Il ritorno di Kaos: «Ho scritto ‘Chiodi’ per non impazzire» | Rolling Stone Italia
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Il ritorno di Kaos: «Ho scritto ‘Chiodi’ per non impazzire»

Ha passato gli ultimi due anni chiuso in una «bolla di vuoto», un periodo «mortificante umanamente, psicologicamente, professionalmente». Il risultato dei suoi pensieri e di un modo di far musica fieramente indipendente è il suo primo album dal 2015. «È un dialogo davanti allo specchio»

Kaos

Foto: Grezzo Fanzine

Kaos One è stato per lungo tempo un punto di riferimento della scena rap underground italiana. Attivo dagli anni ’80, tra i primi in assoluto a fare rap in Italia insieme a DJ Gruff e Top Cat con i Fresh Press Crew prima e con i Radical Stuff poi, ha avuto una carriera solitaria oltre che solista fatta di collaborazioni selezionatissime e di lunghi intervalli tra un disco e l’altro. Non si fa alcuna fatica a considerare molti di questi dischi (usciti tra il 1996 e il 2015) classici del rap italiano tra strofe notevoli, metriche serrate e una delivery graffiante che ha fatto scuola per molti appassionati del genere in Italia.

Dopo Coup de grâce, pubblicato sette anni fa, nessuno immaginava un ritorno. Forse neanche lui. E invece il 14 giugno è uscito l’album Chiodi con la produzione di DJ Craim. L’abbiamo incontrato per capire com’è nato quest’ultimo capitolo della sua carriera.

L’ultimo disco che hai fatto nel 2015 sembrava un po’ un addio…
Kaos: Anche Fastidio sembrava un addio (ride). Dico sempre che è l’ultimo album perché per me in quel momento lo è. Arrivato alla fine di un disco sono così logorato, distrutto dal processo che dico: non lo voglio più rifare. Questa cosa va avanti da trent’anni.
Craim: A ogni giro.
Kaos: A ogni giro dico: voi siete pazzi, non la posso rifare un’altra cosa così. Facciamo la musica in un modo che è nostro ed è faticoso. Contiamo solo su noi stessi e non abbiamo il supporto di una struttura, di un’etichetta. Ogni aspetto è sotto la nostra responsabilità e questa cosa pesa. Dopo trent’anni posso dire che il rap so farlo, ma tutto il resto è un salto nel buio. Non solo. Più va avanti questo mondo e meno so, per cui alla fine di ogni disco dico: no no, basta.

E questa volta cos’è successo per farti tornare in studio?
Kaos: Ci hanno chiusi in casa per tre anni. Oggettivamente le alternative erano darsi fuoco o farsi del male, non che non l’abbia fatto. Avevo bisogno di tirare fuori delle questioni e avendo tutto quel tempo a disposizione, è nato in maniera naturale. Non l’avevo programmato. Io faccio le canzoni e poi, quando ne ho un numero sufficiente, le metto insieme e faccio un disco. Non mi sono mai fermato. La prima strofa de Le 2 metà, il pezzo su Post-Scripta, l’avevo cominciata mentre veniva stampato kARMA. Pezzi di Coup de grâce sono stati scritti mentre usciva Post-Scripta. È un processo continuo dai tempi molto dilatati. Ci impiego il tempo che serve, non quello che mi dice qualcuno. La deadline la metto io ed è: quando il pezzo è pronto, non quando lo dice un direttore artistico. Rimanendo chiusi, l’unico modo per non impazzire è stato mettere su un foglio di carta quello che provavo, ma non ero sicuro di avere le motivazioni giuste o la giusta prospettiva. A un certo punto però c’è stato un momento istintivo e brutale in cui ho preso un pezzo di carta e ho iniziato a buttare giù parole perché non riuscivo più a pensare correttamente, non riuscivo più a immagazzinare le informazioni e ho dovuto buttarle sulla carta. Ecco il perché di quest’ultimo disco, che è l’ultimo disco perché non ne voglio più fare (ride).
Craim: Questo è l’ultimo disco, non come gli altri (ride).
Kaos: Ora ci scherziamo, ma ero sicuro che non ne avrei più fatti. Ti assicuro che quando ti porti tutto questo peso dietro da solo, ti consuma.

