano perché vogliono sapere qualcosa della cultura nera. I neri invece ci chiedono: “Qual è la nostra prossima mossa?”». Vuole essere considerato come un leader, un profeta. Ma cosa vuole esattamente? L’unica risposta finora non è la sua, ma quella di Professor Griff, portavoce della band e rigido osservante della Nation of Islam. Un anno fa è stato sollevato dai suoi incarichi manageriali (era il road manager dell’ultimo tour dei Public Enemy) e in seguito le sue dichiarazioni pubbliche hanno messo a rischio il successo della band.

La situazione è rimasta sotto controllo fino alla sfortunata intervista con David Mills del Washington Times pubblicata il 22 maggio. Mills chiede a Professor Griff di commentare una sua precedente dichiarazione di stampo antisemita e Griff risponde dicendo che gli ebrei sono «responsabili della maggior parte delle azioni malvagie commesse sul pianeta» e accusandoli di aver finanziato il commercio degli schiavi. I Public Enemy non perdono tempo, intervengono all’istante e invitano subito Mills nel loro studio di Long Island. «Gli abbiamo spiegato che le dichiarazioni di Griff non riflettono il nostro pensiero», racconta Shocklee. Mills, però, ricorda i fatti in modo diverso: «Non hanno preso le distanze dalle dichiarazioni di Griff, hanno solo detto che non era il momento giusto per farle».

Quando gli hanno chiesto se comprende il motivo per cui l’opinione pubblica ha reagito in quel modo, Shocklee risponde: «No, perché non sono ebreo, ma è lo stesso motivo per cui tu non capisci perché gli afroamericani non si sono arrabbiati con Griff. Ci sono molte cose che non capiamo l’uno dell’altro e io sto cercando di affrontarle e sistemarle. Mi rendo conto che Griff ha commesso un errore».

Il gruppo militante ebreo Jewish Defense Organization, che dichiara di avere circa 3.000 membri, annuncia il boicottaggio dei Public Enemy. Mordechai Levy, portavoce dell’organizzazione, dichiara addirittura di voler «distruggere la band». Sono minacce che non hanno alcun riscontro. Adler, però, riceve alcune chiamate da parte di negozianti che dicono di non voler più vendere i dischi dei Public Enemy, ma le loro generalità si rivelano false. Nemmeno i vertici delle case discografiche prendono posizione pubblicamente, suscitando l’irritazione di altre istituzioni come la Simon Wiesenthal Organization: «È inquietante il silenzio delle persone che lavorano nell’industria dell’entertainment, soprattutto considerando che in passato si sono fatti avanti per appoggiare diverse cause importanti», ha detto Rabbi Abraham Cooper. La band però prende seriamente le minacce della Jewish Defense Organization, anche perché è preoccupata che possano far saltare alcuni dei progetti a cui sta lavorando: «Il film di Spike Lee è stato a rischio», dice Shocklee. Sono anche preoccupati per la loro sicurezza personale: «Alcune persone del nostro entourage sono state minacciate: i miei collaboratori, la mamma di Griff, quella di Chuck. La situazione è diventata tesa».
Ridenhour non prende una decisione, e la band rimane in stallo. Dopo due settimane si ritrovano nello studio di Hampstead. Griff si scusa dando la colpa delle sue dichiarazioni al risentimento per il ridimensionamento del suo ruolo nei Public Enemy.

Ridenhour non sa ancora che decisione prendere e quale posizione tenere ufficialmente, ma quando l’editorialista del Village Voice R.J. Smith riprende le parti più scottanti dell’intervista al Washington Times, convoca una conferenza stampa e annuncia il licenziamento di Griff: «La comunità afroamericana è in crisi e la nostra missione come musicisti è occuparsi dei suoi problemi. Le dichiarazioni di Griff non sono in linea con la nostra missione. Non siamo antisemiti, siamo a favore degli afroamericani e della razza umana in generale. Griff doveva aiutarci a trasmettere questi valori, ma ci ha sabotato. Abbiamo provato risolvere la cosa internamente, ma purtroppo dobbiamo ammettere di non esserci riusciti». La stampa è soddisfatta, ma non Ridenhour che non è per niente contento del modo in cui ha affrontato la situazione: «Sono stato uno stupido», dice ad Adler, «dovevo risolverla senza renderla pubblica e non l’ho fatto».

Nel giro delle successive 36 ore, Ridenhour scioglie la band e poi la riforma. Arriva l’estate e la situazione cambia quasi ogni giorno. All’inizio di luglio gira voce che Griff sia rientrato nella band, alla fine dello stesso mese, invece, Shocklee dice che i Public Enemy sono «in pausa prolungata» e che Griff non è stato affatto reintergrato. L’8 agosto Ridenhour rilascia un comunicato annunciando il ritorno dei Public Enemy con James Norman come nuovo Ministro dell’Informazione e Griff in un nuovo ruolo, quello di Capo Supremo delle Relazioni con la Comunità. Viene anche annunciata l’uscita dell’album Fear of a Black Planet per l’inverno successivo.

A settembre Griff attacca Ridenhour, Stephney e Shocklee in un’intervista radiofonica definendoli «negri smidollati», ma qualche giorno dopo è sul palco proprio con Ridenhour durante un concerto della band. Le ultime voci dicono che Shocklee e Stephney stanno per firmare un accordo con la MCA e che Shocklee sta lavorando su un terzo album con Ridenhour. Parlando prima delle polemiche scoppiate con Griff, Shocklee aveva dichiarato che il nuovo album avrebbe rappresentato il futuro: «Un futuro distante, come potrebbe essere nell’anno 3000. Ma non sarà un racconto di fantascienza, sarà molto realistico e con i piedi per terra. Sarà cupo, ma non abbastanza da non far vedere una speranza oltre l’oscurità.

I Public Enemy sono come un’esplosione, non conoscono altro modo per stare al mondo. Le esplosioni sono certamente una cosa brutta, ma una cosa è certa: dopo un’esplosione viene sempre fuori qualcosa di buono». È quello che speriamo tutti. Anche se al momento né la band né i suoi fondatori e nemmeno il suo leader sono in grado di fare quello che li ha resi famosi: farsi sentire sopra il rumore.

Professor Griff viene licenziato dai Public Enemy poco dopo la pubblicazione di questo articolo. Nel 1997 è rientrato discretamente nel gruppo, di cui ancora oggi è membro. Nel 2013 i Public Enemy vengono nominati nella Rock and Roll Hall of Fame e oggi continuano a registrare dischi e fare tour.

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