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Il passato del grime e il futuro del rap nel corpo di Stormzy

Dopo Glastonbury e il primo posto in classifica, il rapper ha scritto un album dedicato alle difficoltà della sua nuova vita da star, un disco possibile solo grazie a chi è venuto prima di lui

Foto: Mark Mattock

Ad agosto, la star del grime Stormzy aveva appena conquistato per la prima volta la vetta delle classifiche, uno storico set da headliner a Glastonbury e l’interesse del pubblico mainstream americano con Take Me Back to London. Il brano, una collaborazione con Ed Sheeran, non raggiungerà il primo posto senza controversie. Wiley, una delle figure più riverite della scena grime, ha scritto una serie di tweet (poi cancellati) contro l’operazione: “Sono stanco di chi usa il grime per fare il fico per un paio di minuti” e “chiunque usa noi e il nostro suono è un avvoltoio della cultura”. In un’intervista rilasciata poco dopo, Wiley ha raddoppiato il carico, dicendo che ai tempi della loro collaborazione del 2011,  Sheeran gli aveva reso le cose difficili. Un’affermazione che la popstar ha smentito.

Stormzy, da parte sua, ha risposto prima su Twitter – “No Wiley, lo sai anche tu che Ed fa questo dagli inizi, è sempre stato vero, non puoi metterlo in dubbio… Sai che ti adoro e ti rispetto, ma non fare così” – e poi con la musica. Le battaglie tra rapper sono nel DNA del grime, ma Stormzy ha fatto esattamente il contrario, pubblicando un brano che è la cosa più lontana dal concetto di diss track: Wiley Flow, pubblicata qualche settimana dopo la polemica, era un vero e proprio omaggio. Si apre con un sample di Wiley in persona mentre parla della sua eredità, poi Stormzy mescola due suoi classici, Bad Em Up e Nightbus Dubplate.

Wiley Flow fa ora parte del nuovo album del rapper, Heavy Is the Head, e conclude una tripletta che contiene Pop Boy e Own It, un’altra collaborazione con Ed Sheeran.

«Non l’ho fatto di proposito», dice Stormzy a Rolling Stone. «Sono un MC grime, ma allo stesso tempo sono un artista gospel, R&B, pop e soul. Sono tante cose diverse. Mentre entravo nel mainstream, ho sempre saputo che la cosa non andava a braccetto con l’underground, almeno in termini di percezione del pubblico. Ma ho sempre creduto in me stesso, abbastanza da pensare di potercela fare».

Heavy Is the Head è il seguito del debutto Gang Signs & Prayer (2017) e arriva dopo un’ascesa esplosiva, iniziata con freestyle pubblicati su YouTube e finita con la prima performance di un artista solista nero da headliner a Glastonbury. Allo stesso tempo, Stormzy è diventato un’importante voce politica, si è speso per una maggiore inclusione della popolazione di colore nella vita pubblica britannica e ha lanciato borse di studio e persino una casa editrice, Merky Books, dedicata alla promozione di giovani autori di colore. Ha anche attivamente supportato Jeremy Corbyn e i laburisti, che alle ultime elezioni hanno subito una cocente sconfitta per mano di Boris Johnson. È una coincidenza, dice, che Heavy Is the Head sia uscito il giorno dopo le elezioni. L’intervista che state per leggere è stata registrata una settimana prima del voto, quando la vittoria di Johnson era solo una possibilità. «È la prima volta che mi rendo conto che potrebbe diventare realtà; non è più campagna elettorale», ha detto. «Devo essere positivo».

Stormzy è passato attraverso tutto ciò con una saggezza singolare, presentandosi al pubblico mainstream senza rinnegare il passato o perdere il supporto dei fan del grime. Il genere, in fondo, ha solo due decenni e si tratta di uno degli ultimi stili emersi localmente, prima che internet decentralizzasse ogni cosa. Stormzy conosce bene la storia; è anche la sua. A Glastonbury ha letto una lista di nomi – 65 artisti che hanno aperto la strada a quelli come lui, o che gli sono stati accanto. «Ho goduto dei benefici di quello che hanno fatto altre persone», dice. «È una cosa naturale, ma è giusto che la gente sappia che io esisto solo grazie a questa cultura, e alle persone che sono venute prima di me».

