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Il rifugio berlinese di David Bowie

Nel 1976, Bowie fugge da Los Angeles e si rifugia a Berlino dove registra alcuni dei suoi album migliori. Rolling Stone lo incontra in un bar mentre sta girando il film "Gigolo".

David Bowie scende dalla tromba di scale piena di spifferi del Cafè Wien e cammina lungo le pareti in broccato rosso della sala da ballo. L’abito di scena oggi è un vecchio vestito di lana. Si siede ad un tavolo e saluta la cameriera come se fosse una cara amica. «Ho scelto» dice allegro in un tedesco stentato, «Bistecca, uova e patate e un bicchiere di latte». Mi ricordo che Bowie è stato un mimo nella compagnia di Lindsay Kemp, «Sì, è vero. C’è ancora molto di Buster Keaton in ogni cosa che faccio». Fa una risata innocente, come se volesse eliminare ogni accenno di snobismo nella frase.

Gli chiedo come fa a prepararsi psicologicamente per girare una scena. «Victore Mature ha detto: “Ho tre espressioni, tre modi di guardare: a destra, a sinistra e in basso. Quale vuoi che faccia?”. Anche io sono così, non sono bravo a fare cose troppo espressive. Anche quando scrivo le canzoni mi dico spesso: “Suona un po’ troppo morbida”. E la elimino»
La cameriera appare con la bistecca, sepolta dalle uova e dalle patate.

«Hai ordinato un’insalata? Ci sono due paia di forchette e coltelli, quindi fatti sotto e abbuffati». Mi interessa capire come fa a passare dalla musica ai film. Ha recitato in Gigolo più per rinnovare la sua immagine che per soldi. Per quelli ci sono dei tour già organizzati. I soldi serviranno per finanziare produzioni future, di cui lui sarà il regista: «Perché devo mantenere io il controllo»

Mi chiedo: quanti di questi signori con i capelli grigi che fanno le comparse sono stati dei soldati? «No, no, no, non capisci. Qui tutti hanno nascosto degli ebrei in cantina durante il nazismo. Chiediglielo». Si guarda indietro per controllare che non lo veda nessuno, poi imita l’accento tedesco: «La mia famiglia ha nascosto gli ebrei in cantina. Tutti gli anziani che ho conosciuto qui erano socialisti, o comunisti. “Devi capire, c’erano battaglie continue nelle strade di Berlino”» dice imitando ancora l’accento, «E’ vero, per questo Hitler ha usato il pugno di ferro e ha stabilito qui il suo quartier generale. Era la città che gli dava più problemi. Il resto della Germania non sopporta i berlinesi, e loro li guardano dall’alto verso il basso. Hanno un umorismo più marcato, sono molto più caustici e cinici. Non gli interessa niente delle celebrità, della musica, delle mode. È un posto perfetto per vivere per me, perché qui posso essere anonimo. Nessuno ti ferma mai per strada, non sono particolarmente felici di vedere un volto noto»

Bowie nel suo periodo berlinese

Bowie nel suo periodo berlinese

Il rapporto di un entertainer con il pubblico è una dinamica divertente, dico. Cominci ad assumere un significato per le persone. «Sono in una posizione divertente, non so che significato possa avere per le persone perché cambio il mio personaggio molto spesso e molto drasticamente. Probabilmente rovino un sacco di gente!»

Un’altra risata innocente. «Non sono un buon esempio da seguire, perché non si può cambiare identità così spesso nella vita reale» Forse i tuoi cambi di personalità sono come quelli di Erroll Flynn che da Capitan Blood diventa Robin Hood. «Mi piacerebbe credere in questo paragone. Il mio ruolo cambia da un personaggio maldestro ad un altro. Interpreto persone sgradevoli o fanatici. Sono condannato a interpretare dei solitari anacronistici. Persone sbagliate nel momento sbagliato. Oppure persone sbagliate nel momento giusto. Non sarò mai un grande amante, mi piace qualcosa di più gradevole ed oscuro, spigoloso. Qualcuno che non è esattamente a posto e viene appeso al muro un po’ troppo spesso».

Perché? «La mia musica è così e sono sempre stato così fino a un paio di anni fa. In America sentivo questa sensazione in tutte le persone che mi si avvicinavano. Per loro era come andare allo zoo» prende il bicchiere di latte, «Mi ha sempre fatto soffrire».

È questa reazione che ti ha fatto impazzire? «Sì, certamente. Mi ha fatto andare completamente fuori di testa quando ero a Los Angeles. Sono arrivato molto vicino al limite. Temevo per la mia sanità mentale. Sono stato abbastanza fortunato da avere due amici che mi hanno spedito in Giamaica a riprendermi e mi hanno detto: “Non tornare in America”. Io l’ho fatto e così eccomi a Berlino». Arriva qualcuno a chiamarlo. «Mi dispiace, devo andare.

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