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In ‘DPCM’ di Visconti la canzone d’autore italiana incontra il post punk

L’esordio del cantautore è un gioiellino grezzo che ricorda Morgan e Strokes, Ferretti e Afterhours, tra estetica decadente, relazioni complicate, fallimenti e desiderio di catarsi. L'intervista

Visconti

Foto: Fabio Copeta

Il titolo DPCM è di per sé un azzardo, se c’è un acronimo attorno al quale negli ultimi due anni si sono scatenate polemiche è proprio questo. Ma ascoltando l’album d’esordio di Visconti si avverte chiaramente che il giovane cantautore piemontese non è uno che ama tirarsi indietro rispetto a ciò che ha voglia di dire, e per fortuna, visto che a rendere il suo debutto interessante è il senso di urgenza che esprime, l’esigenza di sputare fuori pensieri e sensazioni che nel lungo periodo di emergenza Covid, distanziamenti e mascherine si sono ammassati nel cervello e nella pancia.

«Ho scritto queste canzoni lo scorso autunno, quando i DPCM erano all’ordine del giorno», spiega Valerio Visconti, classe 2000. «Ovviamente la mia è anche una provocazione, perché per la mia generazione quei decreti hanno significato prevalentemente rimanere chiusi in casa e non poter esercitare la nostra libertà, e questo in una fase della vita in cui si inizia a essere un po’ indipendenti. So che era necessario affrontare la situazione, ma dato che mi piace l’autoironia mi divertiva l’idea di giocare con una sigla che in questi due anni è entrata nelle vite di tutti, benché in maniera diversa a seconda delle persone».

Non c’è indignazione nelle sue parole, si scorge semplicemente il sentimento di un ragazzo che da un momento all’altro si è ritrovato in lockdown e che nelle giornate di isolamento dal mondo ha scelto di rifugiarsi nella musica, sua passione sin dall’infanzia, e di trasformare le sue riflessioni in canzoni secondo un approccio molto DIY. «Di base sono un chitarrista, la prima volta che ho preso in mano una chitarra avrò avuto 4 o 5 anni, ma in questo album, a parte il violoncello in una traccia, suono tutto io e questo perché è nato in camera mia, dai miei genitori, vicino ad Acqui Terme».

È così che ha preso forma DPCM, opera che rivela un songwriting in continua ricerca di un equilibrio tra incursioni post punk e contaminazioni cantautorali, in cui un forte animo pop si mescola con ritmi tendenzialmente veloci e chitarre che richiamano un certo indie/alternative rock vecchia scuola e in più episodi specialmente gli Strokes. Una bella sorpresa e qualcosa di abbastanza unico nel panorama musicale odierno, messo a punto con la complicità di Giulio Ragno Favero (One Dimensional Man, Il Teatro degli Orrori) nel ruolo di produttore. «È stato Giulio a propormi di registrare il disco a partire dalle mie demo casalinghe, in parte per questioni di budget, ma soprattutto per preservare l’autenticità, la vitalità e il sound un po’ grezzo che caratterizzava i provini che mi ero registrato da me. Visto, poi, che già in quelli avevo suonato io non solo le chitarre, ma anche basso e batteria, pur senza tecnica, si è deciso di fare lo stesso in studio, il che mi ha fatto venire parecchia ansia da prestazione. Nei primi tre giorni abbiamo inciso tutte le batterie di seguito e non avendo la struttura muscolare di un batterista, e non essendo nemmeno così sportivo, alla fine ero distrutto».

Viene da dire che l’intraprendenza paga: le sette tracce di DPCM comunicano un’intensità che non lascia indifferenti e impreziosite da testi che rivelano amore per la letteratura e la poesia vanno a comporre un album che nell’imprecisione e nelle sporcature trova la sua personalità, senza però rinunciare alle melodie. «Ascolto tantissima musica», afferma Visconti. «Ho avuto una fase new wave, sarà che mio padre negli anni ’80 aveva una band che faceva questo genere, è lui che mi ha messo in mano la mia prima chitarra, ma poi ho ascoltato anche tanto rock italiano anni ’90, in primis Bluvertigo e Afterhours. In tutto ciò è vero che il bacino da cui ho pescato di più per l’album è quello del rock newyorkese alla Strokes, ma anche alla Sonic Youth, in ogni caso band che hanno sempre utilizzato un sacco di chitarre».