Parliamo di questo peso: come avviene il processo creativo?
Kaos: Questo disco è frutto di una situazione di cui nessuno di noi ha avuto il controllo, avrei quindi potuto chiamarlo Conseguenze. Sono stato forzato a fare questo disco. È nato dalla privazione. Immagina un ambiente in cui ci sei solo tu, senza un contatto con niente e nessuno. Finestre chiuse, tante sigarette, tante domande, poco sole. Te lo dico onestamente, non è che io sia così creativo. Io non creo, non sto creando un cazzo. Ti sto raccontando quello che provo e quello che provo non lo sto creando da solo, lo sto vivendo. Questa è sempre stata la formula che ho usato per far musica. Questo però ha anche una seconda faccia della medaglia: che anche quando è tutto una merda devi essere onesto, non solo finché è tutto wow. Al centro del disco c’è la volontà di registrare il frutto di questo periodo che è stato mortificante umanamente, psicologicamente, professionalmente. Io negli ultimi 30 anni non credo di aver mai passato più di due settimane senza suonare, perché la nostra “strategia di marketing” è quella di andare ovunque a suonare. Noi non facciamo solo le grandi città. Noi andiamo a prendere la nostra gente nelle province. Non ha senso che un big vada a Montelupo di Fiascotto, noi invece ci andiamo volentieri. Questo stop è stato deleterio proprio perché non vedi l’uscita e dici: va be’, è finito tutto. Soprattutto per persone come noi che non hanno IL tour, LA promozione, gli step tipici dell’industria musicale. Noi i nostri step li creiamo da soli e questo vuol dire suonare sempre sempre sempre. Negli ultimi tre anni siamo stati a casa e questa bolla di vuoto che per me è stata totale, abitando io sulla cima d’una montagna, uno smarrimento umano e artistico.

Questo disco mi è sembrato anche un modo per fare dei bilanci… Penso a quando a un certo punto ti definisci sia imperatore che schiavo. Ti senti costretto a fare un certo tipo di musica?
Kaos: Io non sono un artista poliedrico, io faccio la mia cosa da sempre e provo a farla meglio che posso. Se c’è dell’evoluzione, è un’evoluzione più umana che musicale ed è questo quello che io sto cercando. Voglio dare uno spessore a questa musica che ha tutte le potenzialità per averlo, visto che è il genere coi i testi più ricchi che ci siano. Io cerco di fare delle canzoni, non dei pezzi. Quando senti le persone parlare di rap senti sempre questa parola, pezzi. Io non faccio pezzi, voglio fare canzoni.

Craim e Kaos. Foto: Grezzo Fanzine

Pensando a certi momenti più suonati del disco, ma anche a momenti dei tuoi live con La Batteria, hai mai pensato di cambiare genere?
Kaos: Credo ci sia stato uno step evolutivo importante rispetto ai miei progetti precedenti in senso musicale. In senso testuale lo posso solo sperare. Di questo però può parlartene meglio Craim.
Craim: Mi riaggancio a ciò che diceva Marco prima. Anch’io mi sono ritrovato da solo, più o meno come lui, e ho risposto facendo ciò che mi veniva naturale: i beat. Quello che è cambiato è che prima il processo era: ascolto una cosa e la campiono. Non avevo mai poggiato troppo le dita su un piano, mai provato a capire che accordi fossero. Sicuramente l’ultimo passaggio live che abbiamo avuto, quello con La Batteria, a me ha aperto molte vie di fuga nel processo creativo. In alcuni episodi del disco ho fatto una cosa che mi piace molto: affidarmi a persone in ambiti in cui sono totalmente incapace. Una cosa che consiglio a tutti. In altre mi sono affidato alle sensazioni. Mi sono messo in gioco: ci sono tantissime cose che ho suonato e risuonato, mi sono ascoltato le mie cose e poi con Kique abbiamo dato risalto alla voce di Marco, studiando un modo funzionale come darle il suo spazio senza trascurare tutto ciò che c’è dietro.
Kaos: A un certo punto mi sono reso conto che avevo un disco, continuavo a finire canzoni e a chiedere a lui beat. Ci siamo molto confrontati e abbiamo sviluppato assieme alcune idee, alcuni ritornelli, l’uso di certi campioni. Ho anch’io l’impressione che ci siamo svegliati ed eravamo pronti a entrare in studio e dovevamo farlo.
Craim: Quando sei sempre via a suonare una certa fase del processo creativo viene meno. In questa situazione invece c’è stato un numero di confronti inedito. Ha portato a risultati sorprendenti in cui ci dicevamo: io ti ascolto, tu fidati di me.
Kaos: Sì, io capivo che voleva portarmi fuori dalla mia comfort zone, che è quella del boom bap. Un suono che per me è importante e in cui mi identifico. Lorenzo mi ha preso per mano e mi ha detto: andiamo un po’ oltre. Io ero un po’ spaventato, ma sono estremamente contento di essermi fidato e di aver intrapreso questa direzione. Sono molto soddisfatto del risultato. Ne sono sorpreso, perché quattro anni fa avevo smesso di scrivere. Non avevo più motivazione, non sentivo di dovermi dimostrare più niente. Invece non era ancora così. Dovevo ancora aprire quella cazzo di borsa di mostri e metterli in riga.

