Rolling Stone Italia

Il rap è una battaglia dopo l’altra

Parola di Danno, il rapper romano (già Colle Der Fomento) al primo disco solista ("Aka Danno") dopo 30 anni di carriera. Oggi, come ieri, ancora in lotta contro il sistema: «Ma ho capito che non basta lamentarsi, bisogna fare»

Foto: Nuri Rashid

Non chiamatelo leggenda. Lui sostiene che non gli si addice. Preferisce veterano. Per molti, comunque, è un maestro. Simone Eleuteri, in arte Danno, è il rap a Roma. E a 51 anni, e con oltre 30 anni di carriera sulle spalle, non potrebbe che essere da meno.

Una storia iniziata con un sentimento di ribellione, mai del tutto alleviato («quel ragazzino battagliero resta vivo e vegeto»), nei primi ’90 e nelle posse, da cui nasceranno poi i Colle Der Fomento. Due dischi storici sempre nei ’90 con la produzione di Ice One; Odio pieno (1996) e Scienza Doppia H (1999). Poi solo altri due lavori: Anima e ghiaccio del 2007 e Adversus del 2018, intervallati nel 2009 da Numero 47, il progetto firmato Artificial Kid con Dj Craim e Stabber. Ma ci è voluto fino al 2026 per vedere il primo disco solista, Aka Danno. «Sono abbastanza insicuro, cambio idea ogni giorno», ci spiega durante una chiacchiera su Zoom a pochi giorni dall’uscita, quasi come a giustificarsi.

Non avrà pubblicato tanto, ma la sua presenza tra gare di freestyle e featuring è sempre stata costante, rendendo Danno una figura quasi sacra nella scena italiana. Non un santone, però, ma un monaco combattente, uno shaolin della musica. O, senza vogliamo togliere la sacralità, un soldato a cui «piace stare in trincea, avere un microfono in mano». Lui si è sempre sentito così: dentro una guerra personale galleggiando “mentre tutto affonda, ballando in un angolo e boxando con la mia ombra”. O come dice in questo disco, “Annichilita ogni mia verità, mo non mi resta che la guerra in testa”.

Nei ’90 è stato paladino della scena, poi ha capito che la stessa scena integralista che difendeva era costruita su alcune interpretazioni errate. E su certi punti ha dovuto ricredersi, come racconta un’umiltà rara: «Ho dovuto ammettere la mia e la nostra ignoranza. Col tempo ho dovuto scardinare molte convinzioni. Nei ’90 avevamo poche informazioni e si creavano dei dogmi». Una cosa, però, gli è rimasta. E su questa ha costruito la propria identità. È una frase che, da ragazzino, ha letto sul retro del vinile di Stop al panico. La frase recita: “Il nostro stile contro il loro stile”. Questa è la guerra di Danno.

Dopo oltre trent’anni di carriera, arriva finalmente il tuo primo disco solista. Partiamo dalla domanda più scontata: perché proprio ora?
A un certo punto mi sono ritrovato con delle canzoni in mano che mi piacevano, mi soddisfacevano. E sentendole insieme. Ho cominciato a vederci un disco, a sentirci un disco. Però non ero sicuro, io sono uno abbastanza insicuro e cambio idea ogni giorno. Un giorno voglio fare un disco, il giorno dopo no.

Alla fine però è quel giorno è arrivato. Cosa ti aveva bloccato finora?
Mi interessava di più stare su un palco, avere un microfono in mano, organizzare le mie serate romane come It’s The Joint. Mi piace stare in trincea. E quindi la mia mente dedicava poco spazio all’idea di un disco. Alla fine, però, mi sono e mi hanno convinto.

In passato non c’era mai stato un momento simile?
Idee sì, tantissime. Artificial Kid, per esempio, è già una specie di progetto solista, anche se è un gruppo. Nel senso, sono l’unico a rappare, a differenza del Colle. Io però ho un difetto: mi innamoro tantissimo delle idee, a volte le abbandono, a volte le riprendo anni dopo.

È il lato divertente di fare musica, no? Anche aver il potere di abbandonarle.
Assolutamente.

