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Il western psichedelico di Mac DeMarco

Viaggio nei sogni di fuga e nei segreti di ‘Here Comes the Cowboy’, il quarto album del cantautore canadese: «I miei cowboy sono ridicoli, dei cartoni animati, ma mi danno conforto in un mondo andato fuori di testa»

Mac DeMarco

Foto: Yana Yatsuk per Rolling Stone

Quando risponde al telefono, Mac DeMarco si sta rilassando a casa, a Los Angeles, giocando ai videogame sul divano. «Non so davvero cosa mi sta succedendo, ma fatti sotto!», dice. Credo che questo sia il modo più Mac DeMarco che ci sia per iniziare una conversazione. Le sue imperturbabili canzoni folk-rock, intrise di un senso dell’umorismo surreale, hanno trasformato il cantautore canadese in un’insolita star. Dopo aver trovato il successo con Salad Days, nel 2014, DeMarco è passato da essere un eroe di culto a una star capace di accumulare milioni di stream – il tutto senza sforzarsi minimamente di stare al passo con la musica contemporanea. In fondo, dice, preferirebbe «ascoltare musica giapponese degli anni ’60 e ’70, e i Beatles».

Nel suo quarto album, Here Comes the Cowboy, la sua musica non è mai stata così strana e suadente. Prendete la title track, che si apre con una parte di chitarra scritta per caso mentre DeMarco cazzeggiava in garage. Subito dopo, una frase che si ripete come un mantra: “Here comes the cowboy…

«Credo fossi confuso, esausto», ricorda DeMarco, 29 anni. «Ma ha uno strano magnetismo».

Ha scritto il brano durante una breve pausa dall’attività live, un paio di giorni tra il tour per This Old Dog (il suo album del 2017) e alcune date da solista. Il resto dell’album è stato assemblato a gennaio: DeMarco scriveva di notte e quasi sempre da solo, un’abitudine che coltiva dall’inizio della sua carriera. «Suonando in giro per gran parte dell’anno, non hai molto tempo per te stesso», dice. «La mia ragazza dice sempre che le mie ghiandole surrenali ne risentiranno. Non so cosa vuole dire. Ma è dura».

Quando scrive canzoni, dice, «sono nel mio momento di quiete. Il che è piuttosto divertente, perché quando faccio sentire a qualcuno le mie canzoni, il momento di quiete diventa un momento di festa. Ma non importa».

Here Comes the Cowboy è ricco di canzoni solitarie e malinconiche, come i singoli Nobody e All of Our Yesterdays, e altre strambe e goffe, come Choo Choo, con tanto di testo no sense dedicato ai treni e un groove ispirato a Sly and the Family Stone. «Volevo scrivere qualcosa di libidinoso», dice. «Ma credo che chiunque suoni davvero il funk mi direbbe: ma che cazzo è sta roba, Mac?”».

L’immaginario western ritorna in diverse canzoni, dipinge un mondo di cowboy, cowgirl, bestiame e cagnolini. «Un po’ cartoonesco», ammette DeMarco. «Rappresenta una visione dei cowboy immaginata da chi non ha nessuna esperienza diretta o comprensione della cosa».

A parte qualche album di Willie Nelson e Dolly Parton, DeMarco non è un grande estimatore della musica country, ed è cresciuto disprezzando i fissati con i cowboy che abitavano la sua città natale, Edmonton. «Erano tutti tizi che volevano prendermi a calci nel culo», dice. «In Canada, dove sono cresciuto, i cowboy erano questo – tizi con un cappello in testa che vanno a sbronzarsi in qualche bar. In realtà, mi vergognavo un po’ di vivere in una città così».

DeMarco spiega che le atmosfere western del suo nuovo album rappresentano un desiderio di fuga dalla realtà. «La gente sta andando fuori di testa», dice. «Tutti sono ammattiti o qualcosa del genere. È assurdo pensare a un personaggio che gira a cavallo e passa il tempo nei saloon. Una vita semplice. Lo trovo confortante». Il cantautore aggiunge subito che Here Comes the Cowboy non è uno scherzo – in realtà, lo vede come un album più onesto di This Old Dog, dedicato alla relazione difficile con il padre. «L’ultimo album era un modo per dire “Ehi, ragazzi, ho qualche problema con mio papà”», dice. «Questo mi sembra più emozionante. Come se mi esplodessero i polmoni».

Per spiegarsi nomina Finally Alone, un gioiello soft-rock con un testo che parla d’alienazione: “Sick of the city/Lumped in with all the pretty people/You need a vacation”.

«È una piccola canzoncina alla Il postino Pat», dice facendo riferimento allo show televisivo per bambini nato in Inghilterra. «Il testo è carino: una ragazzina immagina che l’erba diventi sempre più verde, ci prova ma non succede e deve continuare a tentare. In fondo, è quello che faccio con la mia vita da una decina d’anni. Non riesco a fermarmi in un posto per più di tre anni».

Lui e la sua ragazza di lungo corso hanno vissuto a Los Angeles per questo periodo. «Ci siamo stabiliti qui, almeno per il momento», dice. «Ma l’anno scorso ho passato parecchio tempo a dire che avrei comprato una casa a Tokyo». Invece, ha speso tempo e denaro per fare della loro casa attuale un posto che ama e che raramente lascia quando non è in tournée. Il grande garage, che un tempo era «polveroso e pieno di ragni», è ora uno studio domestico scarno ma completamente funzionante. «È un po’ insonorizzato», dice. «Non è super insonorizzato. Non è come se avessi una cabina di controllo o altro».

Eppure, è un grande passo avanti rispetto alla camera da letto di Brooklyn dove ha realizzato Salad Days. Descrive il garage come «pieno di cazzate fino all’orlo» – per lo più microfoni e mixer vintage. «Prima mi dicevo cose tipo: “Hey, ho trovato questo registratore a nastro in una svendita in un garage, facciamo un disco”. Ora, invece, ragiono su come come diavolo ha fatto Steve Miller ad avere quel suono di batteria su Fly Like an Eagle».

DeMarco ha lavorato sodo per mantenere le distanze dall’industria discografica. Raramente fa ascoltare i suoi dischi prima che siano finiti («Non li passo al mio manager, alla mia band o alla mia ragazza») e di recente ha lanciato una propria etichetta, la Mac’s Record Label, per avere un controllo ancora più creativo sulla sua musica dopo una serie di pubblicazioni di successo con l’etichetta indie di Brooklyn, Captured Tracks.

«Non è che io abbia una visione di quello che sto facendo, ma [gli input esterni] contaminano in un certo senso la mia creatività», dice. «Specialmente le persone che cercano di vendere qualcosa». Parla dell’abitudine di creare dei singoli all’interno di un certo minutaggio standard per aumentare le loro possibilità di essere suonate alla radio: «Preferirei non giocare in quel modo. Facciamo qualcosa che mi rende felice, e se funziona, allora bene. Se non funziona, fa niente».

Dice di aver visto i Tame Impala al Coachella il mese scorso, poche ore dopo la sua performance decisamente più di basso profilo. «Avevano 12 miliardi di fottuti laser sul palco», dice. «Conosco questi ragazzi da anni – quelli sono i miei amici e stanno spaccando. Ma non mi interessa per quello che faccio io».

Cosa gli interessa in questo momento, allora? Trovare «ciò che mi fa sentire tranquillo», aggiunge. «C’è della pace là fuori. Devo solo capire come arrivarci».

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