Impossibile stare fermi quando partono i Jungle | Rolling Stone Italia
L’arte del ripescaggio

Impossibile stare fermi quando partono i Jungle

Abbiamo incontrato il duo inglese che, senza scadere nella retromania, ha reso di nuovo cool e gioiosi il funk, il soul, la dance. «La musica per noi non è qualcosa di esclusivo, ma appartiene a tutti»

Impossibile stare fermi quando partono i Jungle

Jungle

Foto press

In principio erano una J e una T, due lettere dietro le quali scoprire tutto un mondo fatto di percussioni tropicali, danze corali e ritmiche funk anni ’70. Due inziali che poi abbiamo scoperto essere quelle di Josh Lloyd-Watson e Tom McFarland, coppia di produttori londinesi molto amici anche nella vita e artisticamente noti come Jungle. Non la classica band per come siamo abituali a intenderla, ma un progetto aperto alle contaminazioni musicali e artistiche e per questo in continua trasformazione. Cresciuti con un background fatto di concerti indie rock, ma sempre con l’orecchio teso sulle novità sia della scena locale che internazionale, hanno fatto il loro esordio ufficiale nel 2014 con un disco omonimo imbastito su line funk e alternative pop, in cui hanno messo dentro materiale registrato in un lasso di tempo lungo dieci anni. E sono quasi dieci gli anni trascorsi dal quel fortunato debutto, dal quale non si sono mai veramente discostati quanto a stile.

Al centro del loro disegno non hanno posto loro stessi come riferimenti unici cui guardare. L’identità di coppia è stata messa in secondo piano per dar spazio ad altri artisti e far nascere così una sorta di collettivo, un esperimento a cui far partecipare anche altri artisti, meglio se specializzati in discipline differenti, ballerini, registi, performer. Per eseguire la musica dal vivo si sono espansi fino a diventare una band di sette elementi e per girare i video musicali di tutti i singoli del secondo album For Ever si sono affidati a Charlie Di Placido, che continua a seguirli ancora adesso che sono arrivati alla quarta pubblicazione.

«Il nostro album più recente, Volcano, è uscito ad agosto, siamo stati in tour in giro per il mondo per promuoverlo e suonarlo dal vivo. L’accoglienza del pubblico è stata strepitosa ma non abbiamo intenzione di fermarci», attacca Josh. «Oggi è facile con l’ausilio della tecnologia mettere su un disco, potrebbe farlo chiunque, ma solo un buon prodotto sarà destinato a rimanere nel tempo. La nostra forza sta nell’esserci collocati musicalmente in un arco spazio-temporale ben preciso, che determina l’energia che ci contraddistingue. È una vibrazione che ci pervade quando siamo in sala di registrazione, mentre scriviamo i testi delle canzoni ma anche sul palco. E il pubblico riesce a percepirla tutta. È un gioco di frequenze sempre in movimento, senza sosta».

Guizzi soul, produzioni accurate che intercettano il gusto del mercato, sonorità Seventies di recupero che diventano neo funk. Sono queste le vibrazioni cui Josh Lloyd-Watson allude, ben espresse anche da una videografia a base di balletti che restituiscono il concetto di energia dilagante espresso dal musicista. Abbiamo contato ben 18 ballerini nell’ultimo video di Pretty Little Thing, uscito da pochi giorni. Il coreografo è Shay Latukolan, lo stesso di Back On 74, virale pure su TikTok proprio per via dello stacchetto che tanti hanno voluto replicare. Il sentimento della gioia è un leitmotiv che accompagna i Jungle sin dalla prima ora, ma non ci sono soltanto scarpette da ballo nella loro visione del mondo.

«Ogni nostra canzone contiene messaggi diversi. Non voglio estrapolare un sentimento unico che le accomuni tutte. Parliamo di amori perduti, di conflitti, di trasformazioni personali e di cambiamenti.
La prima traccia di Volcano, Us Against the World, ad esempio è uno statement sulle nuove passioni e sull’effetto domino con cui a volte ci travolgono. Back On 74 invece rievoca ricordi d’infanzia e rappresenta uno sguardo al passato. Tutto è molto dinamico, come le influenze dance, hip hop, soul disseminate lungo la nostra strada. Credo nel potere della sperimentazione».

La sensibilità sperimentale che circoscrive tutta la loro produzione ha consentito ai Jungle di riuscire in una delicata operazione, rivitalizzare il rhythm and blues senza scadere nella retromania. L’arte del ripescaggio dal passato di falsetti e sample, che tanto piace al mercato, nel caso dei Jungle non si traduce in musica dal sapore rétro. Ogni cosa nuova è in qualche modo anche vecchia, è vero, ogni artista con la sua opera fa riferimento a qualcosa di già accaduto prima – parliamoci chiaro, anche gli Stones attingevano a piene mani al vecchio blues – e lo stanno facendo anche Josh Lloyd-Watson e Tom McFarland, ma non per scavare nella memoria, semmai per elaborare qualcosa di completamente nuovo servendosi della tecnologia, parte essenziale della loro storia. Lo conferma il nome con cui hanno deciso di presentarsi al resto del mondo. Jungle infatti sta per quel genere di musica elettronica caratterizzato da ritmiche veloci a 160 bpm, da campionamenti e sintetizzatori. Il nome della band è in sostanza già di per sé un ecosistema sonoro che vive di vita propria e procede veloce verso il futuro.

«La sfida più grande per noi oggi è rimanere ciò che siamo. Non ci interessa andare alle feste, ma creare la musica che le persone vogliono ballare alle feste. Il nostro essere cross tra i generi – dall’afrobeats alla techno – e a cavallo tra la dimensione live e i turntables del dj non significa però che vogliamo ritagliarci una nicchia. La musica per come la intendiamo noi non è esclusività, ma qualcosa che appartiene a tutti. Su quello che succederà in futuro non ho aspettative perché le speranze coltivate, quando non trovano riscontro nella realtà, diventano amare delusioni. Per ora pensiamo solo a divertirci. E va bene così».

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