“Il pubblico è un drogato e la merce è scadente”: Nayt non vuole appiattirsi dopo Sanremo | Rolling Stone Italia
punto di rottura

“Il pubblico è un drogato e la merce è scadente”: Nayt non vuole appiattirsi dopo Sanremo

È questo un passaggio del brano d'apertura del suo nuovo album 'io Individuo', dove critica industria musicale, sistema, società. Ci siamo fatti spiegare meglio le sue idee. L'intervista

“Il pubblico è un drogato e la merce è scadente”: Nayt non vuole appiattirsi dopo Sanremo

Nayt

Foto: Alessio Albi

Nayt è andato a Sanremo, ha fatto quello che doveva fare — cioè portare un pezzo non adattato al contesto — ed è finito sesto in classifica. Un risultato che per molti sarebbe un punto d’arrivo, per lui invece è solo «un mattoncino in più». E infatti qui non c’è spazio per le celebrazioni o il racconto epico di un sogno realizzato. C’è piuttosto un cortocircuito: una canzone come Prima che, nella quale prova a togliere tutte le sovrastrutture dentro il luogo più costruito della musica italiana: «Spero sia stato un atto di rottura», dice.

E mentre Sanremo è già archiviato, esce io Individuo, il suo decimo disco. Un titolo che sembra una dichiarazione, ma che in realtà è una domanda aperta: quanto esistiamo davvero, e quanto siamo il risultato di quello che ci circonda? Nayt la mette giù senza girarci attorno nelle strofe di Scrivendo, il brano d’apertura: “A me l’industria musicale in Italia fa schifo… il 99% del pubblico è passivo”. Non è una provocazione, è una posizione ben precisa. Il disco sta tutto lì, in quel punto di tensione tra individuo e collettività, tra responsabilità personale e alibi condivisi.

Dentro ci sono i social che decidono chi sei («diamo molto più potere a ciò che è esterno»), una cultura che non viene più alimentata e una generazione «completamente disillusa». E poi c’è la famiglia, la sua, che torna come un’eco negli audio che ha inserito: la voce della madre, il racconto di un uomo affascinante ma violento, la consapevolezza che certe eredità non sono scelte, ma ti attraversano. «Senza rancore», precisa. Ma senza nemmeno sconti. Nayt non cerca soluzioni, si interroga sull’aspetto più difficile da affrontare: «Fare i conti con le contraddizioni che ci contraddistinguono». Il resto, se c’è, tocca a chi ascolta.

Prima che si è classificata sesta a Sanremo. Che risultato è per te?
Secondo me è un grandissimo risultato. Sono soddisfattissimo. Ho portato quello in cui credo e non ricordo un pezzo rap complesso che è arrivato a Sanremo così in alto. Per cui sono molto orgoglioso.

Il brano nasce come un tentativo di togliere tutte le sovrastrutture nei rapporti umani. Poi la porti a Sanremo, il luogo più costruito della musica italiana. È stato un paradosso voluto?
Spero che sia stato anche un atto di rottura, per certi versi, in quel contesto. Poi sempre fatto con cognizione di causa. Era anche questo l’intento.

In Ci nasci, ci muori dici: “Il mio successo non dipende dal cantare a Sanremo”. Dopo averlo fatto, è ancora vero?
La cosa più importante per il mio percorso era entrare in una dimensione del genere con il pezzo e nel modo giusto. Penso di essere riuscito a farlo, ma sono consapevole che i riscontri alla mia musica li avevo già prima di Sanremo. Sono semplicemente riuscito a portare me stesso all’Ariston, anche se la mia carriera sapevo non sarebbe dipesa dal Festival. È stato un mattoncino in più che ho aggiunto nel percorso artistico, uno dei tanti.

In Scrivendo usi parole molto dure: “A me l’industria musicale in Italia fa schifo… il 99% del pubblico è passivo”. È insofferenza?
Sì, perché avverto una certa passività. E c’è paura di osare. Non sempre e non ovunque, però il rischio è visto come qualcosa di negativo. Invece io mi batto affinché tutti coloro che vogliono esprimersi con creatività restino liberi da dinamiche di mercato che ci appiattiscono.

Canti anche: “La roba pop degli ultimi trent’anni è una tortura, non è bastato Calcutta”. E ancora: “Il pubblico è un drogato e la merce è scadente”. Il pubblico ha delle responsabilità?
Tutti abbiamo le nostre responsabilità collettivamente. Infatti il disco tratta del rapporto tra l’individuo e la collettività, che va ritrovata. Di certo c’è una percentuale di responsabilità condivisa, tra diritti e doveri.

Quando dici: “Tutti ridono, muoiono ma ridono più di me” sembra una fotografia degli effetti dei social. E in L’astronauta canti: “Oggi è il tuo feed a dire l’uomo che sei”. L’identità è ormai delegata agli algoritmi?
Sono convinto che i social siano l’esempio lampante del fatto che diamo molto più potere a ciò che è esterno rispetto a ciò che ci riguarda personalmente. Quindi agli altri, come se stessimo sempre sbagliando qualcosa. E i social questo lo amplificano a dismisura.

