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Il Teatro degli Orrori: «Non diteci che va tutto bene»

Un album più spietato che mai su questi tempi grami zeppi di delusioni e disillusioni. E dove il sole splende solo di domenica

La nuova formazione del Teatro degli Orrori. Foto: Edward Smith

La nuova formazione del Teatro degli Orrori. Foto: Edward Smith

Se il mondo che vi circonda vi angoscia e siete in cerca di qualche consolazione, anche vana e banale, non leggetevi i testi dell’ultimo, omonimo, album del Teatro degli Orrori. Soprattutto, non fatelo in un’unica sessione. Non che in passato il gruppo di Pierpaolo Capovilla ci avesse abituati ad allegre summer hit, ma la mancanza di sfumature positive lascia un po’ frastornati, anche se poi l’ascolto attento delle parole potrebbe avere un potere catartico. Perché il Teatro vi schiaffa subito in faccia i suoi orrori: dalla denuncia sull’uso indiscriminato di farmaci nella psichiatria d’oggi (Benzodiazepina e Slint) alla delusione per la mancanza di un vero partito di sinistra in Italia (Il lungo sonno…). Dagli inconsistenti modelli sociali di oggi (Disinteressati e indifferenti) alle violenze del G8 di Genova del 2001, ferita ancora sanguinante (Genova). L’unica eccezione è Una giornata al sole, che chiude l’album, e parla della domenica.

«Ci siamo stancati dei buonisti che vogliono farci credere che oggi non si stia poi così male: quante cose potrebbero andare meglio, non solo dal punto di vista materiale», spiega Giulio “Ragno” Favero, chitarrista, bassista e produttore del gruppo. Poi, però, aggiunge: «Prima che iniziasse a scrivere i testi, avevo chiesto a Pierpaolo di essere più ironico e spontaneo nelle canzoni e di lasciar perdere un po’ le sue citazioni poetiche: si capisce, no?». Pierpaolo, chiamato a raccontare la nascita delle canzoni, si infervora e spara parole come una mitraglietta: «Il tema principale da cui partono tutte le mie riflessioni è quello del lavoro visto come una prigione. A menare un bullone per 14 ore si esce pazzi, altro che liberazione! E soprattutto si perde il senso della vita». Il lavoro, però, dovrebbe servire a costruire l’identità di una persona, oltre che a permetterle di vivere dignitosamente… «Certo, lavorare è necessario, ma non deve renderci schiavi. Durante una puntata del Maurizio Costanzo Show sui lavoratori del Sulcis in sciopero, Carmelo Bene chiese: “Ma perché scioperano?”. “Per mantenere le loro famiglie”, gli risposero. “Ma non sarebbe meglio eliminare queste famiglie e far prendere una boccata d’aria ai minatori?”, disse. Tutti gli urlarono contro, lui se ne infischiò. Fu meraviglioso».

Passando al suono di questo quarto album, c’è grande coesione e coerenza. «Noi eravamo in studio a Padova, mentre Pierpaolo era rintanato a Mantova, a scrivere da solo», racconta Favero, «ognuno ha dato il suo apporto soprattutto i due nuovi membri, Marcello (Batelli, già col gruppo dal vivo) e Kole (Laca). I lavori migliori non nascono dalla sofferenza, ma dalla gioia, anche se per quanto riguarda i testi in molti si ostinano a sostenere il contrario». Ogni tanto, per trovare ispirazione, Capovilla scappa dalla propria città, Venezia. «Lì conosco troppe persone, mi distraggo. Ho deciso anche di non bere in questi mesi e per un veneto è davvero tanto. Ma poi a Venezia amo sempre tornarci. Anche se è stata trasformata in una vetrina per turisti, ha mantenuto un’incredibile tolleranza verso le devianze sociali, e comunque si percepisce un forte rispetto reciproco. Conosco due anziani, il Gigi, di chiare tendenze fascistoidi e il Clo, ex terrorista rosso, che insieme ogni pomeriggio si bevono le loro pensioni. Mi strappano sempre un sorriso». Il lampo di speranza. Forse.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di ottobre.
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