Cosa pensi di avere dimostrato?
Kaos: Che non sono così facile da ammazzare.
Craim: Al massimo facciamo noi con le nostre mani.
Kaos: Esatto, è una prerogativa che voglio tenere per me. Scherzi a parte, ho ancora l’esigenza di provare a crescere artisticamente, musicalmente, umanamente. Non so se ci sono riuscito, ma ci abbiamo provato veramente tanto.

Kaos in studio. Foto: Grezzo Fanzine

Nel disco mi sembra ci siano passaggi in cui ti poni in un certo modo rispetto al resto della scena rap…
Kaos: No, non la penso così. Se c’è un disco in cui non ho subito l’influenza del mondo è proprio questo. Sono consapevole che là fuori ci sono dei generi musicali nuovi o apparentemente nuovi di cui non so nulla. Non ho idea di cosa sia successo negli ultimi sette anni della musica del mondo e ti dirò la verità: sto bene così. È un disco personale, introspettivo, è un dialogo davanti allo specchio e non ci sono altre persone se non quelle che mi hanno accompagnato in questa avventura.

Pensavo a barre come “Avete catene d’oro, ma siete comunque schiavi”.
Kaos: In quel pezzo non si parla tanto degli altri, ma dei propri sogni personali e sì, non ho mai avuto come sogno avere le catene d’oro. Io ti posso dire cosa sono quelle catene d’oro: sono sempre catene. Se per averle tu non segui più i tuoi sogni ma segui quelli di qualcun altro, come il successo e la fama, la musica ti gira le spalle. Non è una critica al lavoro degli altri, per me se vuoi fare musica per le catene d’oro, falla. Non sta a me giudicare quello che fai. Ma se riesco a far capire a qualcuno che non è così vitale avere una catena d’oro, se sei un musicista, ben venga.

Nei testi fai spesso riferimento a prigioni, incubi, catene, mostri. Ti senti un po’ più libero quando finisci la stesura di un disco?
Kaos: Certo, è terapeutico, ma non risolutivo. È come andare dallo psicanalista: parlare ti fa bene ma non è che parlandone hai risolto. È un inizio, un capire che cosa c’è per poi adottare delle contromisure. Questo disco invece è stata la contromisura a questi ultimi tre anni di assurdità.

Kaos con Kique. Foto: Grezzo fanzine

Parliamo dei featuring: la collaborazione con i Colle Der Formento va avanti da decenni. Com’è nata invece quella con i DSA Commando?
Kaos: Li conosco e apprezzo da tantissimo tempo, sia in termini artistici che umani. Persone splendide che spero di avere sempre vicino a me come i Colle e tutte le altre persone a cui voglio bene. Di collaborare se n’era parlato tante volte. A un certo punto mi hanno chiesto di essere presente nel loro ultimo disco. La canzone era molto bella e, proprio in quel momento, cominciavo a rendermi conto di avere un po’ di materiale mio. Avevo piacere ad averli nel disco e far sì che loro condividessero il mio mondo. Non ho mai avuto tanti featuring nella mia carriera, ho faticato trovarmi in sintonia con le persone, ma ho sempre tratto piacere dal fare il featuring nei lavori altrui. Questa volta volevo essere io ad ospitare, quindi ho chiesto se potevano aspettare i miei tempi e mi hanno dato retta, facendo uscire il loro bellissimo disco senza di me. Gli avevo già promesso che sarebbero stati sul mio e quindi ora siamo tutti contenti.
Craim: Sia Sunday che Kique, che ci ha anche dato il beat incredibile dell’ultimo pezzo, si sono messi a disposizione della favola che avevamo apparecchiato io e Marco. Ci siamo ascoltati, abbiamo parlato e non è scontato trovare qualcuno che dall’altra parte abbia voglia di capire cosa gli stai dicendo e perché.

Kique, visto che siamo qua devo chiederti la tua versione.
Kique: Mi dicevano che stavano facendo il disco, ma non sapevo ancora cosa dargli. Andavo un po’ a tentoni finché Marco non mi ha detto: «Mi piace il blues, quello cattivo».
Kaos: Sì, quando mi ha mandato questa base avevano dei trick che mi hanno sorpreso. A volte scrivi su dei beat e adatti il tuo flow, ma delle volte hai già scritto le strofe e ti serve qualcosa che riesca a dare il giusto supporto alle parole. Questo processo inverso è più difficile perché devono esserci delle componenti che si incastrano in modo particolare e ci son state tutte. Inoltre Kique si è occupato di tutta la gestione delle registrazioni in modo magistrale. Una delle session più serene, belle e veloci che abbiamo fatto.
Craim: Siamo contenti di aver scelto Kique. Gli ho chiesto: non avresti qualcuno su Bologna? E lui è stato molto sereno nel dirmi: «Se ti va ci sono io». E quindi è successo, ci siamo fatti guidare dalla solita serendipity ed è andata benissimo. Uno non ci pensa quasi mai, ma questa serenità ha giocato un fattore importante nella chiusura dell’album, per cui lo ringraziamo ancora.

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