Ci sono differenze tra la genesi di Heavy Is the Head e quella di Gang Signs & Prayer?
GS&P è stato scritto in studio, dove io e il produttore Fraser T. Smith abbiamo lavorato per 10 mesi. Prendevo tutte le decisioni musicali e lavoravo a ogni frase. Questa volta è stato quasi l’opposto. Ho lasciato il nido. GS&P aveva molti produttori, ma tutti passavano da Fraser. Questa volta sono andato in giro per il mondo e ho raccolto idee diverse da artisti diversi, e ho dovuto capire i differenti sapori, stili e suoni che potevano sposarsi con la mia verità, e dare vita a un album onesto e intelligente.

Cosa è cambiato nella scelta dei beat?
Volevo che il disco fosse il riflesso musicale di tutto quello che provavo, tutto quello in cui credo e le storie che volevo raccontare. Per me questo significa una grossa tavolozza di suoni, perché credo di avere una personalità altrettanto grossa. Non sono solo un rapper incazzato. Mi piacciono le belle canzoni e le belle melodie. Non sono mai entrato in studio pensando: “Dobbiamo fare questo tipo di musica”. Io e Fraser abbiamo elencato una serie di parole per descrivere come doveva suonare il disco. C’è un pezzo, Rachael’s Little Brother – una delle parole era “costoso”, non in termini di denaro, ma “costoso” come i flow di Rick Ross, Nas, Kendrick, Jay-Z. Il rap costoso.

Credi di essere migliorato come autore, cantante e rapper?
È quello che dicevo prima: migliora in tutto quello che fai. Se devi scrivere un testo, dev’essere Wiley Flow. Quando sento quel pezzo mi sembra di ascoltare uno dei migliori MC del mondo. Ho trovato il flow, rappo a un livello che prima non avevo. Anche le melodie e le parti cantate: non si tratta di cantare delle note. Devi pensare: come posso usare la mia voce? Ho una voce profonda, adoro i suoni dell’R&B, quindi come posso usare la mia voce al meglio delle sue possibilità? Non si tratta di cantare note altissime, ma di restare in tonalità, puri e concentrati.

Com’è il tuo processo di scrittura?
Tratto la mia musica come se fosse un lavoro. Nel mio studio non ci sono 10 ragazze, alcol e migliaia di persone. Quando vado lì per fare musica, lo faccio sul serio. Lavoro fino alle 8 di sera, poi vado a casa, dormo, mi sveglio, porto fuori il cane e torno in studio.

Ti è mai capitato di dover riscrivere un verso?
Di solito non lo faccio, perché mi piace pensare di scrivere con grande attenzione ai dettagli. Può volerci moltissimo tempo. Ultimamente tutti si vantano dicendo: “Oh, l’ha scritta in 10 secondi”. Io mi vanto della mia lentezza. Non riesco a sedermi e fare qualche rima. Non voglio sprecare un testo solo per fare una rima. Deve avere perfettamente senso.

Aprire una casa editrice e lavorare con altri giovani autori ti ha aiutato?
Il mio metodo di scrittura è specifico per la musica, ma a essere sincero, ho ricominciato a leggere poesie. Yrsa Daley-Ward è una poetessa geniale ed è lei ad avermi riportato in quel mondo. La adoravo, a scuola, ma quando ho iniziato a fare il musicista mi sono dedicato completamente al rap, e l’ho dimenticata… Yrsa ha pubblicato un libro, Bone, che consiglio a tutti.

Avevi in mente un tema specifico prima di scrivere Heavy Is the Head?
Questo disco parla di me, è riflessivo e profondo. GS&P raccontava le storie di South London. Parlava di 23 anni di vita. Era la mia storia, fino a quel momento. Mentre Heavy Is the Head è stato scritto in studio, dove mi sono chiesto chi sono, cosa voglio dire, cosa ho bisogno di dire. È un disco con tante verità, storie su chi sono oggi, su cosa significa essere Stormzy. Sì, credo di essere il miglior MC del mondo, ma mi sembra anche di non riuscire a sopportare tutto questo.

Rachael’s Little Brother sembra il centro emotivo del disco – come l’hai scritta?
Il sample viene da Baby Boy dei Big Brovaz. Sono una black british band e suonano r&b, pop e soul. L’unica ragione per cui conosco quella canzone e la amo è perché piace a mia sorella Rachael. Usare quel sample e rapparci sopra l’ha reso puro, come se venisse dal cuore – non importa quanto si parli del mio dolore, delle difficoltà o di chi possiede queste cose, alla fine l’obiettivo è solo diventare un grande rapper. Nel finale, quando inizio a cantare, quello è proprio il bridge di Baby Boy.