La stesura dei testi è stata un’altra sfida, visto che Visconti prima di avviare questo suo nuovo percorso solista aveva una band, The Pool, con cui scriveva in inglese. «Suonavamo insieme da quando avevo 14 anni, ci siamo sciolti senza traumi l’estate scorsa ed è lì che ho cominciato a pensare di passare all’italiano. Questo mi ha portato a scovare dei compromessi, per il disco, perché quando cambia la lingua bisogna adattare necessariamente anche il suono. Così mi sono buttato sui grandi cantautori, sentendomi Battisti, Battiato, e per i testi Paolo Conte – amo il suo modo di tinteggiare delle situazioni non ben definite che ognuno può interpretare come vuole – ma anche il Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP, quello della fase più punk, perché riusciva ad essere davvero tagliente, sia nella metrica, sia nelle parole».

L’influenza ferrettiana affiora anche nelle linee vocali di Ammorbidente, uno dei singoli che hanno anticipato l’album. “Desidero un periodo decadente, un panorama fatiscente, e un po’ di ammorbidente”, canta Visconti ispirato dalla provincia di Acqui Terme che ha fatto da sfondo alla sua adolescenza: un territorio dove i fasti del boom economico del secondo dopoguerra aleggiano come fantasmi tra impianti termali abbandonati e ville liberty invase dalla vegetazione. «Da ragazzino, negli anni del liceo, m’infilavo in quegli edifici con gli amici ed era tutto molto suggestivo. Quel tipo di estetica decadente mi affascina, così come m’intrigano i poeti maledetti, Baudelaire, Rimbaud, ma anche Mallarmé e l’estetica futurista, quest’ultima per il suo fragore dovuto all’impatto della tecnologia e perché era innovativa, anche musicalmente, basti pensare a L’arte dei rumori di Luigi Russolo, l’inizio del noise».

A emergere è l’immaginario di un esponente della generazione Z che scalciando nell’incertezza e nel senso di impotenza cerca di sviscerare gli stati d’animo di chi è troppo giovane per essere adulto e troppo grande per essere adolescente, tratteggiando il ritratto a tratti dissacrante di un’era dei dati fatta di alienazione e paradossi. In questa cornice La morte a Venezia è un ironico gioco di citazioni che a partire da Thomas Mann conduce a una domanda: quanto spesso ci appropriamo di soggetti culturali per raccontarci agli altri? Narcisi sbagliati parla di amore analizzando il rapporto a volte tossico che si ha con se stessi. Nulla mi urterebbe più è una ballad introspettiva che tratta senza filtri di relazioni famigliari complicate.

«Il fil rouge dell’album è che prende il via dai DPCM e quindi da una situazione di crisi nazionale e globale, comunque collettiva, per arrivare a vicende personali avvenute durante il lockdown. Tra queste la separazione dei miei e l’incomunicabilità che si è creata con mio padre, che mi hanno fatto riflettere sul concetto di fallimento. Se in Poeti canto che il fallimento è la più grande aspirazione umana è perché spesso si punta al fallimento per potersi ricostruire, è come una catarsi».

In una società fondata sulla retorica del vincente come quella attuale, è la visione personale di un poco più che ventenne che durante la pandemia ha cambiato modo di pensare al futuro: «Mi sono staccato dalla materialità che mi aveva spinto ad andare a studiare in Svizzera, in una facoltà che univa economia e filosofia, per assicurarmi uno sbocco professionale», confida Visconti. «Ora sono iscritto al secondo anno di Design del suono allo IED di Milano e spero di costruirmi un percorso basato su ciò che mi appassiona davvero: la musica».

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