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Il ritorno alle origini di Hindi Zahra

Dopo il primo disco e un tour da 400 date, la cantante trapiantata a Parigi è tornata nel suo Marocco per recuperare le radici e metterle in "Homeland", il suo ultimo album

Hindi Zahra

Hindi Zahra

Hindi Zahra fa il suo ingresso in redazione indossando grossi occhiali da sole, si guarda intorno e non faccio in tempo a presentarmi che mi interrompe subito: «Ti ho visto su Instagram!» mi dice, facendomi sentire un po’ stalker per la raffica di like che avevo piazzato il giorno prima sul suo profilo.

Hindi è in Italia per presentare il suo ultimo disco. È nata e cresciuta in Marocco, vive a Parigi da moltissimi anni ed è figlia di un militare e di un’artista – questi contrasti sono probabilmente il maggiore punto di ispirazione delle sue canzoni, che scrive in inglese, francese e lingua tuareg. Negli ultimi anni non si è fermata un attimo: ha portato in giro il suo primo album, Handmade, con un tour di 400 date (avete letto bene) e poi è tornata in studio per registrare il nuovo Homeland. Metteteci in mezzo anche due film e l’impegno sociale. Tutto partito dai baretti di Parigi.

Tra il tuo primo disco e il secondo sono passati 5 anni. Un periodo non brevissimo. Perché questa scelta quando tutti parlano di te?
Sono stata in tour per 3 anni. Oggi tutti fanno un album, vanno in tour e l’anno dopo tornano con un nuovo lavoro. Per me è stato diverso. Il disco ha avuto molto successo e volevo andare a suonare in tutti i posti dove è uscito, Messico, Turchia, Giappone. Volevo incontrare le persone. Poi mi sono fermata un po’, avevo bisogno di riposare. 400 concerti sono tanti. Se poi pensi che non ero mai stata in tour prima…

Sei stata molto anche in Marocco nell’ultimo periodo. Bisogno di tornare a casa?
Più che altro volevo vivere il Marocco da adulta. E sono tornata scegliendo una città che non conoscevo, Marrakech. Sono stata nella Medina, la parte antica della città, per stare a contatto con la natura, per conoscere le persone che vivono in questo posto. È una città di artigiani, ci sono dei grandi maestri. Nonostante sia una città cosmopolita, è come se il tempo si fosse fermato.

C’era qualcosa di cui sentivi particolarmente la mancanza?
Quando sono a Parigi mi mancano un sacco di cose: il cibo, la luce (che è speciale in Marocco), il calore delle persone. Quando sono in Marocco e non esco di casa per una settimana le persone si preoccupano, vengono a bussare alla mia porta per chiedere se è tutto ok.

Cosa che decisamente non accade a Parigi
Esatto. Si è perso il senso di comunità. Questo modo di vivere mi manca molto quando sono in Europa. Così come la musica, i bambini che corrono per strada, questo tipo di realtà. Dal cibo nei mercati per strada, alla spazzatura, ai gioielli di lusso. A Marrakesh c’è tutto. Ci sono le persone più ricche del mondo e le più povere. Ma non c’è miseria. C’è povertà, ma non miseria.

Cosa intendi?
Intendo dire che ci sono molte persone che hanno fame, ma difficilmente le vedrai rovistare nei rifiuti. A fine giornata vanno nei ristoranti e si fanno dare le cose avanzate. C’è una sorta di consapevolezza della condizione in cui vivono.

E della condizione della donna cosa ne pensi? In questi giorni non si parla altro che di burkini.
La cosa interessante è che il Marocco sia diventato un esempio in questa problematica, tutelando la laicità degli individui. Il problema secondo me è questo: perché dovrebbe importarci di come si vestono le donne o di come dovrebbero essere vestite? Le persone dicono sempre e comunque alle donne come devono essere. Dal burkini agli esempi di bellezza occidentale, con labbra e tette rifatte. Quando vedo il burqa mi sembra assurdo, quando vedo Kim Kardashian con quel culo penso la stessa cosa. Tornando alla spiaggia, sarebbe bello se una donna potesse andarci vestita come vuole. Il problema è che gli uomini debbano decidere cos’è giusto.

Hai mai pensato di essere un esempio?
Io? No, assolutamente. Però mi piace molto la reazione che hanno le ragazze quando vengono ai miei show. Sul palco faccio questa cosa che si chiama Moroccan Trance. È una sorta di ballo tipico che ti permette di diventare un tutt’uno con la musica. Penso che per loro sia d’aiuto vedermi così libera sul palco. Ma non sono sicuramente un modello e non voglio esserlo. Ci sono tantissime donne libere che fanno quello che vogliono ma è difficile vederle in televisione, ed è triste. Sono fortunata perché tra le mie fan ci sono un sacco di ragazze fighe, naturali, creative, hippie. E sono quelle che mi piacciono.

Padre militare, madre artista. Nella mia mente mi immagino un genitore che ti sprona a seguire la tua passione e l’altro un po’ meno…
Più meno era così! Ed è stato un bene perché ora faccio quello che voglio ma lavorando come un soldato. È il mix perfetto, da mio padre ho imparato cosa volesse dire lavorare sodo. Quando vai in tour ad esempio, devi essere fisicamente e mentalmente preparato, proprio come un soldato. Anche dalla parte di papà comunque c’era qualche artista in famiglia, mio nonno…e mio padre aveva paura che lo diventassi anche io. Forse è una cosa che salta una generazione.

Come succede con i gemelli.
Esatto. Non sapeva bene cosa sarei diventata o cosa avrei fatto. Mi sento comunque un misto perfetto tra lui e mia madre.

In molti ti hanno paragonato a Patti Smith. So che lei è stata anche una delle tue più grosse influenze. Cosa ascolti oggi?
I Tame Impala mi piacciono moltissimo. Ma anche The Kills e Kendrick Lamar. Poi ascolto un sacco di musica tradizionale Tuareg, Bombino, Omar Souleyman, soul trap.

Bombino l’hai pure messo nel disco.
Ho sentito il suo album e me ne sono innamorata. Volevo farlo suonare in To The Forces, un pezzo dedicato a quelli che vivono fuori da questo mondo, nella natura. Come i tuareg. Senza elettricità o acqua corrente. Sono stata un po’ con loro.

Come è andata?
Senza telefono e senza Internet: un sogno. Ho eliminato le connessioni tecnologiche per ritrovare quella spirituale. Ero nella natura, c’erano tantissimi animali, dipingevo, la vicina di casa mi portava il pane fatto in casa. Questa è la realtà. Non il fare soldi o vivere in città ipertecnologiche. Le persone hanno paura della natura quando non dovrebbero, è da lì che veniamo.

Cosa stai facendo ora? Stai scrivendo?
Sì, sto lavorando a nuova musica e sono impegnata con molte associazioni in Marocco.

Che tipo di associazioni?
Aiutiamo i residenti dei piccoli villaggi a studiare, organizziamo corsi universitari, insegniamo il riciclaggio e la nobile arte della fabbricazione dei tappeti. Inoltre vado nelle scuole a raccontare le mie esperienze, come artista e donna. Parlo di musica e sciamanesimo, il moroccan voodoo. Mi piace tramandare le nostre tradizioni.

Ok però se devi fare il disco non ci mettere altri cinque anni.
No, giuro, tra poco inizio a lavorare. Ho meno concerti e non dovrei girare film a breve, quindi tranquilli!

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