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Il valzer degli addii di Hurray for the Riff Raff

Alynda Segarra ha sempre fatto dischi di lotta e di folk, mettendo in musica le storie di chi vive ai margini. Ora con ‘The Past Is Still Alive’, che pubblica dopo la scomparsa del padre, ci fa anche commuovere. L’intervista

Foto: Tommy Kha

Una settimana prima di morire, il padre ha spedito un pacco a Segarra. Era una scatola con dentro tutta la musica che Alynda gli aveva fatto avere in quasi 20 anni, da quando aveva lasciato la casa d’infanzia nel Bronx per girare l’America. C’era tutto quello che aveva inciso, dai CD masterizzati delle band di busker e di quelle jazz in cui aveva suonato, fino ai dischi del gruppo di cui fa parte da più di 10 anni, Hurray for the Riff Raff.

«C’era tutto quello che gli avevo dato fin dal 2006, forse anche prima», racconta Segarra (che usa i pronomi they/them) in collegamento via Zoom dalla sua abitazione a New Orleans. «Stava sgombrando il suo appartamento e mi ha spedito tutto. Ora penso che è stata una fortuna avere quella roba».

Segarra doveva entrare in studio nel giro di poco meno di un mese per registrare il nuovo album The Past Is Still Alive quando il padre Jose (musicista e insegnante di musica) è mancato all’improvviso, nell’inverno del 2023. «È stato spaventoso. Sembrava di essere su un ottovolante. Ma ero grata di avere per le mani un progetto. Sembrava un dono di papà».

E così le canzoni di The Past Is Still Alive hanno assunto un significato nuovo per l’artista trentaseienne. Piuttosto che i concetti di ampio respiro che ispiravano i precedenti The Navigator e Life on Earth, il nuovo album è incentrato sulle relazioni personali. Ciò che Segarra non aveva capito fino alla morte del padre, era che si trattava anche di un tributo ai tanti amici perduti nel corso degli anni per droga, incidenti o semplicemente interrompendo i contatti. «Ho capito che molte di queste canzoni parlano di addii e di lasciarsi andare, domandandosi allo stesso tempo come fare. Cosa lasci andare? E cosa porti con te?».

Le sue canzoni hanno sempre raccontato chi vive ai margini, costruendo narrazioni alternative delle loro vicend. Questa volta è diverso: «Non avevo mai sperimentato un lutto del genere, ho cominciato a pensare che il resto della mia vita sarebbe stato solo una sequenza di adii pesantissimi».

Non che The Past Is Still Alive si soffermi su pensieri del generi, però esplora gli angoli più oscuri del suo dolore. La scrittura di Segarra coniuga urgenza espressiva e cantabilità, in un ritorno alle radici folk. Nei Si passa dai terreni paludosi della Florida alle librerie di San Francisco, e nel gran finale di Ogallala l’azione si svolge sullo sfondo dell’apocalisse. Quando Segarra canta “ce l’ho fatta ad arrivare giusto in tempo per vedere il mondo bruciare”, non sta parlando della fine del mondo, ma dell’inizio di qualcosa d’altro.

I momenti emotivamente più devastanti non li vedi arrivare. “Non devi morire se non vuoi morire”, implora Segarra nel primo pezzo dell’album Alibi, che parla del momento in cui è stato chiaro che un amico d’infanzia era dipendente dall’eroina. «La domanda è: come puoi convincere qualcuno che merita di vivere?», dice Segarra, lasciando in sospeso l’interrogativo per un attimo, con gli occhi spalancati dalla preoccupazione. «Non è possibile persuadere qualcuno di questa cosa. Forse gli unici con cui possiamo riuscire siamo noi stessi».

Come molte altre canzoni del disco, Alibi è piena di dettagli legati alla vita di Segarra: in questo caso, l’infanzia a New York e la partecipazione alle marce contro la guerra in Iraq. Colossus of Roads prende invece il titolo da un artista realmente esistito che dipingeva i vagoni dei treni, mentre il protagonista di Hawkmoon è la stravagante Miss Jonathan, la prima donna transgender che Segarra ha conosciuto. «È il mio modo di renderle omaggio, anche se non so nemmeno dove sia ora».

I dettagli della vita di Segarra sono leggendari: l’infanzia passata con gli zii dopo la separazione dei genitori, la fuga da casa a 17 anni, i viaggi a scrocco saltando da un vagone di treno all’altro, la vita di strada e, infine, la scoperta di un porto sicuro a New Orleans. Fino a ora, non aveva voluto approfondire quel passato dedicandogli una canzone, ma la pandemia ha cambiato le cose. «Ho pensato: potrebbe essere la fine, a mia carriera potrebbe essere finita».