Cosa significa per te arrivare oggi a un disco solista?
È una grande soddisfazione. Ma forse, sulla carta, andava fatto prima. Magari 20-30 anni fa quando avevo più cazzimma, più fomento, più energia e determinazione. Quando arrivi a 50 anni fai i conti con altre cose. Però mi fa piacere che il mio primo disco solista esca in un’età adulta. Sento di essere riuscito a coniugare meglio le mie due anime: quella battagliera, da punchline – perché quel ragazzino battagliero resta vivo e vegeto -, e quella più riflessiva, adulta, forse anche più “romantica”.

Il rap è diventato adulto. Penso a Fibra, Marracash, Neffa, Kaos, Guè. Quando hai iniziato, pensavi che il rap sarebbe durato così a lungo?
No, non ci credeva nessuno, soprattutto in Italia, mancando il background che c’era in America. Chi seguiva la musica aveva capito che era il proseguimento di una certa musica nera, una tradizione che seguiva i Last Poets. Qui però sembrava una musica strana, aliena, destinata a durare poco. Però io già ai tempi vedevo esempi di artisti più grandi di me che andavano avanti: gli Assalti Frontali, Lou X, Speaker Dee Mo. Inoltre percepivo nel rap una serietà di fondo: raccontava la realtà, aveva energia ma anche peso. Era un’incognita, ma sentivo che non fosse una moda passeggera.

Quando hai iniziato c’era un forte integralismo legato al concetto di “messaggio” e di purezza nel rap. Poi però tutto si è aperto, portando il rap da essere controcultura a cultura dominante. Come hai vissuto quel periodo e il suo superamento?
Io sono uno che ama informarsi. E ho dovuto ammettere la mia e la nostra ignoranza. Col tempo ho dovuto scardinare molte convinzioni. Nei ’90 avevamo poche informazioni e si creavano dei dogmi. Per esempio l’idea che si potesse campionare solo dai vinili, addirittura dalla prima stampa diceva qualcuno. Poi scopriva che anche negli Stati Uniti non era così. Io ho cominciato con le posse, e lì era fondamentale che i brani avessero un messaggio. C’era il pezzo sulla mafia, il pezzo sulla guerra, e via dicendo. Era tutto un po’ ingenuo. Però il rap in Italia non nasce con le posse, ma negli anni ’80, in cui nelle discoteche sulla musica da ballare si rappava in inglese. Una storia poca raccontata.
Crescendo comunque capisci che il bianco e nero è spesso una semplificazione comoda. Ci sono alcuni dei veterani, in America, che si sono chiusi in una gabbia di ricordi con una certa rabbia verso il cambiamento. Altri invece i cambiamenti hanno saputo capirli. Però, tornando al discorso di prima, da giovani serve anche avere un nemico, un drago contro cui combattere: ti dà forza e identità.

E c’è un dogma che ti è rimasto attaccato?
Una frase che mi colpì dietro il singolo in vinile di Stop al panico. C’era scritto: “Il nostro stile contro il loro stile”. Non era specificato quale fosse il nostro e quale fosse questo fantomatico loro. Ma a me colpì. Mi sono detto: voglio ragionare così. Per quello in una delle prime rime del Colle dico: “io non sono Zulu, so’ de Roma”. Rivendicavo una mia nuova scuola. Però poi devi fare un attimo quello sforzo e capire che tutto va avanti. Tutto cambia tutto. Si trasforma.

Che rapporto hai e hai avuto con le generazioni che sono arrivate dopo e hanno cambiato il modo di intendere il rap?
La generazione che arriva dopo di te vuole la guerra perché è giusto che i figli vogliano ammazzare i propri padri. Poi però passa una generazione, passa un’altra, e io mi sento in pace, non mi sento più in guerra con i più giovani. Se un ragazzo di 16 o 18 anni fa qualcosa di completamente diverso da me, lo guardo con curiosità. Però penso che, se sei davvero appassionato, devi anche fare lo sforzo di capire cosa è successo prima. Conoscere la storia ti fa apprezzare molto di più quello che ascolti oggi.