Nella canzone racconti di essere andato in terapia e in passato hai parlato di salute mentale. La terapia ti ha aiutato in questi due anni? Come?
Molti artisti dicono che la musica è come una terapia, che li ha aiutati a superare le difficoltà, ma per me… per la prima volta ho pensato: “Wow, fare questo disco mi ha aiutato a capire chi sono”. Scriverlo mi ha permesso di capire che tutte le emozioni che provo sono valide. La tristezza e la vulnerabilità sono importanti come la sicurezza. Ho abbracciato tutte queste sensazioni.

In che modo scrivere l’album ti ha fatto capire qual è il tuo posto nella cultura britannica?
Mi ha fatto capire che sono umano. Posso sopportare tante responsabilità – quella di essere un modello, o un leader –, posso farlo. Ma alla fine sono solo un uomo. Un tempo era davvero difficile pensarci. Pensavo di dover essere invincibile in tutto quello che facevo. In realtà… nah.

Sei in prima fila per combattere il razzismo nel Regno Unito, e ti sei speso molto per rendere la società più inclusiva per le persone di colore. Com’è cambiata la tua percezione del mondo?
Ho capito che viviamo in una società ignorante – beh, in realtà l’ho sempre saputo, ma a volte mi viene ricordato in maniera assurda. Anche quando presento una borsa di studio, ci sono migliaia di persone che urlano: “Come puoi farlo? È razzista, perché solo per le persone di colore?”. Viene da pensare: “Ma cazzo, ma com’è possibile che la gente sia così ignorante da non capire che è tutto meno che razzismo?”. Sono cose necessarie, sono importanti.

È per questo che nel disco c’è una canzone come Superheroes?
Al 100%. Anche con l’inevitabile distanza che si è creata tra me e la mia comunità, volevo assicurarmi di parlare alla mia gente. Parlo sempre ai miei fratelli. Dico sempre: “Sono qui”. È importante essere quella persona, fare quel tipo di conversazione, dare un po’ di incoraggiamento.

Lessons parla della fine di una relazione: è stato difficile mostrarti vulnerabile?
Non sono solo un bad boy, sai? (Ride). Ho lavorato a lungo su quella canzone, perché non parla solo della mia verità. Non è facile pubblicare canzoni del genere, soprattutto se sei consapevole che tutti daranno la loro interpretazione. Io volevo un album che documentasse il mio viaggio, quello che è successo negli ultimi due o tre anni. È stata una parte fondamentale della mia vita, e dovevo affrontarla in musica.

Sono passati diversi mesi da Glastonbury, avrai avuto modo di pensarci. In che modo quella performance ti ha cambiato come artista?
Mi ha dato pace, mi sembrava di aver raggiunto un livello abbastanza alto da non dover faticare per i prossimi 10 anni di carriera. Non dovrò cercare di conquistare quel palco, quell’obiettivo, perché l’ho avuto a 25 anni. Sono una persona ambiziosa e chissà, forse l’avrei desiderato per parecchio tempo perché quel palco è solo per una piccola percentuale di persone, una piccola elite.

Zadie Smith ha scritto una bella recensione della tua performance per il New Yorker, in cui dice: “Stormzy cita i suoi predecessori, ma non si inchina davvero… Guarda il prato e si chiede perché non Skepta, Wiley, Dizzee. Perché lui, e perché ora?”. Ti chiedi davvero queste cose quando pensi al tuo successo e al grime?
Sì, al 100%, per questo sono così esplicito quando dico di abbracciare… o forse non abbracciare, è come ha detto lei: perché non quegli altri tre artisti? So che molti hanno faticato prima di me, gente che era in prima linea e che mi ha permesso di suonare a Glastonbury. Io esisto solo grazie ai Wiley, agli Skepta, ai Dizzee Rascal, esisto solo perché prima c’erano loro. È una parte fondamentale della mia storia. Sono riuscito a vincere un BRIT Awards perché a Wiley non è successo, capisci? Ora siamo arrivati a un punto in cui la musica nera, gli artisti neri che non hanno guadagnato o ricevuto il riconoscimento che meritavano… ora che ci sono io il tempismo è perfetto, quasi il tempismo di Dio, i pianeti si sono allineati e mi godo il raccolto seminato da chi è venuto prima di me.

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