La pubblicazione nel 2022 di Life on Earth, che parla di abusi sessuali, crisi climatica e immigrazione, e il conseguente ritorno ai tour, hanno fatto sì che il suo conflitto interiore arrivasse a un punto di rottura. «Ero disperata», ricorda Segarra. «Mi sentivo come se le idee grandi e ambiziose che avevo prima fossero sparite. Tutto ciò che mi restava erano questi sentimenti, questi ricordi, questa confusione e la ricerca di un modo per vivere».

Segarra ha cominciato a scrivere The Past Is Still Alive nell’estate del 2022, mentre era on the road con i Bright Eyes (il cui frontman, Conor Oberst, appare in The World Is Dangerous). La frustrazione nei confronti dello stato in cui versa il mondo è lampante: in Colossus of Roads, l’artista, lamentando l’ennesima strage (in questo caso quella al Club Q, un gay bar di Colorado Springs, nel novembre 2022), invoca il collasso del sistema politico americano. «Negli altri dischi volevo trasmettere fiducia e speranza alla gente, ma ha iniziato a mettermi davvero a disagio. Volevo liberarmi di quel ruolo e dire che ogni cosa dovrà crollare, cosicché potremo costruire qualcosa di nuovo».

Una catarsi simile si è rivelata necessaria quando è stato il momento di affrontare il suo passato. Hourglass, la canzone più diretta del disco, mette a nudo molte insicurezze, dall’abbandono delle scuole superiori al fatto di aver vissuto da senzatetto. Segarra attribuisce al produttore Brad Cook il merito di avere insistito che quel materiale doveva diventare una canzone. «Credo fosse soprattutto colpa del mio imbarazzo, perché era tutto vero. Non è nemmeno roba così poetica. Sono solo io che dico: mangiavo rovistando nella spazzatura, intorno a me ci sono un sacco di ragazzi che hanno frequentato la scuola di musica e io mi sento come un alieno».

Una delle conquiste più importanti, per Segarra, è stata arrivare a sentirsi finalmente a suo agio con la propria identità. Essendo queer, una donna nell’industria musicale e di discendenza portoricano-americana, aveva sempre avuto la sensazione di essere fuori luogo, ovunque si trovasse. Il coming out come persona non binaria, prima dell’uscita di Life on Earth è stato un modo per raggiungere la serenità. Segarra si commuove ancora a pensarci.

«Ha avuto un impatto enorme, aiutandomi a ripensare alla mia gioventù e capire che per me è sempre stato così. Mi sentivo come se dovessi contenermi, dovessi cercare di rendermi presentabile e fare cose che mi sembravano davvero assurde. Per me, un fallimento».

Segarra esplora queste problematiche in modo toccante in Snake Plant (The Past Is Still Alive), il racconto di formazione straordinario che costituisce il centro emotivo dell’album. Qui l’artista esprime il conflitto con gli obblighi che sentiva nei confronti del padre, desiderando “essere una brava figlia” nonostante fosse “nata con un’anima da maschietto”. Segarra descrive Jose come un «papà divertente», da cui ha imparato a suonare fin dall’infanzia, e un uomo con una mentalità aperta. «È una fortuna avere un padre fuori dalla norma».

Ma non è sempre stato facile apprezzare i punti in comune tra i due. Jose era un marine che aveva combattuto in Vietnam. Ha sofferto per decenni di un disturbo non diagnosticato da stress post-traumatico, per cui Segarra, durante l’infanzia, poteva andare a fargli visita solo di rado. Alla fine lui ha intrapreso una terapia. «Si è impegnato per ricucire il nostro rapporto», racconta l’artista, che riceveva da lui delle lettere, anche dopo il trasferimento a New Orleans. «Ha iniziato a trattarmi alla pari».

Segarra ha conservato quella corrispondenza, insieme alla scatola di dischi che Jose ha spedito prima di morire e ad alcuni messaggi vocali, una manciata dei quali sono inclusi alla fine di The Past Is Still Alive. La corsa in ottovolante non si è fermata, ma ha imparato ad apprezzare che anche il dolore è una espressione dell’amore.

«Avevano un rapporto speciale. E anche se è difficilissimo, cazzo», dice Segarra, scandendo ogni parola, «è come se sentissi che lui è con me e che il nostro amore trascende il tempo e lo spazio. Capisci? Sto cercando di imparare a fare pace con questa cosa».

Da Rolling Stone US.

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