Un altro passaggio di Ci nasci, ci muori: “Nessuno investe nella cultura”. Ti senti parte di una generazione tradita?
Mi sento parte di una generazione che è stata completamente disillusa nel fatto che si possano investire tempo ed energie, che poi riguardano i sogni di tanti, nell’ambito della cultura. È un peccato, perché in realtà è quello che continua a farci tendere verso gli altri, rafforza i nostri legami, ci dona spazi di confronto e di crescita. Non alimentarla ci fa sedere: la nostra realtà si frammenta e ci allontaniamo l’uno dall’altro.

nayt - Scrivendo (Visual)

Origini – Interludio: la voce è di tua madre e racconta il fascino, ma anche il rapporto difficile con tuo padre. Perché hai deciso di inserirla?
Quello che scrivo nei dischi è frutto di tutte le esperienze che faccio e di tutte le persone che incontro. A me piace l’idea di esprimermi anche attraverso la voce degli altri. Mi sembra un modo che aggiunge qualcosa, altrimenti non riuscirei a essere così efficace. In quegli audio c’è verità e ci sono anche messaggi preziosi.

Il rapporto fortissimo con la madre è un elemento comune a molti rapper della tua generazione, mentre i padri spesso sono assenti.
Posso parlare per la mia esperienza. Per me è importante il contatto con il terreno, quindi con la madre che ti ha messo al mondo. Ma credo sia importante anche l’emancipazione dai propri genitori. Delle volte spingiamo fin troppo nel rapporto con loro, mentre ci vorrebbe anche un po’ di distacco.

Quando tua madre dice: «Non ho rancore», tu invece ne hai per un padre violento?
No, sono in pace e tranquillo verso di lui. Mi auguro che non si colga alcun giudizio nel racconto di questa storia, ma solo il racconto di una verità che è accaduta.

In Punto d’incontro invece rappi: “Forse tutto parte dal linguaggio”. È lì che nasce anche la violenza sulle donne?
È sano mettere in discussione anche il linguaggio. Poi non ho risposte definitive: non so se cambiando il linguaggio cambierà tutto in quel rapporto, però è un dubbio che mi porta a prendere in considerazione l’idea di cambiare il nostro linguaggio quotidiano. Comunque qualsiasi cambiamento in questo senso deve presupporre il confronto.

A Sanremo hai duettato con Joan Thiele, nel disco c’è Elisa in Stupido pensiero. Anche musicalmente stai cercando il confronto con le donne. 
Sono onoratissimo di essere affiancato da queste artiste incredibili, che stimo tantissimo. Elisa mi ha stupito per la sua passione, per la genuinità nel continuare a essere innamorata e curiosa della musica. È stato incredibile trovarmi in studio con una donna con così tanta esperienza e quindi così consapevole, che però allo stesso tempo ha mantenuto tutta la sua originaria curiosità per la nuova musica.

Nel disco citi anche Fabri Fibra. Che ruolo ha avuto per te?
Devo ammettere che non è la prima volta che lo cito in un mio disco, perché Fibra è uno di quegli artisti generazionali che ha segnato un punto di svolta, oltre a essere ancora un artista centrale per la musica. Per cui, quando posso, mi piace sempre omaggiarlo.

I vari pezzi ci sono rimandi a Dio. È un riferimento spirituale o una figura narrativa?
Io continuo a perseguire una forte ricerca spirituale. E il nostro Paese ha ancora una forte matrice cattolica, quindi fa parte della nostra cultura e del nostro linguaggio.

Guardando alla scena: Ernia diceva che in Italia siamo sempre in balìa dei trend esteri. Tu, con Essere noi, vai verso una ballad rock-pop. Stai cercando un sound italiano?
Sì, punto a questo già da qualche tempo e continuerò a farlo sempre di più nei prossimi anni. Voglio costruire un sound italiano nuovo e riconoscibile anche all’estero, con un’identità tutta sua. L’Italia se lo merita.

Perché io Individuo e “nayt” sono scritti con minuscole e maiuscole particolari?
Per me è un vezzo, ma ha un significato più profondo. Togliere la maiuscola dal mio nome d’arte è come togliere un po’ di autorità all’artista per riportare più attenzione sulla sua musica. E così anche in io Individuo, per dare maggiore risalto a ciò su cui si basa il disco.

Facendo un bilancio: quanto c’è di individuo e quanto di prodotto in Nayt?
La musica è sempre al primo posto. La vocazione artistica nella scrittura non viene mai meno. Poi che diventi di tanti altri e condivisa, grazie al mercato, è solo qualcosa di positivo. Sono consapevole della società in cui vivo: non a caso il disco si conclude con l’interludio Contraddizioni, perché dobbiamo fare i conti con le contraddizioni che ci contraddistinguono, sia come individui che come società.

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