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Il ritorno dei Counting Crows non è un’operazione nostalgia

Dopo anni di silenzio, Adam Duritz è tornato a scrivere canzoni. È venuta fuori la suite 'Butter Miracle' che presto diventerà un album. Lo abbiamo intervistato: «Non siamo qui per fare il greatest hits»

I Counting Crows

Foto: Danny Clinch

È stato cinque anni senza scrivere musica. Poi improvvisamente Adam Duritz dei Counting Crows ha sperimentato un’esplosione di creatività. Ha scritto una serie di canzoni ambiziose legate l’una con l’altra: il risultato è Butter Miracle, Suite One, EP in uscita il 21 maggio, la prima pubblicazione della band dai tempi di Somewhere Under Wonderland del 2014. Il primo singolo, Elevator Boots, è uscito ieri, ed è un’ode melodica e sognante alla vita in tour con un suono che sembra unire The Band e Mott the Hoople.

Durante la lunga pausa creativa, Duritz si è sentito finalmente felice. «Ho una relazione da quattro o cinque anni. È soddisfacente e sana. Ho vissuto gran parte della mia vita da solo, ma non è più così. È un grosso cambiamento per me, scoprire che ci sono cose più importanti dello scrivere canzoni».

Nonostante abbia sempre abitato in città – da adulto ha vissuto a San Francisco, Los Angeles e ora a New York – Duritz ha iniziato a passare sempre più tempo in una fattoria di amici nella campagna inglese. Nel 2019, mentre lui e la compagna erano lì, all’improvviso il musicista si è rasato la testa, che prima era ricoperta di dreadlock. «Mi sono anche tagliato la barba, volevo vedermi la faccia. Ero stanco di nascondermi dietro barba e dread». Ha poi noleggiato un pianoforte e ricominciato a scrivere canzoni.

La prima canzone che ha composto era decisamente insolita, un brano a struttura libera intitolato Tall Grass. Nato come una sorta di lamento – racconta l’esperienza della caccia al coniglio che Duritz ha vissuto nella fattoria – nella versione dei Crows diventa rock da palasport, qualcosa di simile a Recovering the Satellites del 1996. La canzone confluisce in Elevator Boots, che a sua volta ci porta ad Angel of 14th Street, che parla del viaggio da Los Angeles a New York, raccontato però da una narratrice. “Alzati ed esci dai tuoi ricordi”, canta Duritz, un verso molto importante per lui.

«Siamo il risultato del nostro passato», dice. «Questo però non significa che dobbiamo portarcelo dietro come una palla al piede. E sai, se vivi con una malattia mentale… ti fa tirare fuori un sacco di merda». Duritz ha sempre detto di soffrire di un disturbo dissociativo. «Ma hai due modi per passare il tempo: rimuginare su cosa avresti potuto fare diversamente oppure cercare di fare una vita diversa».

Il pezzo finale, Bobby and the Rat-Kings, è collegato a Elevator Boots. «Parlano entrambi dell’amore per il rock», dice. «Uno lo fa dalla prospettiva del musicista, l’altro da quella del fan. Sono due esperienze che ho vissuto in prima persona».

La suite costituisce la prima parte di un nuovo album dei Counting Crows. Nella seconda ce ne sarà un’altra. «La sto scrivendo proprio in questo periodo», dice Duritz.

Come tutti, anche i Counting Crows hanno cancellato i piani per il tour a causa della pandemia. Ora sperano nell’autunno, se Duritz si convincerà che si potrà fare in piena sicurezza. Teme la nostalgia degli anni ’90: «Siamo un legacy act che suona il suo greatest hits o no? Farlo non m’interessa granché. Ma a quanto pare la gente si incazza parecchio se non lo facciamo. Nel tour per i 25 anni di carriera abbiamo suonato solo roba strana».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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