Il rap è ancora un genere di rottura?
È meno scioccante rispetto agli anni ’80, quando veniva considerato “non musica”. Oggi è diventato pop, ma resta di rottura finché riesce a raccontare la realtà senza filtri. Non è un caso che nei brani ci siano delle mitragliate ogni 3 secondi: il rapper di turno ti ricorda che lui, se potesse, comunque ti sparerebbe. Ma non è più una rottura musicale – quella è finita con il sampling, con il “ti rubo quello che hai fatto e lo riuso come voglio senza chiedere permesso”. La vera rivoluzione ormai è nella testa di chi scrive e di chi ascolta. Come hanno detto i Beastie Boys: «Questo genere era rivoluzionario. Oggi, nel 2000, è diventato il pop». O come dice più o meno Ice Cube: era un genere dove si raccontava la realtà quando la realtà faceva paura e spaventava chi ascoltava. Oggi è diventato un genere in cui si raccontano i sogni a occhi aperti: lo yacht, il Rolex, lo champagne, e quindi in qualche modo è diventato paradossalmente un genere rassicurante.

Nel disco torna spesso il linguaggio della battaglia, della trincea, della guerra. E nel 2004, con i Cor Veleno rappavi “è solo la mia guerra personale”. Oggi contro chi senti di combattere?
Non contro i colleghi. Quello magari succedeva agli inizi quando mi invitavano per un disco e mi prendeva quella roba antipatica di dire: devo distruggerti sul tuo disco.

In quel brano fai una strofa lunghissima, più di 32 barre se non ricordo male.
Eh sì, ero un po’ competitivo, ma in maniera tranquilla! (ride). Quando mandavo indietro certe strofe mi diceva: “eh potevi dirmi che la facevi così lunga”. (ride)

Però quello ci sta. È il rap: competere e sfidarsi per migliorarsi a vicenda.
Comunque sì, sono sempre un po’ in guerra. Ma contro certe logiche dell’industria musicale. Per questo ho creato una mia etichetta (la Kill Bozo Records) dove ho il controllo su tutto, dai master alle edizioni. Capisco di essere un alieno: non ho Instagram, me lo gestisce una persona, se lo voglio controllare devo chiedere alla mia ragazza. La mia “guerra” («mettici quattro virgolette», mi dice ndr) oggi è musicale. Tipo quando faccio i dj set e metto qualcosa che la gente non si aspetta e mi dice “che cazzo stai a mettere?”. Mi piace proporre cose che per me sono belle fighe che andrebbero ascoltate e che magari sono robe un po’ sconosciute.

In prima linea contro il sistema.
La mia è una guerra contro quello che sta succedendo nel mondo, sul come si stanno utilizzando le parole. Quando vedo i telegiornali mi devo frenare, devo spegnere, perché c’è quest’utilizzo veramente in malafede delle parole. Questa roba mi manda fuori di testa, perché poi non c’è più modo di dialogare, e quando le parole cascano, non le puoi più usare. Sono stato un ingenuo sognatore illuso a credere che l’essere umano, capendo 2 o 3 cose, poteva andare in una direzione più decente. Fuori ci sono problemi molto seri e inevitabilmente reagisco con la mia musica.

Non posso intervistare Danno senza parlare di Roma. Com’è cambiato il tuo rapporto con la città in questi anni?
Sai, ho capito una cosa: è inutile lamentarsi. Negli anni ’90 mi sono lamentato tantissimo. Poi ho capito che se non c’è qualcosa in città, devi metterti tu a farla E così ho fatto con le mie serate, la radio. In questi anni abbiamo visto chiudere i locali e morire un sacco di robe. Oggi mi sembra ci sia un po’ di deserto.

Ma continui ad amarla, anche se canti Brucia Roma.
Il mio rapporto con Roma è conflittuale ma profondo, ed è inevitabile che entri sempre di più nella mia musica. Roma resta viva. Sei tu che non sopravvivi a Roma. Roma sopravvive sempre.

Iscriviti
Exit mobile version