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Immanuel Casto rivuole la sua verginità

Non è più il ragazzaccio dei primi dischi. Con "The Pink Album" ha abbandonato l'ironia. Ma, tranquilli, la voglia di trasgredire è ancora lì

Immanuel Casto, in tour per supportare il suo "The Pink Album"

Immanuel Casto, in tour per supportare il suo "The Pink Album"

Ironia, sesso e linguaggio sono cambiati in questi 10 anni. Non ci divertiamo, scandalizziamo o eccitiamo come nel decennio scorso. Internet, YouPorn, la dittatura del LOL e in parte anche il rap hanno spinto tutto. E perciò, tutto è più spinto. Così Manuele Cuni, 32 anni, ha cambiato il personaggio di Immanuel Casto: 10 anni fa, faceva sobbalzare (o ridere, o eccitare) con “Tra i garriti dei gabbiani dischiudiamo i nostri ani”, “Io la dò ma per davvero, io la dò al mondo intero”. Oggi, col suo The Pink Album, Casto rilancia. In due modi.

Foto: Fabio Leidi. Style: Edoardo Marchiori. Total look: Versace

Total look: Versace. Foto: Fabio Leidi. Style: Edoardo Marchiori


Questo è il disco del tuo coming out. “Da grande sarai frocio, ma tanto gay è bello: dai libero sfogo a quell’istinto ricchioncello / Fidati di me può far paura da morire”. Però sveli qualcosa di intimo anche in altri modi. In Horror vacui, canti: “Farei di tutto per riavere la mia ingenuità”.
Da tempo mi faccio domande sulla trasgressione. Non so più bene cosa voglia dire. Sai, ho iniziato a vivere il sesso molto presto, e ricordo un’emozione forte per la condivisione di qualcosa di speciale con un’altra persona. C’era aspettativa, eccitazione vera.

Ora non più? Perché?
Troppa esperienza? A volte mi chiedo quando, esattamente, sono passato da essere un principino innamorato dell’idea dell’amore all’essere una troia. Che è un modo facile per cavarsela quando diventi insensibile, troppo esigente, ipercritico. Incapace di essere felice con ciò che hai.

Molti pezzi del disco non hanno la provocatoria sguaiataggine con cui ti sei fatto conoscere. Eppure non sembra un cambiamento di rotta. Cioè, c’è una tua versione di Real Men di Joe Jackson accanto a Discodildo. Ma non suona così incoerente. Pensi che col tempo l’ironia, specie nei confronti del sesso, ti sia venuta incontro? Eri sulla riva del fiume ad aspettare?
No. Perché non mi è mai interessato cercare di intercettare il pubblico. Non ho mai fatto provini per i talent, per dire. Ho iniziato per divertimento, poi gradualmente ho investito su me stesso per andare sempre oltre. Oggi, proponendo i miei primi pezzi, potrei passare inosservato: per questo è ora di provare a dire le cose senza nasconderle nell’ironia. Ma non mi sento un provocatore. Perché un provocatore vuole infastidire e cerca il modo migliore per farlo, io voglio esprimere un mio pensiero.

In questi anni qualcosa ti ha fatto male?
Certe reazioni da siti o blog gay: mi aspettavo solidarietà, o apprezzamento per aver sollevato certe tematiche, problemi e diritti. E non cose pesanti o false, tipo “è un fallito, ai suoi concerti non va nessuno”. Cosa posso dire, gente più famosa di me non ha i risultati che ho io. Oggi non leggo più i commenti: un pezzo come Rosico racconta cose che conosco bene.

Musicalmente da dove vieni fuori?
Penso che il decennio in cui si nasce ci resti dentro, e io sono cresciuto negli anni ’80. Da ragazzo, negli anni ’90 ho scoperto che mi emozionavano soprattutto Michael Jackson, David Bowie, ma più di tutti Madonna. Lo so, è un cliché omosessuale, ma il suo è un lavoro incredibile su immagine, provocazione e trasformazione. Poi col tempo mi sono avvicinato all’elettronica: Little Boots, Robyn…

Anni fa pensavo che cantassi in modo laconico per rendere più divertenti o stranianti i pezzi più volgari, un po’ come Elio. Ma a quanto pare è la tua vera voce.
Molti mi paragonano a Miguel Bosé: ho una voce difficile da mixare, molte armoniche basse, ma mi dà un tono da dandy malinconico che crea un certo distacco con ciò che canto e accresce la sensazione di ironia. Stimo molto Elio & le Storie Tese anche se non ne coltivo il genere musicale: al liceo una mia grande amica me li faceva sentire di continuo. Ammetto che hanno avuto un impatto su di me, forse anche nel canto.

Ogni tanto sembri sofferente più che ironico.
Spesso canto di esasperazioni. O di sogni. In fondo, anche una frase come: “Succhiare per fare del bene è sia un diritto che un dovere”, è una speranza di un mondo migliore.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di novembre.
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